Autore: Silvano Bottaro
Aquilone
L’odore dell’erba appena tagliata nei campi.
Il sole arancione avvisa che l’ora dei giochi sta per finire.
Sfiorati da una brezza primaverile.
Rincasare prima dei richiami materni.
Stoviglie in porcellana bianca e vino rosso.
Tutto sottile e delicato, quasi trasparente.
Lenzuola che profumano di pulito.
Il caffellatte ancora bollente attende.
Giovinezza aleggiata, come un aquilone.
Joni Mitchell — Blue (1971)
Joni Mitchell è la compagna musicale fin dalla mia adolescenza. Era nel ’74, che io allora quindicenne, grazie a Carlo Massarini e ai programmi radiofonici serali della radiorai, ascoltai Blue, da quella volta non la persi più di vista.
Ogni qualvolta ascoltavo questo disco eseguivo quasi un rito; lentamente prendevo il vinile, come fosse un oggetto di culto, lo mettevo sul giradischi come pesasse dieci chili, e al rallentatore appoggiavo il pick-up nei suoi solchi, quasi a non volerlo consumare.
Ricordi, sono ricordi ancora presenti nella mia mente, che però non rimangono solo tali, ma anzi rafforzano il mio presente.
Le dieci canzoni di Blue sono dei veri e propri autoritratti, sono racconti quotidiani in forma di canzoni. Esprimono i suoi sentimenti, il suo spirito tormentato, il suo punto di vista tipicamente femminile sulle contraddizioni dell’animo umano. Un disco intimo come le pagine di un diario, sono pensieri e appunti racchiusi in un taccuino di viaggio sulla poesia e sulla quotidianità che sta attorno a lei.
Mai, come in questo album, Joni riesce a fondere la sua vera grande passione (la pittura) e il suo talento naturale (la musica) diventando un’unica e inimitabile arte. Tanto che, per la prima volta, non ha bisogno di usare un suo dipinto per illustrare la copertina dell’album.
Musicalmente, i brani sono arrangiati in modo scarno ma raffinato, chitarra acustica e pianoforte sono quasi sempre l’unico accompagnamento sonoro alla sua melodiosa voce, voce che a volte è fragile, appena percettibile e subito un secondo dopo forte e squillante, ma pronta a gettarsi a capofitto in vocalizzi straordinariamente dolci e sofferti. Le soluzioni ritmiche non sono mai scontate e, planando su un pop dolce e sottile, regalano passaggi deliziosi.Blue è un disco magico, è una creazione poetica è un disco da consumare.
Cielo Terra
Il Parco di San Giuliano sa offrire belle visioni. Oltre alla veduta della laguna con Venezia nello sfondo, a sud, nel lato opposto a nord, la visione è altrettanto interessante. Il verde degli alberi in fondo, il giallo o più esattamente “oro vecchio” dei campi non coltivati, sommati a un cielo carico di nuvole basse, creano un panorama emozionante.
Versiaku n°10
Papavero selvaggio
Campo anonimo
Sole presente
Lucinda Williams — West (2007)
Settanta minuti su settanta senza nessuna caduta, la Williams ha fatto tredici! Tredici pezzi uno più bello dell’altro, senza noia, senza discontinuità. Un disco suggestivo, profondo.
West, nono album della rock-writer di Lake Charles che questa volta sceglie Hal Wilner come coproduttore (Elvis Costello, Lou Reed, Bill Frisell) e una serie di musicisti famosi, dall’eclettico Bill Frisell al superprofessionale Jim Keltner (batterista), dal bassista di Dylan Tony Garnier al Jayhawk Gary Louris senza contare il fido chitarrista Doug Petibone e gente sconosciuta ma brava come il violinista Jemmy Scheinmann e il tastierista Rob Burger entrambi fondamentali nel creare un suono più “orizzontale” e meglio arrangiato.
Il disco sembra possedere una struttura circolare come se l’artista passasse attraverso una metamorfosi. Inizia lento e quasi assonnato, le liriche sono introspettive, alcune come Mama You Sweet e Fancy Funeral evocative e tristi poi ad un certo punto, enfatizzata da un violino che è una morsa al cuore la Williams si ritrova a chiedersi Where Is My Love? e in questa compassionevole richiesta d’aiuto c’è uno dei temi del disco ovvero dov’è finito l’amore dopo tante perdite e tanto lutto. West nasce difatti dalla disillusione di un amore andato a rotoli, una relazione importante finita e dal dolore della morte della madre. Eventi cupi che sono stati metabolizzati dall’artista in un lavoro che qualcuno potrebbe definire catartico se non addirittura liberatorio. Brani come Fancy Funeral, Everything Has Changed, Learning How To Live e Mama You Sweet prendono spunto dagli eventi successi nella vita della Williams ma non si compiacciono del proprio dolore, riescono a mettere perfino ironia e un certo sarcasmo nella loro drammaticità, sono spesso ballate gentili che nella loro complessità emotiva trasmettono forza, senso della vita. Poi a cominciare da Come On il disco prende una piega più esplicita e il lavoro di Hal Willner fa sentire il suo peso.
È un susseguirsi di grandi emozioni e grande musica, Come On sa di Positively 4th Street, Rescue ruota attorno alla voce addolorata della Williams, ad un contrabbasso che pulsa come una vena e a suoni che escono dalla notte più profonda e scura, What If è roba divina che non si può commentare, Wrap My Head Around If è nelle sue sincopate cadenze ritmiche la traccia più sperimentale del disco con la chitarra eclettica di Bill Frisell a dettare pause e dinamiche. Chiudono un disco molto lungo (69 minuti) Words, ballata la cui fisarmonica evoca la natia Louisiana e West, brano che nella sua innocente e forse un po’ ironica esortazione di andare a ovest per “vedere come bello potrebbe essere vivere e amarsi” completa la metamorfosi iniziata con la domanda Are You Alright? primo brano di un disco che se non è un capolavoro poco ci manca.
Anche se i testi introspettivi parlano di “perdite”, perdita di un amore, perdita della madre, perdita di affetti, la Williams non si perde d’animo, i suoi brani diventano un canto liberatorio e fa trasparire anche su delle liriche tristi e drammatiche, un suono emotivo carico di forza, di ottimismo e di speranza.
Quest’opera musicale è un susseguirsi di grandi ballate cariche di grandi emozioni, di grande musica. Ascoltare per credere.
Tarassaco
Sono incredibili questi tarassachi che riescono a crescere in millimetri di terra tra muri cementati e marciapiedi asfaltati.
Appena si cominciano a vedere questi “fiori” si ha la conferma che la primavera è effettivamente cominciata.
Ricordo questa foto in una strana nei pressi, proprio a pochi metri del Prato della Valle a Padova.
Cowboy Junkies — The Trinity Session (1988)
Questo secondo disco dei tre fratelli canadesi Timmins; Margo alla voce, Peter alla batteria, John alla chitarra, più A. Anton al basso e J.Bird al mandolino e armonica, resta senza dubbio il disco più bello e suggestivo che abbiano inciso.
The trinity session è inciso dal vivo, in presa diretta, in una chiesa di Toronto (Holy Trinity) nel novembre del ’87.
La principale peculiarità che il disco riesce a trasmettere è l’atmosfera tenue e rarefatta. Il suono prodotto è esclusivamente acustico, gli strumenti; chitarre, steel guitar, armonica, violino e fisarmonica, la voce quasi flebile di Margo (è una donna) fanno di quest’album un’opera splendida, da avere nella nostra raccolta musicale.
Il primo brano “Minin for gold” crea subito una atmosfera magica, che già ci fa capire con che “genere” musicale abbiamo a che fare. Il secondo “Misguided angel” leggermente più country, ma molto personale, con armonica in evidenza, comincia già a farci “scaldare”. A seguire la famosa “Blu moon” famosa cover, eseguita in maniera originalissima, non ci fa rimpiangere l’originale versione. I don’t get it” prosegue con questo suono magico per poi farci sentire “I so lonesome” di Hank Williams, splendida versione, malinconica e ancora una volta originale. Il sesto brano “To love is to bury” ci rende ormai conto che questo è un album innovativo. “200 more miles” è una ballata sempre sullo stile country/cowboy junkies, si perché ormai a questo punto si può già parlare di “marchio” C.J. L’ottavo pezzo rende omaggio a Patsy Cline, ma è con Sweet Jane che i cowboy raggiungono l’apice in questo disco. Questa versione acustica è unica per la suggestione che crea, la miglior versione che sia mai stata fatta (anche lo stesso Lou Reed lo dichiarerà), con questo brano la band dimostra che ormai e definitivamente una band di valore. Chiudono l’album altri due brani, rispettivamente; Postcard blues e Walking after midnight, che si mantengono nell’ordine di idee delle precedenti e quindi ancora due brani sussurrati e notturni (dichiarerà Margo, che la loro musica è da ascoltarsi alle tre di mattina).
Conclusione: Trinity Sessions è un album “diverso”, una raccolta di ballate sussurrate e atmosferiche. Ciò che rende unici i loro brani è che vengono rallentati quasi fino all’osso, soffocati impreziositi e snaturati. Ed è questo che ne fa di loro un marchio di fabbrica.
Dente di leone
Il giardino
Sette o otto settimane fa ho sistemato il giardino dopo anni che non lo facevo. Smesso di lavorare alcuni mesi fa, ho aspettato che passasse l’inverno e ora da pensionato, mi sono prodigato per la messa in opera di alcuni lavori che necessitavano.
La pavimentazione che occupa parte dei 30 metri quadrati totali, è stata eseguita da un’impresa edile, del resto me ne sono occupato io.
Per prima cosa ho zappato la terra, e una volta finito era bello come un quaderno nuovo e come quello, prima di tutto, ci metti sopra il tuo nome, non per un senso di proprietà ma perché, fra le righe e i solchi, ci pianterai le tue idee.
Le idee a onor del vero non mancavano, quello che mancava era lo spazio.
Dopo aver “rullato” la terra senza rullo perché non ce l’avevo, ma solo con i piedi, ho seminato del trifoglio nano, non per una particolare simpatia ma perché tanto poi, per esperienza passata, perverrà la completa anarchia, e quindi tanto valeva fare delle scelte.
Successivamente ho coperto la semina con quasi un quintale di terriccio e rullato di nuovo con i piedi perché con altro non potevo.
Ritornando alle idee, era da decidere ora cosa impiantare al posto di un Albicocco asportato diversi anni fa per via dello sporco che faceva non solo nel giardino ma anche nel marciapiede pubblico.
Da oltre trent’anni sono presenti due vecchi amici: un meraviglioso Giuggiolo e un Melograno, rimaneva da scegliere il “terzo” non incomodo da sostituire all’ex all’Albicocco. La scelta forse ovvia ma non per questo priva di valore è caduta su un Olivo. Il 24 marzo ho scavato la buca dove avevo deciso di impiantarlo e il 25 marzo l’ho messo a dimora seguendo tutti i crismi trasmessomi da una marea di video tutorial.
A poco più di un mese, il giardino sta prendendo forma. Il trifoglio sta uscendo anche se non proprio uniformemente, il Giuggiolo e il Melograno stanno mettendo fuori le gemme, l’olivo che è assai parco in dimostrazioni d’affetto, da piccoli segnali di adattamento.
Sorvolo sul resto delle presenze floreali in giardino, per la maggior parte piante grasse, perché se ne occupa la signora di casa.
Appena la visione di tutto questo avrà un senso per essere guardato, non mancherò nel condividere il loro progresso.
Ad Maiora!






