Dentro il bosco #1/3

Credo di aver setacciato il bosco vicino a casa mia, in lungo e in largo, fotograficamente parlando.
Le foto possono ripetersi, i temi sono gli stessi e mi dispiace se vi annoio, ma che volete farci… “c’est la vie” dicono i francesi 😀

Pearl Jam

E’ una bella storia, quella dei Pearl Jam, una storia che si è fatta ancora più interessante nel corso degli anni.

Ammetto di non averla compresa fin da principio. Quando avevo messo le mani su Ten, alla fine del 1992, infatuato di quella musica fantastica che le riviste specializzate chiamavano grunge. Delle varie bands che hanno fatto la storia della scena di Seattle nei primi anni Novanta, i Pearl Jam restano l’unica ancora in attività. Una ragione c’è. I Pearl Jam hanno un carattere completamente diverso dalle altre formazioni: musicalmente classificabili come un tentativo di rileggere l’antico, il “classic rock”, in particolare nelle varianti folk e hard core, si distinguono per aver un rapporto aperto con il proprio pubblico, cercando un’alleanza profonda, fondata su lealtà, onestà, rispetto e passione, per molti versi simile a quella che caratterizza gli irlandesi U2.

I Pearl Jam non evitano sguardi introspettivi, ma non si piangono addosso come la spirale autodistruttiva di “Seattle”, anzi. Scrutano l’America, scavano nei mali del Grande Paese, trattano temi come i senzatetto e le armi, arrivando a sfidare l’amministrazione Bush. Lottano contro l’industria discografica, contro il monopolio della vendita dei biglietti, per la libertà della musica, degli artisti e degli stessi giovani.

Sarebbe comunque riduttivo ricondurre le ragioni del loro successo a un’irriducibile integrità. Qualcosa di più profondo e misterioso vive nella loro musica, nell’alchimia tra la voce baritonale di Eddie Vedder e un rock chitarristico in bilico tra passato e presente. La voce di Eddie Vedder conquista molti, grazie a un timbro scuro che comunica emozioni sincere, commozione, rabbia, forza e debolezza, una voce capace di esaltarsi nei momenti più rock e di toccare le corde emotive nelle lente e inesorabili ballate.

Qual è la vera essenza del rock’n’roll? Ognuno può dare una risposta diversa: spesso si utilizzano parole differenti che finiscono per essere sinonimi di una medesima idea madre. Per me la vera essenza del rock’n’roll è la semplicità. Alla luce soprattutto degli ultimi lavori discografici, sento di poter azzardare che la storia dei Pearl Jam sia stata dettata da una costante ricerca della semplicità, non solo per quanto riguarda gli aspetti meramente stilistici e tecnici. Semplicità per esprimere il proprio pensiero. Credo sia inutile chiedersi se siano il più importante gruppo dei nostri tempi o solamente un’onesta rock band come tante. A me i Pearl Jam ricordano cos’è il rock’n’roll, e perché non posso proprio farne a meno.

Vegetali

Non riuscivo a dare un nome a queste foto e allora semplificando gli appioppato il termine vegetali.
I vegetali appartengono alla vegetazione:
“Vegetazione è un termine generale che riguarda la vita vegetale di una regione, componente della biosfera; fa riferimento alla copertura del suolo da parte di piante, ed è, di gran lunga, il più abbondante elemento della biosfera. La vegetazione è un insieme di piante o comunità vegetali che popolano un certo territorio” (Wikipedia)
Queste tre foto appartengono alla terra dove vivo e propriamente nascono in zone umide, vicino alla laguna veneziana.

Neville Brothers — Yellow Moon (1989)

Assieme a Brothers Keeper è senz’altro Yellow Moon il disco più importante della produzione musicale dei Neville Brothers.

Seguendo coerentemente una linea di sviluppo artistico che dall’iniziale influenza del cajun e della tradizione creola di New Orleans li ha portati man mano ad una miscela sempre più veriegata di stili, i Neville Brothers arrivano alla tappa più importante del loro lunghissimo cammino discografico iniziato negli anni sessanta come Meters.

Aaron, Ivan e compagnia decidono di estendere lo spettro di interessi e di indirizzi musicali con un prezioso lavoro di ripescaggi colti tra rock, gospel, musica etnica ed altri ricordi.

E’ un clima magico in uno swingante caleidoscopio di cori e controcanti fatti ad incastri che si muovono nella corrente più nobile della black music e del pop adulto. Yellow Moon è musica che scorre via corposa, ricca di contrasti tematici e sonori tra nero e bianco, dosata fino all’ultima nota dalla produzione attentissima di Daniel Lanois. Ombre fusion, forti richiami soul, accenni rock, ballate di grande respiro sono l’elegia più alta di una musica padrona di se stessa fino al punto di essere considerata estranea.

Natura con sole

Miscellanea di quattro foto scattate in momenti diversi, tra agosto e ottobre. A parte il vigneto di prosecco, scattata a Vittorio Veneto, le altre tre sono state scattate nella mia zona di residenza.

Massimo Bubola — Amore e Guerra (1996)

In Amore e Guerra, Massimo Bubola unisce passato e futuro, infatti, reinterpreta alcuni brani che ha scritto per altri con rinnovata energia ed intensità e dà a queste canzoni una veste completamente rinnovata.

Bubola mostra le sue qualità di interprete, la sua è una rilettura lucida e piena di forza. Le canzoni vengono da diciotto anni (dal 1978) di scrittura conto terzi, ed escono rivestite a nuovo.
Un disco come questo copre un buco nella discografia italiana.

La musica è sana, americana nello spirito, italiana nel corpo; non c’è, in queste canzoni, la solita italietta canora, la solita tiritera melodica, bensì un suono robusto e vibrante, che ci scuote e ci porta a gustare il disco, a risentirlo ed a risentirlo in continuità.

Chitarre elettriche, batteria dura, basso pulsante, ogni tanto una fisarmonica o un violino al servizio di qualche aria folkeggiante. Musica dolce e forte al tempo stesso: Bubola è un cavallo di razza che sa dosare sentimenti ed immagini.

Le canzoni…
“Fiume Sand Creek”: La canzone si libera fiera, ben lontana dai vincoli che le aveva imposto De Andrè: un mandolino di sapore ‘cooderiano’ stempera le sue note, la voce preme e la canzone, rabbiosa, ci avvolge in un crescendo continuo. Grande inizio.

“Un angelo in meno”: è l’unica canzone inedita, lenta basata su un bel gioco di chitarre, ha un testo forte, teso come una lama ed una melodia di ampio respiro.

“Johnny lo zingaro”: vecchia conoscenza con ‘The Gang’, è riletta con molta forza, chitarre quasi hard, batteria possente, ed una atmosfera piena di phatos, le danno una nuova vitalità.

“Andrea”: è una boccata d’aria fresca, il violino danza subito e la melodia cattura immediatamente. La rilettura è geniale, con un sapore country folk che dà alla composizione una nuova veste, invenzioni tex mex, brillanti e piene di allegria, fanno da contrasto col testo amaro, che racconta di coraggio e morte.

“Marabel”: è in chiave rock, chitarre aperte, batteria che preme, basso che pulsa. Massimo canta con rabbia.

“Spezzacuori”: ha un altro aspetto, l’atmosfera è quasi western, con la chitarra molto evocativa e la voce grave a raccontare. La canzone sembra uscita da un vecchio vinile di Johnny Cash.

“Sally”: è una delle cose più belle che Massimo ha regalato a Fabrizio de Andrè, ma questa versione supera di gran lunga l’originale. L’idea è quella di una chitarra liquida (c’è sempre Cooder nei dintorni) che segue, pari passo, la melodia. Grande brano.

“Don Raffaè”: è una delle colonne portanti di “Nuvole” di De Andrè, grande brano, grandissimo, eppure Massimo, ancora una volta, riesce a sorprenderci . Bluesato, leggermente jazzato, notturno e fumoso, Don Raffaè mantiene la sua lucida attualità sociale ma cambia radicalmente il suo vestito.

“Eurialo e Niso”: tra le più riuscite del disco, la struttura rimane, ma la musica è più forte con la chitarra a l’armonica che rafforzano la tematica ormai country.

“Camice rosse”: canzone di cui Massimo va molto fiero, che però la Mannoia non ha saputo rendere al meglio. Un tessuto armonico di sapore tex mex, ben evidenziato dall’uso continuo della fisarmonica. Una melodia intensa, condita con mille sapori, vibrante e piena di vitalità.

“Tre rose”, tenue ed interiore, e “Quello che non ho”, molto elettrica decisa. Concludono un album di grande spessore, molto poco italiano, in cui il senso della vera musica rock viene espresso appieno.

Bubola ha fatto il suo capolavoro.

Vuoti

Appare la nebbia
senz’aria e senza vita.

Le storie finiscono
dove le parole sono morte.

I pensieri cercano
uno spazio vivo.

Thunder Road – Bruce Springsteen #9/10

Dati

Thunder Road è uscita nel 1975 come prima traccia dell’album Born to Run.

Uno degli aneddoti racconta della prima volta che Bruce Springsteen suonò una versione embrionale di “Thunder Road“, nel febbraio del 1975, con la E Street Band. La folla applaudì il riff di apertura come se avesse conosciuto il brano da sempre. La melodia veniva suonata dal sax di Clarence Clemons, ma non si faceva ancora riferimento a “thunder road“. Questa prima versione si intitolava “Wings for Wheels“, nome che in realtà, come riferisce il batterista Max Weinberg, si riferiva all’intero album.

Di questo brano esistono diverse revisioni, compreso il nome di donna che è cambiato più volte (da Angelina a Christina), prima che si decidesse per Mary. Anche la parte armonica dell’introduzione ha subito numerose modifiche: dalla versione suonata al sax ed una versione alternativa con chitarra acustica realizzata dallo stesso Springsteen.

Nel 2021, dopo 46 anni, Bruce Springsteen cambia una parola nel brano. La modifica è nel primo verso della canzone, ‘The screen door slams, Mary’s dress waves’, .’Waves’ diventa ‘Sways’.

E’ stato risolto così l’ultimo rompicapo del web dopo che la giornalista Maggie Haberman del New York Times aveva twittato una foto di una foto di un palcoscenico vuoto di ‘Springsteen on Broadway’ (una serie di concerti tenuti dal Boss tra il 2017 e il 2018 in due teatri di New York). Nella didascalia si leggeva ‘A screen door slams, Mary’s dress sways’. Immediatamente la rete si è rivoltata contro affermando che la parola giusta è ‘waves’ e non ‘sways’.

In entrambi i casi significa ondeggiare, ma wave è riferito alle onde, in questo caso si tratta di un vestito. La versione con ‘waves’ compare anche sul sito ufficiale di Springsteen, ma lo stesso usa ‘sways’ nella sua autobiografia ‘Born to Run’.

Pensiero

Nel 1975 avevo sedici anni e Springsteen dieci di più. Quando ascoltai Born to Run per la prima volta, fu un fulmine a ciel sereno. Rimasi incantato dall’energia di questo giovane musicista, dal sax di Clarence Clemons (morto nel 2011) e dal sound che riusciva ad esprimere con estrema semplicità.
Subito la critica gridò alla nuova rivelazione rock e non ebbe torto.

Da quel momento non lo persi più di vista, pardon udito, e di dischi meravigliosi è riuscito a donarmene in grande quantità. Le canzoni di una bellezza disarmante sono tantissime e trovarne una è un’impresa impensabile e proprio per questo ho scelto la prima del suo primo (non di pubblicazione) disco che mi fece conoscerlo.

A differenza di altri brani di altri musicisti descritti qui sul blog, a cui sono legato per particolari motivi, in questo caso sono più legato all’intero disco, un disco legato ad una età in piena crescita musicale (e non solo) dove (anche) il boss ha avuto un ruolo determinante nella mia formazione “sonora”.