Poco dopo la prima elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, 1984 di George Orwell è tornato a essere un bestseller. Raggiungendo la vetta delle classifiche americane, il romanzo che ha ispirato il termine “orwelliano” ha superato l’ultima opera di Danielle Steel, le poesie di Rupi Kaur, l’undicesimo libro di Diario di una schiappa e le memorie di un giovane ambizioso di nome J.D. Vance. Ma quanto della sua rinnovata popolarità è dovuta alla rilevanza di una visione di quasi 70 anni fa di un’Inghilterra futura, squallida e totalitaria, per l’America del XXI secolo, e quanto al fatto che, in termini di influenza sull’immagine politica della cultura popolare, nessun’altra opera letteraria le si avvicina.
Ci sono molte ragioni per non voler vivere nel mondo immaginato da Orwell in 1984 : la burocratizzazione totale, la mancanza di piacere, l’incessante sorveglianza e propaganda. Ma niente di tutto ciò è così intollerabile come ciò che rende tutto ciò possibile: la pretesa dei governanti di avere il controllo assoluto sulla verità, una forma di manipolazione psicologica difficilmente limitata ai regimi che consideriamo malvagi.
Orwell lavorò per il servizio estero della BBC durante la guerra, e lì ricevette una preoccupante educazione sull’uso dell’informazione come arma politica. L’esperienza ispirò il Ministero della Verità, dove il protagonista del romanzo, Winston Smith, trascorre le sue giornate a riscrivere la storia, e il dialetto della Neolingua , un inglese fortemente ridotto progettato per restringere la gamma di pensiero dei suoi parlanti. Orwell potrebbe aver sopravvalutato il grado in cui il linguaggio può essere modificato dall’alto verso il basso. Oggi sentiamo tutti guerrieri culturali descrivere la realtà in modi fortemente distorti, politicamente carichi e spesso sconcertanti.
Documentario di 21 minuti in lingua italiana, estremamante interessante.
La verità, però, è che paradossalmente, ma solo glottologicamente, l’americano è già la forma distorta e brutalmente spiccia dell’inglese. E questo, all’americano medio, la ferocia linguistica del presidente lì eletto non la fa direttamente percepire.
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