Immaginate di aver messo Syd Barrett a vivere in un ghetto di qualche metropoli americana e di avergli fatto sentire, in maniera intensiva, rap, hip hop e anche un pizzico dell’eredità attuale delle Mothers zappiane, unito a buone dosi di musica roots. In Beck Hansen (Los Angeles, 1970, figlio d’arte) il gusto per la psichedelia e il folk stralunato trovano una incarnazione entusiasmante. In generale, nella scia del pop d’autore, quella che nel tempo ha generato talenti al di qua e al di là dell’Oceano (qualche nome: Costello, Bacharach, Hazlewood), si insinua un interesse inedito per gli strumenti artigianali della tecnologia, soprattutto quelli analogici.
È chiaro, nella coralità di pezzi come Derelict o Tropicalia c’è molto di più di qualsiasi riferimento “puro”: essenzialmente, una curiosità inesausta per tutto ciò che si muove musicalmente e un talento di scrittura toccato dalla mano di Dio. Beck è un personaggio modernissimo e per certi versi arcaico, un raccordo sicuro fra le esperienze del passato e le manipolazioni attuali, l’ultima grande figura che sa sposare le tradizioni country-blues con inflessioni di ogni tipo, partendo dagli scossoni del post punk. Pratica taglia-e-cuci underground e “autogestione”, che si svilupperà nel tempo con album quali Stereopathetic Soul Manure (1994) e vedrà confronti altrettanto interessanti con le origini in One Foot In The Grave (in realtà le primissime incisioni del Nostro) e Odelay (1996). L’album d’esordio dell’artista americano vede la nascita di una vera e propria attitudine diversa nel concepire la musica rock, che si può definire senza grandi rischi epocale.
