Albert Ayler

Albert Ayler, scomparso prematuramente e in circostanze ancora oggi non del tutto chiarite, creò uno stile inconfondibile che ricordava quello delle antiche fanfare: lanciava richiami evocativi, sembrava chiamare a raccolta gli ascoltatori da una giungla tribale nascosta nella modernità dei tempi. Nelle sue incisioni la struttura musicale era interamente destabilizzata, lasciava spazio a una sorta di primitivismo dadaista. Ayler spiccava su scenari selvaggi con un suono squillante, un richiamo ancestrale, ribattuto in sequenze essenziali e frammentarie. Era un perfetto esempio di come spesso, nell’apparente eccesso di intellettualizzazione operata da molti protagonisti dell’era «free», si nascondesse un forte slancio primitivo. Pur nella sua radicale distanza dalle regole comuni della comunicazione musicale, Ayler si sentiva in fondo molto vicino ai suoi antenati africani, o meglio a un’idea mitizzata della giungla primordiale, dell’Eden dal quale i neri erano stati strappati a forza.
Ma c’era anche, come abbiamo già ricordato, l’imponente presenza di John Coltrane, il quale a partire dal 1960 cominciò a inseguire l’informalità, abbinata a una prodigiosa tecnica di improvvisazione, che influenzò profondamente i sassofonisti dell’epoca, con molti epigoni, tra cui Pharoah Sanders. Ma era implicito nell’estetica free, votata a destabilizzare anche le gerarchie interne alle formazioni, che tutti gli strumenti subissero una profonda revisione stilistica, anche quelli, come la batteria e il contrabbasso, in genere legati a un ruolo di semplice accompagnamento.


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