Eric Dolphy

Nei Sessanta venne fuori una generazione interamente nuova di jazzisti oltraggiosi, perentori, sfacciatamente rivoluzionari, decisi a seguire mille strade diverse grazie alla liberazione operata dalla rottura del free jazz, che in un certo senso, al di là del suo specifico contenuto, funzionava come un invito a essere letteralmente liberi di scegliere qualsiasi strada. Come di fatto avvenne. Molti leader intrapresero percorsi originali e differenziati. Tra i primi ci fu Eric Dolphy, schivo, inquieto e nomade californiano di Los Angeles, emigrato prima a New York poi in Europa, come «one-man-band» disposto ai più avventurosi incontri con i musicisti più diversi, dagli immancabili «americani di passaggio» ai jazzmen scandinavi, olandesi e tedeschi, non sempre allo stesso suo livello. Gli anni più creativi di Dolphy non furono neanche cinque, dal I960 alla fine prematura. Troppo pochi per imporre definitivamente la sua straordinaria classe, ancora indecisa tra ordine e disordine, tra musica tonale e atonale, tra melodia e trasgressione, tra musica di gruppo e solitaria, proprio negli anni a cavallo tra l’hard bop e il free jazz. Il mite Eric prefigurò magnificamente e sostenne con lungimiranza tutto questo, brillando come uno dei fari più sfolgoranti del cambiamento. Il suo polistrumentismo, sviluppato poi fino alle estreme conseguenze dai jazzisti di Chicago, ha emancipato il sax alto, il clarinetto basso e il flauto, trasformati in voci autonome d’inaudita bellezza da lui riunite in un’unica, struggente personalità. Come flautista, rimane senz’altro il più raffinato di quegli anni con buona pace del più estroverso e funambolico Rahsaan Roland Kirk. Un fascino che rimase inalterato anche con gli altri strumenti, misurato in una fulminea ma intensa carriera divisa tra le imprese personali e quelle al servizio di eccellenti leader come Chico Hamilton, Oliver Nelson, George Russell, Max Roach, Charles Mingus, Ornette Coleman e John Coltrane.


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