Il Buddismo e la scelta della felicità #5/10
[…] Se vi chiedete, per esempio, che cosa desiderate dalla vita per voi stessi o per il vostro partner, per i vostri figli, i parenti o gli amici e i conoscenti, la risposta si rivela sempre essere “una vita felice e realizzata”. E buona parte degli studi moderni di ricerca sociale confermano che questa risposta è universale: va oltre tutte le barriere nazionali, religiose, etniche e di status. Fa parte, in altre parole, della condizione umana universale. Inizialmente il concetto può essere espresso in termini di salute, o ricchezza, o relazioni o carriera, eccetera, ma alla fine tutti questi desideri sono solo obiettivi secondari che contribuiscono alla nostra felicità. Sono, per così dire, fermate secondarie lungo l’itinerario. Se non fosse così non le vorreste, né per voi né per gli altri.
Quindi si tratta di una prospettiva molto diversa.
Significa che è possibile esprimere questa grande idea rivoluzionaria che il Buddismo ci presenta, un’idea che troviamo così insolita e così difficile da mandare giù, affermando che il Buddismo non fa altro che riconoscere la realtà essenziale della nostra natura umana universale. Non fa altro che sottolineare che questa è la più forte delle motivazioni nella vita umana e che può essere imbrigliata e sfruttata come strumento di cambiamento per consentirci di vivere una vita più ricca e intensa.
Ciò forse spiega perché spesso si senta dire che “Buddismo è ragione” o “Buddismo è buon senso”. […]
Tuttavia questa nuova prospettiva ci porta solamente a metà strada. Ci può aprire gli occhi alla realtà essenziale di quanto dichiara il Buddismo, ma non ci dice molto circa il come essenziale. Sono convinto che tutti noi sottoscriveremmo la validità dell’idea centrale, ma volerla è diverso da conseguirla. Dobbiamo imparare a conseguirla, dobbiamo imparare a prendere il materiale difficile e intrattabile che tanto condiziona la nostra vita e trasformarlo in carburante per il benessere. Il Buddismo tratta la questione dicendoci di fare il passo essenziale di riconoscere nel nostro cuore che si tratta di una scelta che possiamo fare. Che possiamo attivamente cominciare a tessere la felicità nella nostra vita. E questo riconoscimento ha lo scopo essenziale di mettere le nostre speranze, determinazioni e ambizioni nella stessa direzione.
Questo ci porta di fatto a un altro paradosso improbabile che costituisce il cuore degli insegnamenti buddisti, ossia che felicità e sofferenza non sono, come spesso pensiamo, esperienze totalmente diverse e separate poiché si trovano agli estremi opposti dell’ampio spettro dell’esperienza umana. Il Buddismo dice che esse sono strettamente e intimamente interconnesse, quasi come le facce opposte di una stessa moneta.
Come può essere? Direte voi. Non ha senso! Siamo fortemente condizionati a evitare la sofferenza, e cerchiamo attivamente la felicità, e queste stanno in due direzioni chiaramente diverse. Il Buddismo in realtà non la pensa così, sostenendo che questa è una visione semplicemente incompleta e parziale. Nel senso che se crediamo, come normalmente facciamo, che la nostra felicità in questa vita sia direttamente dipendente dal condurre un’esistenza senza intoppi, senza guai, illuminata dal sole, senza ansia e difficoltà, allora questa è decisamente una strategia destinata a fallire, dal momento che è irrealizzabile. Nessuno di noi conosce nemmeno una persona che conduca una vita del genere.
Se invece cerchiamo di stabilire un senso di benessere forte e resiliente nella nostra vita allora la felicità sì può essere raggiunta, sostiene il Buddismo, poiché l’unico posto dove essa si trova è nel bel mezzo di tutti i problemi che la vita ci scaglia addosso. Questa è l’unica realtà. Pertanto, la nostra felicità e la nostra u sofferenza si trovano nella stessa direzione. (Continua)