Edward Hopper è nato il 22 luglio 1882 a Nyanck, nello stato di New York. Provenendo da una colta famiglia borghese, ebbe la possibilità di dedicarsi allo studio della pittura. Nel 1900 si trasferì a New York.
Allievo della New York School of Art, Hopper frequentò la New York School of Art dove ebbe degli ottimi maestri, i quali trasmisero al giovane allievo la lezione degli impressionisti europei.
Nel 1906 Hopper si recò a Parigi immergendosi nella vivacità artistica e culturale ed edonistica della città, frequentando incessantemente musei, gallerie, mostre e caffè. Dipinse en plein air lungo la Senna, nei parchi e nelle strade, avvicinandosi così alla maniera impressionista.
Dopo la Francia il giovane pittore visitò molti paesi europei, mai l’Italia. Attraversò l’Atlantico altre due volte per tornare a Parigi, confermando la scelta di dedicarsi a una pittura realista.
Scriveva Nietzsche che l’arte nasce dall’unione di due elementi: un grande realismo e una grande irrealtà. Edward Hopper li possiede entrambi, e nel grado più alto. Il suo realismo è evidente. Prende forma nei suoi quadri un’America non letteraria e senza mitologia, che porta i segni di un’età contemporanea, anche se vagamente fuori moda: niente grattacieli, automobili, fabbriche, ma binari della ferrovia, case coloniche di legno bianco con i loro tetti a triangolo, mansarde vittoriane coi loro comignoli, fari sulla costa atlantica. La “scena americana” che dipinge comprende oggetti comuni e luoghi familiari: distributori di benzina, caffè, drugstore, negozi con le vetrine illuminate, uffici, stanze d’appartamento e camere d’albergo in cui compaiono una o due figure.
Ma ancora più evidente del realismo è l’irrealtà delle sue immagini. Hopper ha trasformato New York in una Tebaide di eremiti, in una città deserta, immersa in una luce geometrica.
La luce. Luce filtrata dalla mente dell’artista. Luce del colore che costruisce gli oggetti, i corpi e le sensazioni.
L’idea che si percepisce guardando quelle immagini evoca un sentimento di solitudine, di non comunicazione. Corpi e visi di persone tristi e silenziose, che indugiano nell’immobilità del tempo. Ma questa è un’opinione, Brian O’Doherty constatava: “Nei suoi quadri Hopper ha raggiunto una forma di neutralità che li lascia aperti a molte interpretazioni, secondo le ‘”possibilità” di chi li guarda”.
Per essere la vita di un artista, quella di Edward Hopper appare fin troppo semplice e austera, quasi monotona; nasconde in realtà una personalità ferma e decisa che gli ha permesso di esercitare un controllo rigoroso sulla sua arte e, probabilmente, sul mondo che lo circondava.




Grazie! grazie di cuore per questo post!
Adoro Hopper❤️
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Mi fa molto piacere Luisa.
Buonfinesettimana
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Buon sabato sera a te🌹
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