Il Buddambulo #18

Il Buddismo e la scelta della felicità #3/10

[…] Secondo il Buddismo, infatti, quando cominciamo questo viaggio puramente personale verso un maggiore ottimismo e una migliore capacità di reagire, verso, di fatto, una più grande felicità, anche se all’inizio potremmo essere concentrati solo sui nostri problemi, inevitabilmente, attraverso la pratica buddista, ciò avrà ripercussioni di più ampio respiro, fino ad abbracciare tutta la società. È come lanciare il nostro sasso nello stagno globale. E ogni sasso, per quanto piccolo, per quanto personale e intimo e apparentemente insignificante possa essere, crea una serie di onde, che a loro volta producono il cambiamento. Il nostro cambiamento personale può inizialmente avere un effetto solo sulle persone a noi più vicine, intendo famiglia e amici, magari colleghi di lavoro. Ma l’effetto è reale, e mantenendo questa tendenza verso un approccio più positivo in qualunque situazione, il Buddismo insegna, le onde si estendono lentamente, gradualmente, ma ininterrottamente, fino alla società e ben oltre.
Negli ultimi anni gli psicologi hanno osservato che la differenza sostanziale fra le persone felici e le persone infelici è la presenza o meno di relazioni sociali ricche e soddisfacenti, ossia la capacità e l’opportunità di condividere esperienze significative con la famiglia, gli amici, i colleghi e i vicini. Il Buddismo insegna questo principio basilare da molte centinaia di anni. In altre parole, pratichiamo per migliorare non solo la qualità della nostra vita ma anche quella delle persone che la nostra vita incontra. La ricerca moderna in ambito sociale ha riconosciuto qualcosa di molto simile solo negli ultimi vent’anni. Tuttavia si tratta di una notevole convergenza di idee. E la cosa straordinaria è che questo sembra coincidere con l’inizio di un cambiamento nel modo in cui la società nel suo complesso si prepara a valutare l’idea di progresso, distante dai parametri strettamente economici o finanziari che hanno caratterizzato il ventesimo secolo, ma impiegando criteri imperniati sull’idea di benessere individuale. Questo rappresenterebbe di di fatto un inizio completamente nuovo, o, se volete, un mondo nuovo. […]

Credo che pochi di noi sappiano apprezzare la qualità della propria vita in ogni attimo, ma sono certo del fatto che la maggior parte di noi sia in grado di riconoscere, con un approccio pressoché intellettuale e distaccato, che questa capacità sia una qualità apprezzabile, dato che consente di vivere una vita molto più ricca e intensa. Si tratta di vivere il presente piuttosto che lasciarlo trascorrere, come la maggior parte di noi tende a fare.
Spesso spendiamo molta più energia ad attendere ansiosamente il verificarsi di qualche evento in là nel tempo, come una vacanza o una celebrazione o un viaggio da qualche parte dove non siamo mai stati, piuttosto che a concentrarci su quello che stiamo facendo ora, in questo momento. Tuttavia, in sé e per sé, il riconoscere il valore del vivere il presente non ci porta molto lontano. L’idea resta alquanto distaccata, perché per quanto possa essere auspicabile non sappiamo bene come fare per raggiungerla, e così gli obiettivi per cui pensiamo non vi sia alcuna possibilità di riuscita o alcun percorso a essi diretto rimangono immancabilmente localizzati nella periferia dei nostri pensieri. (Continua)


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