Il Club è stato aperto una decina d’anni, dalla metà degli ’80 in poi, prima di lasciare Mark Eitzel fuori dalla porta a cercarsi una nuova vita solista. Dei tre album pubblicati nei ’90, Mercury è forse il più intenso e profondo. La produzione di Mitchell Froom, solitamente molto presente, quasi non s’avverte. La materia è tutta nelle mani e nella voce senza melodia di Eitzel, nella sua disperata richiesta d’amore, nei suoi silenzi improvvisi e in quella percezione dello spazio che aveva già reso grandi i dischi precedenti. Benché sia fatto sostanzialmente di canzoni pop o folk, comunque di ballate, non c’è una sola possibilità di cantarne un refrain. Semplicemente perché non ce n’è. La forza compositiva di Eitzel è diretta altrove, a un’emozionalità circolare e stordente che non ha finora conosciuto eguali.
