Boccioni

Umberto Boccioni nasce a Reggio Calabria il 19 ottobre 1882 in via Cavour al 41, in una casa che sarà poi distrutta dal devastante terremoto del 1908.
Suo padre, Raffaele, e sua madre Cecilia Forlani, erano entrambi originari di Morciano di Romagna, vicino a Cattolica. Si devono all’impiego del padre, commesso di Prefettura, i frequenti trasferimenti da una città all’altra del Regno della famiglia Boccioni di cui fa parte anche Amelia, sorella maggiore di Umberto, nata nel 1876. Venti giorni dopo la nascita del figlio, Raffaele Boccioni si trasferisce con la famiglia a Forli, dove rimarrà per circa tre anni. Seguiranno altri spostamenti: nel 1885 a Genova, nel 1888 a Padova, dove Umberto inizierà gli studi, frequentando le scuole pubbliche e per un breve periodo il collegio. Fino al 1897 il nucleo familiare rimane unito, poi Raffaele prende servizio alla Prefettura di Catania, dove si trasferisce con il figlio, mentre Cecilia e Amelia restano a Padova.
Questo momento segnerà per sempre Umberto. Il tema della lontananza ricorrerà costantemente nella sua opera.

Un un bellissimo studio critico su Umberto Boccioni, dice Giulio Carlo Argan: “Di Umberto Boccioni, morto a poco più di trent’anni, non conosciamo che le esperienze generose e le tappe bruciate di una formazione impaziente ma in nessun modo inquieta. È difficile dire s’egli avesse tutte le qualità di un grande maestro ma ogni atto della sua breve carriera d’artista appare dettato da una scelta motivata e sicura, reca l’impronta di un temperamento deciso ad affrontare tutte le esperienze e a trarre da esse tutte le conseguenze”.
Benissimo detto. Vorrei solo aprire una breve parentesi su quel: “in nessun modo inquieta”, non inquieta per fatto di dubbio o d’incertezza sulla scelta creativa; da quell’uomo nei confronti dell’arte di eccezionale cultura, Boccioni aveva idee chiarissime fino dal punto di partenza di quello che voleva, dell’arduo compito che ogni volta si proponeva, non ne conobbi uno altrettanto sicuro della propria scelta, ma d’altra parte non ne conobbi un altro altrettanto inquieto e tormentato, con se stesso in continuo assetto di guerra relativamente ai risultati di quella scelta medesima; senza concedere un attimo di requie all’anima illuminata da un ambizioso miraggio di grandezza e non rappresentando mai nel suo percorso un punto di arrivo ogni realizzazione e ogni nuova audace esperienza ma soltanto una tappa, da lasciar pensare talora, osservandolo, a un prigioniero che batte la testa contro il muro che lo serra.


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