In quanto a stranezze, probabilmente nessuno ha mai superato Thelonious Monk, proverbiale caso di enigma vivente a cominciare dal primo nome, Thelonious, ereditato dal padre, e dal secondo, Sphere, del quale nessuno a ma appurato l’origine, né la reale esistenza anagrafica. Nato alla fine degli anni dieci (non c’è certezza nemmeno sulla data di nascita), Monk era già, all’inizio degli anni Quaranta, il pianista fisso del Minton’s di New York, il club scelto come laboratorio permanente dai “rivoluzionari” del bop. Monk si trovo cosi al centro del movimento che ha cambiato la storia del jazz, ma non ne fu affatto coinvolto. La musica era l’unico interesse della sua vita, ma l’attenzione era rivolta unicamente all’opera del suo ingegno. Prova ne è il fatto che Monk ha scritto gran parte del suo repertorio nei primi anni di attività, quando era praticamente ignorato. Con felice intuizione, è stato scritto che Monk sembrava rimanere fermo ad aspettare che il futuro lo raggiungesse e facesse capire agli altri la sua musica. Poi si è limitato a lasciare che gli altri lo ascoltassero. Nessuna storia del jazz escluderebbe il suo nome dai fondatori del be-bop, ma Thelonious in realtà ha più che altro garantito la sua presenza e, anche in termini stilistici, con i boppers voleva avere poco a che fare. D’altra parte le sue radici di strumentista affondano nella tradizione stride, quella dei rent parties, che sono stati la sua prima fonte di reddito. La tecnica pianistica di Monk era, secondo alcuni, piuttosto rudimentale. In effetti si trattava di un modo di suonare assolutamente fuori dalla norma, con le dita tese e non piegate secondo la prassi classica. Questo veniva considerato un limite tecnico grave: non va dimenticato però che, nonostante la sua indifferenza al mondo esterno, Monk, per quello che riguarda la musica, sapeva benissimo ciò che voleva. L’approccio alla tastiera con le dita rigide gli consentiva di ottenere quella sonorità inconfondibile, percussiva, che scaturiva proprio dal modo in cui venivano colpiti i tasti. Una tecnica messa a punto sul piccolo pianoforte del modesto appartamento del ghetto di San Juan Hill che ha abitato per tutta la vita, anche quando, ottenuti seppur tardivi riconoscimenti, aveva raggiunto una relativa agiatezza.
Per molti anni Monk ha avuto una vita difficile, ha lavorato per pochi dollari in locali di quart’ordine e dal 1951 al 1957 non ha lavorato affatto. Dal 1957 la sua stella inizia a brillare, quando con il suo quartetto (del quale hanno fatto parte anche Sonny Rollins, John Coltrane, Johnny Griffin e Charlie Rouse) propone il repertorio che lo ha portato a diventare un maestro, composto di brani come Round Midnight, Ruby My Dear, Straight No Chaser, Epistrophy, ai quali vanno aggiunti classici come Blue Monk, Well You Needn’t, o Misterioso. Monk diventa una star, suona in tutto il mondo e nel 1964 conquista addirittura la copertina di “Time”. La gloria lo accompagna sino alla fine del decennio, poi la discesa, la voglia di scomparire agli occhi del mondo, l’autoreclusione nella casa di San Juan Hill e quindi nel 1986, la scomparsa.
