Gramsci e la conoscenza: sapere è politica, politica è sapere

Normalmente siamo portati a pensare che conoscere significhi rispecchiare il reale: spesso infatti diciamo che qualcosa è vero se corrisponde alla realtà. È la teoria aristotelica dell’adequatio rei et intellectus. In realtà, questa teoria pone diversi problemi, ed è stata a più riprese criticata nel corso del Novecento.

In particolare Max Weber, uno dei padri della sociologia moderna, ha posto l’attenzione sul fatto che per conoscere è necessario creare dei modelli di realtà, e che ogni volta che pensiamo una teoria, stiamo facendo riferimento non alla realtà, ma a un modello di realtà. Dunque, in un certo senso, conoscere significa creare: non che l’essere umano crei materialmente, ontologicamente, il reale, ma nel senso che, per gli esseri umani il mondo non è separabile dall’attività intellettuale per comprenderlo.

Il rischio di questa concezione, però, è di ridurre, o addirittura negare, l’importanza della realtà rispetto alla creazione di modelli, e dunque di concepire il sapere come una verità convenzionale: crediamo a qualcosa non perché la realtà ci dà delle prove, o dei motivi per crederci, ma per un accordo tra le persone, o almeno tra chi si occupa di studiare la realtà. È il vecchio problema del sapere dei sofisti: quando l’uomo diventa «misura di tutte le cose», come scriveva Protagora, l’unica garanzia della veridicità di qualcosa diventa l’accordo fra le parti. (Per continuare a leggere questo interessante articolo di Simone Coletto, clicca QUI)


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