Il terzo album della cantautrice, chitarrista e arpista di Brooklyn, New York, Lizzie No è un costrutto. Classificare gli artisti potrebbe rendere più semplice l’organizzazione dei negozi di dischi e delle playlist, ma non esiste un termine che possa definire un artista, men che meno uno come Lizzie No.
Si potrebbe dire che Lizzie No fa musica “americana”, in quanto il suo lavoro attinge ai ritmi e alle tradizioni del blues, del folk e del country. Mostrando un’innegabile influenza indie che le permette di muoversi frequentemente e senza soluzione di continuità tra circoli musicali sovrapposti.
Si potrebbe dire che Lizzie No scrive canzoni di “protesta”, in quanto donna nera e queer, la sua intera esistenza è una protesta vivente, respirante e cantata contro un genere e un paese che sono riluttanti a fare i conti con le fondamenta stesse su cui sono stati costruiti.
Il modo meravigliosamente intricato di scrivere canzoni di Lizzie No risplende in queste undici canzoni, con il personale e il politico che si intrecciano l’uno con l’altro con la stessa naturalezza del suo patchwork di influenze. L’album funge da conversazione vivente tra le ispirazioni musicali e letterarie di No, riflettendo la sua venerazione per le grandi voci che l’hanno preceduta, da Lucinda Williams a Toni Morrison, e la sua ricerca di una connessione tra loro.
