Se il primo album della Band “Music from Big Pink” (1968), per molti il capolavoro del gruppo, sembrava provenire dal nulla, fu con questo secondo disco Omonimo che la Band prese il volo. Il gruppo più coeso e compiuto, con uno sforzo maggiore e consapevole, assume le fisionomie di vera band. Abbandonando la miscela sgangherata, per quanto eccezionale del primo lavoro, il suono delle dodici canzoni che compongono questa pietra miliare assume una linea più marcata e personale.
Una Band speciale sotto molti punti di vista: per il nome (l’unico veramente incondizionato), per la provenienza geografica, per le peculiarità dei componenti: un batterista che suona il mandolino, un organista che suona il sassofono, un bassista che suona il violino e un pianista che suona la batteria. L’unico normale è il chitarrista Robbie Robertson, che però è un eccellente strumentista, oltre che autore di gran parte delle canzoni e leader a tutti gli effetti. Appunto, una Band con un leader non cantante: le voci affidate al batterista, al pianista e al bassista. Una Band di purissima americana costituita per quattro quinti da canadesi. In una parola: un miracolo.
Più dell’esordio di Music From The Big Pink, questo secondo album omonimo è il solco più profondo scavato nelle viscere dell’America ancenstrale, dalle fondamenta di ragtime, bluegrass, jazz fumoso, rhythm’n’blues e folk da campo. Un uovo concetto di country-rock, diranno i critici contemporanei. Robbie Robertson, Levon Helm, Rick Danko, Garth Hudson e Richard Manuel ci arrivarono dopo aver sudato come The Hawks al fianco di Ronnie Hawkins e con Dylan nella basement, ma ci giunsero essenzialmente “da soli”, con un insieme di cultura, grazia a passionalità che non verrà mai eguagliato. Immagini calde e fascinose, il Grande Romanzo Americano nella sua essenza più nobile.
Across The Great Divide, Rag mama Rag, The Night They Drove Old Dixie Down, Up On Cripple Creek e Rockin’ Chair sono scritte sul Libro della Vita.
Oggi non ne resta nessuno di quei prodigiosi figli americani: Manuel si è impiccato, Danko è morto nel sonno. Robertson è morto di cancro, Helm se ne andato nel 2012 e Hudson a gennaio del 2025. (Aggiornato)
Questa è musica senza tempo.

Ma quante ne sai, Silvano!🎩
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Che vuoi, la musica mi accompagna e soprattutto mi interessa praticamente da sempre, il resto sono quisquiglie… 😉 😀
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Io imparo da te molto volentieri.
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AMICO GRANDISSIMO. MI SPIACQUE DIRTI CHE DELLA BAND E’ RIMASTO SOLO GARTH HUDSON, IL BARBA CHE SUONA IL SASSOFONO . GLI ALTRI 4 SONO ANDATI AVANTI TEMPO FA, ULTIMO ROBERTSON NEL 2023 . NON HAI DETTO NADA (Malanima) DEL BELLISSIMO FILM DI SCORSESE CHE NE CELEBRAVA LO SCIOGLIMENTO , “THE LAST WALTZ” . CIAONE PIERO V.
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Carissimo questo, come tutti i post di vecchi dischi, so recensioni datate e quindi non aggiornate sui vivi e sui morti, che poi alla fine conta poco.
Mi spiace invece contraddirti su “Last Waltz” in quanto questa è una recensione su “The Band” e non sulla colonna sonora a cui per altro partecipano vari musicisti, e non solo “The band”.
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