Nel 2006 usciva una compilation di cover intitolata Yo La Tengo Is Murdering the Classics, in cui la band di Hoboken aveva raccolto una serie di cover suonate dal vivo durante un evento di raccolta fondi per la stazione radio indipendente WFMU. In quell’occasione le canzoni erano a richiesta: gli ascoltatori ne chiedevano una via telefono e la band si cimentava nel suonarla a memoria, con risultati alterni.
Ora, dieci anni più tardi, viene alla luce un secondo lavoro intitolato, appunto, Murder in the Second Degree, una nuova raccolta di cover improvvisate. Oltre alla pregevole copertina, di nuovo opera — veramente dark — di Adrian Tomine, il disco non è da meno. I brani “coverizzati” hanno la pregevole peculiarità di essere tutti “marchiati” Yo La Tengo, un suono, un marchio, una garanzia.
Sorprendente, questo è l’aggettivo più appropriato o per lo meno il primo aggettivo che mi viene in mente dopo l’ascolto di “Le Noise” l’ultimo lavoro di Mr. Neil Percel Young. In questo disco il cantautore canadese si fa aiutare per la prima volta dal produttore Daniel Lanois, canadese pure lui, che in questo caso è anche strumentista.Non è un’opera semplice, ovvia, “La Noise”, ci sono otto brani, di cui due ballate e per l’esattezza; Love and War e The Hitchhiker, canzoni acustiche di rara bellezza, e altre sei decisamente elettriche, molto elettriche!
Il disco è un fiume in piena, i suoni trasmettono la rabbia, la passione e l’amore di Neil per la vita. A voler marcare ancor di più questi sentimenti, Young scaraventa sulla sua chitarra tutta l’energia possibile, come voler raggiungere il più profondo, come volesse solleticare le viscere di ognuno di noi, il fatto è che ci riesce e ci riesce anche bene!
Questa la grandezza dell’artista, l’energia e la voglia di cavalcare le scene non da “vecchio pensionato” che vive sugli allori ma da attivo songwriter. Il coraggio di mettersi in gioco senza compromessi, la voglia di cambiare e di muoversi in continuazione è la sua priorità vitale.
Nonostante il risultato, naturalmente opinabile, dividerà i suoi fan, molto probabilmente per gli amanti del suono acustico risulterà poco piacevole la mezzora scarsa di suono elettrico, distorto, duro, con campionature digitali, sintetizzatori ed altri effetti elettronici, consigliati ed effettuati dal buon Lanois, non si può certamente negare ancora una volta che con questo “Le Noise” Neil Young si dimostra un grande. Il suo voler cercare sempre qualcosa di nuovo ed il volerlo suonare fa sì che ogni suo album sia diverso dal precedente.
Personalmente ascolto dopo ascolto il disco ha preso le mie simpatie e se certamente non prenderà il posto di altri suoi capolavori, il disco si merita il più che buono.
Con la partenza del membro fondatore e principale collaboratore dei loro primi due album, il polistrumentista Yves Lennertz, la terza uscita dei rocker psichici globali Yìn Yìn rimane sempre intrigante.
Band originaria di Maastricht, in Olanda, città adiacente al confine belga, hanno registrato il disco nel loro studio nella campagna belga di Mount Matsu, usando amplificatori valvolari analogici, retro-sintetizzatori e iniziative estremamente produttive nel mondo delle percussioni acustiche.
Sebbene la montagna possa essere immaginaria, non è una coincidenza che Matsu traduca dal giapponese il termine pino, simboleggiando la rinascita e la speranza per il futuro, un simbolismo che non si perde nella loro musica travolgente. Tra i riconoscibili potpourri di suoni e influenze che si possono incontrare ci sono la musica surf, il soul, la disco anni ’80, la psichedelia e il funk del sud-est asiatico e ritmi tribali.
Principalmente strumentale, la musica è colorata in modo intermittente con armonie vocali tenui: “Abbiamo deciso di usare solo scarsamente le voci, il che lascia molto spazio all’immaginazione dell’ascoltatore“. Con Mount Matsu, gli Yìn Yìn hanno prodotto il loro album più eclettico e avventuroso fino ad oggi, la vista dall’alto vale la salita.
Se si escludono le estemporanee night-session di Tonight’s the night, On the beach è il lavoro più drammatico, triste e doloroso di Young, ma anche quello meno negativo. Neil Young mette a nudo le sue esperienze facendone un punto di forza realizzando sei incubi agghiaccianti, tetri ed impenetrabili e due rifugi malinconici per il cuore. Storie di morte raccontate da chi è sopravvissuto, ricordi vicini e lontani che vengono rivisti con significati rivelatori. On the beach è una introspezione esistenziale con evidenti sottintesi psicoanalitici in un misto di irreale e quotidiano, di bisogno-abbandono, dove per la prima volta Neil Young vive la sua vita e le sue esperienze in prima persona. E’ l’impronta esasperata e vera del suo personale modo di intendere il blues: una musica cruda, chitarre sporche e lancinanti, ritmiche squadrate ed essenziali e su tutto la voce cruda di Neil che tesse frenetiche immagini surreali, suonate e interpretate esclusivamente per sé stesso. Con queste confessioni autobiografiche On the beach cancella il passato ed esprime una nuova esigenza del musicista che artisticamente e umanamente lascia tutt’oggi stupefatti.
Una delle peculiarità di Neil Young oltre aver scritto canzoni immortali, patrimonio sonoro di intere generazioni è stato il movimento; infatti la sua vita è sempre stata un continuo girovagare perché fermarsi avrebbe significato perdersi, straniarsi, in una sola parola: invecchiare. Per questo è sempre stato “sulla strada”, in direzione avanti, senza nostalgie o ricerche di un tempo perduto. Sempre senza curarsi della moda, perché il percorso di Young è costruito sulla roccia della coerenza e della qualità, non sulla sabbia del trend. E’ questo uno dei suoi segreti che, alla bella età di settantotto anni è ancora illuminato dalle luci della ribalta.
Se c’è un gruppo che rappresenta magnificamente il passaggio tra gli anni Sessanta e Settanta è quello che mette insieme David Crosby, reduce dall’avventura dei Byrds, Stephen Stills e Neil Young, che erano assieme nei Buffalo Springfield, e Graham Nash, inglese arrivato negli Usa dopo la sbornia beat vissuta in prima fila con gli Hollies. L’avventura iniziò nel 1968, con Crosby, Stills e Nash pronti a mettere insieme quelle straordinarie armonie vocali di cui diventano maestri (perfino i Grateful sostengono di aver imparato da loro quando incidono l’acustico Workingman’s Dead), la tradizione della canzone folk-rock, l’esperienza psichedelica, la lezione californiana delle “famiglie” dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane, con i quali erano particolarmente legati, un gusto pop assolutamente inedito, per produrre un disco d’esordio, nel 1969, che fu un capolavoro, una magnifica fotografia del sentimento dell’epoca, dolcemente in bilico fra un trasognato calore acustico e una più intima alterazione visionaria. Il loro esordio dal vivo fu glorioso, sul palco di Woodstock, e già allora la band si era arricchita della presenza del canadese Neil Young e della sua inconfondibile chitarra elettrica. Il movement era alla fine, il sogno degli anni Sessanta si era infranto, ma per Crosby, Stills, Nash & Young il momento del passaggio dal sogno alla realtà andava raccontato con passione, come riescono a fare in Déjà Vu, nel 1970 e con lo straordinario live 4 Way Street. Dopo quel tour la formazione si sciolse, per riformarsi varie volte nel corso degli anni, con risultati alterni. Ma le canzoni scritte e conservate in questi primi dischi, canzoni originalissime e testi incentrati su storie personali e collettive, raccontano quanto meglio di qualsiasi altra illustrazione le tensioni di quegli anni, la politica, la rabbia, l’amore, la libertà, la poesia. Erano quattro personalità tra loro molto diverse, ma proprio questa diversità, un perfetto quadrato alchemico, ha giustificato un equilibrio dal sapore magico.
In quegli anni Crosby realizzò un incredibile album solista, If I Could Only Remember My Name, forse più di altri una sintesi irripetibile, fatata, in stato di grazia, delle energie della musica californiana, un delicato e contemplativo vangelo concepito in un ideale crepuscolo calato sulla Baia di San Francisco, prima di perdersi nell’incubo della droga. Anche Stills si mosse da solo e con i Manassas nel solco di un rock a tinte più forti e passionali. Nash scrisse alcune delle canzoni più tenui e dolci della storia del rock americano (una fra tutte, Simple Man, una sorta di garbato manifesto esistenziale). Neil Young divenne un ruvido e stralunato eroe solitario, un grande hobo in grado di vagabondare per le strade del rock, rischiando di continuo, sperimentando errori e fughe paranoiche, toccando disperati bagliori di verità, scrivendo numerosi capolavori e arrivando ancora intatto alla contemporaneità, amatissimo, quasi venerato, dai rocker dell’ultima generazione.
La grandezza di un musicista e in questo caso di Neil Young sta nel non fossilizzarsi in stereotipi musicali. Mirror Ball è il disco che conferma questa regola. L’immagine ancora saldamente radicata nella mente di molti è quella del cantautore triste e solitario di “Harvest” (1972), del cantautore pacato di “Comes a time” (1978), o del vecchio bisonte che combatte la ruggine di “Rust Never Sleeps” (1979). Anche se tuttavia già nel corso degli anni ’70 Young aveva ripetutamente cercato di ridefinire il proprio ruolo e la propria statura umana e artistica attraverso scelte radicali ed estreme, a volte tutt’altro che popolari. Non bisogna dimenticare che all’epoca l’uscita di dischi ora osannati come “Times Fades Away”, “On The Beach”, e soprattutto “Tonight’s The Night” furono salutati come dei funerali artistici del canadese. Negli anni ’80 e successivamente, il compito è stato quello di demolire riuscendoci quella popolarità che gli derivava da un passato così glorioso. E disco dopo disco Neil non sbaglia un colpo, “Freedom”, “Weld”, “Harvest Moon”, diventano sfide personali per dimostrare a se stesso che è ancora in grado di fare buona o meglio ottima musica. Questo lavoro, potente, elettrico e carico di adrenalina è un’altra ennesima sfida, data soprattutto dal fatto che non si affida ai soliti amici “Crazy Horse”, ma ad un gruppo molto in auge: i Pearl Jam. “Mirror Ball” mette in sintonia due diverse generazioni, incastrandosi perfettamente l’uno nell’altro, come se da sempre la band di Seattle fosse il gruppo di Young. Tutti gli undici brani del disco sono scritti da Young. Il brano di apertura “Song X” è di presa immediata, potente e fresco, un valzer tipicamente younghiano. “Act Of Love” splendido brano, è un magma sonoro incandescente, con tre chitarre elettriche che impazziscono inseguendosi e disegnando un suono sporco e ruvido, la voce del canadese è acuta e la parte strumentale dei Jam è semplicemente perfetta. “I’m The Ocean” altro brano elettrico ed epocale, il suono è poderoso, i Pearl sono lanciati come una locomotiva a tutta velocità, la voce di Neil è superba, vibrante, è un brano capolavoro. “Big Green Country” è più morbido dei tre precedenti, scorre come un fiume in piena, trasportato nella corrente dalle chitarre dei Jam che bene sanno fare la band al servizio del canadese. “Truth Be Known” altro grande scenario sonoro. Nostalgica e piena di pathos la chitarra elettrica è quella di Young e si sente nel modo di suonare unico e personale. E’ una ballata vecchio stampo adatta comunque al tempo reale. Unica e secondo capolavoro dell’album. “Downtown” è il brano più stonesiano del disco (non dimentichiamoci che Young è un loro grande fan). La canzone è possente, solida e piena di feeling. La voce esile di Neil lascia spazio alle jam chitarristiche dei Pearl per un altro grande brano. La settima composizione dell’album “What Happened Yesterday” dura appena trenta secondi, è un frammento triste ed intenso, per poi passare a un diluvio sonoro che è “Peace And Love” con la voce di Eddie Vedder (finora relegato ai cori). Il brano è sempre molto elettrico e malinconico, i riff chitarristici danno uno spessore a questa canzone da renderla superlativa e grande composizione. “Throw Your Hatred Down” ricorda le cavalcate sonore chitarristiche che solo il nostro canadese ci ha saputo regalare. L’esecuzione è da manuale, con il motivo centrale ripetuto più volte e quindi più facilmente memorizzabile. Il penultimo brano “Scenery” è un ricamo intrecciato. Le tre chitarre si rincorrono e si incrociano, creando un fondo emozionale prima di lasciarci con l’ultimo brano del disco che porta il titolo di “Fallen Angel”, novanta secondi di organo a canne con la melodia che ci richiama “I’m the ocean”. Finale breve ed intenso che probabilmente è dedicato allo scomparso Cobain. Un disco di puro rock, esaltante e coinvolgente. Un altro grande disco dell’intramontabile canadese, con i Pearl Jam non come bonus, ma come colonna portante dell’intera opera. Una collaborazione fra vecchio e nuovo per creare una musica poderosa e sana per le nostre orecchie e la nostra mente.