Stima

Il valore che diamo a una persona è dato dalla stima che riponiamo su di essa.

Questa stima si forma dal modo di interagire con lei e da ciò che riceviamo. Ossia, da come questa persona reagisce ai nostri stimoli e da cosa decide di restituire, di aggiungere, di elaborare e passarci, in un interscambio che arricchisce entrambi.
Stima è riconoscere in questa persona integrità, sincerità, coerenza, capacità e la solidità che permette alla fiducia di radicarsi, nei giorni, nelle settimane e nei mesi.
Stima è “dare un valore”, un valore che sia al di sopra della media, per un modo di comportarsi, per un’integrità caratteriale, per determinati talenti da cui possiamo attingere e a cui possiamo anche contribuire, quando la fiducia è stata cementata.

La perdita della stima in una persona è molto vicina all’esperienza del tradimento. Un passo doloroso da superare è uno stupore freddo: l’incapacità di riconoscere quella persona per quella che ci si era manifestata, per quella che fino a poco prima credevamo essere.
Perdere la stima significa ritrovarsi soli in un’ attività, in un sentimento, in un qualsivoglia genere di scambio, quando prima si era in due e si producevano flusso energetico e valore, scambio umano e creazione – su diversi livelli.
Un’esperienza del genere può causare un collasso nervoso e nel peggiore dei casi andare anche a far tremare le fondamenta nella nostra scala di valori e dei nostri punti di riferimento. Con ricadute sulla stessa fiducia che riponiamo o riponevano in noi, per esserci “causati” un’esperienza del genere.

In questi mesi ho perso la stima in tante persone e questo fa male.

Forte

Avere un animale domestico in casa, come il mio ‘Forte’, un puro meticcio di 17 mesi, mi porta spesso a sottili riflessioni, tutte scontate per chi possiede un cane, forse meno per chi non lo ha.
L’amore incondizionato fatto di sguardi, leccate, scodinzolii e contatti è impagabile. L’impegno di nutrirli, giocarci, portarli a sgambettare, pulirli e curarli, sono poco in confronto alla gioia che dimostrano al tuo arrivo dopo un’assenza.
Certo, la quotidianità non è più la stessa, me ne sono reso conto in questo anno e mezzo. Il muoversi soprattutto, le spese al supermercato, il mangiare al ristorante, l’alloggiare in albergo, le vacanze e via via, non tutto è possibile, i limiti ci sono e non pochi. Le rinunce non mancano e tutto non si puo’ fare come prima, bisogna cambiare, abituarsi a nuove soluzioni.

Io non so scrivere

Io non so scrivere, sto imparando a scrivere.
E’ sempre stato un mio grande desiderio scrivere ma, per una serie di “ma”, esclusivamente di mia responsabilità, non l’ho mai messo in pratica. Solo una quindicina di anni fa ho cominciato con la musica.
Grande appassionato, da oltre cinquant’anni, mi sono detto: “Perché non scrivere qualche recensione? Ascolto dischi da sempre, la musica è il mio interesse e piacere primario, desidero imparare a scrivere, quale occasione migliore?”
Con tutte le imperfezioni che un incompetente manifesta come errori grammaticali, ortografici e lessicali, cominciai, consapevole del fatto che ci mettevo il cuore e che l’unica cosa che a me interessava era trasmettere le sensazioni e le emozioni che un disco mi infondeva, al di la dell’inesperienza giornalistica che a me certamente faceva difetto.
Ho scritto qualche centinaio di recensioni e un po’ alla volta le sto riversando in questo neonato blog personale.
Da pochi mesi mi sono avventato nella composizione di qualche haiku e di qualche prosa, senza particolare ambizione poetica. Sono per me semplici pensieri articolati in forma, un modo come un altro per tener uno “scripta manent” in una “mens sana”.

Il giardino

Sette o otto settimane fa ho sistemato il giardino dopo anni che non lo facevo. Smesso di lavorare alcuni mesi fa, ho aspettato che passasse l’inverno e ora da pensionato, mi sono prodigato per la messa in opera di alcuni lavori che necessitavano.
La pavimentazione che occupa parte dei 30 metri quadrati totali, è stata eseguita da un’impresa edile, del resto me ne sono occupato io.
Per prima cosa ho zappato la terra, e una volta finito era bello come un quaderno nuovo e come quello, prima di tutto, ci metti sopra il tuo nome, non per un senso di proprietà ma perché, fra le righe e i solchi, ci pianterai le tue idee.
Le idee a onor del vero non mancavano, quello che mancava era lo spazio.
Dopo aver “rullato” la terra senza rullo perché non ce l’avevo, ma solo con i piedi, ho seminato del trifoglio nano, non per una particolare simpatia ma perché tanto poi, per esperienza passata, perverrà la completa anarchia, e quindi tanto valeva fare delle scelte.
Successivamente ho coperto la semina con quasi un quintale di terriccio e rullato di nuovo con i piedi perché con altro non potevo.  
Ritornando alle idee, era da decidere ora cosa impiantare al posto di un Albicocco asportato diversi anni fa per via dello sporco che faceva non solo nel giardino ma anche nel marciapiede pubblico.
Da oltre trent’anni sono presenti due vecchi amici: un meraviglioso Giuggiolo e un Melograno, rimaneva da scegliere il “terzo” non incomodo da sostituire all’ex all’Albicocco. La scelta forse ovvia ma non per questo priva di valore è caduta su un Olivo. Il 24 marzo ho scavato la buca dove avevo deciso di impiantarlo e il 25 marzo l’ho messo a dimora seguendo tutti i crismi trasmessomi da una marea di video tutorial.
A poco più di un mese, il giardino sta prendendo forma. Il trifoglio sta uscendo anche se non proprio uniformemente, il Giuggiolo e il Melograno stanno mettendo fuori le gemme, l’olivo che è assai parco in dimostrazioni d’affetto, da piccoli segnali di adattamento.
Sorvolo sul resto delle presenze floreali in giardino, per la maggior parte piante grasse, perché se ne occupa la signora di casa.
Appena la visione di tutto questo avrà un senso per essere guardato, non mancherò nel condividere il loro progresso.

Ad Maiora!

Il ricordo del gusto

Dopo il ricordo del rumore e quello dell’odore, voglio ricordare quello del gusto.
Chiudo gli occhi, la mia memoria si muove in cerca di quei gusti che per un motivo o per un altro hanno lasciato un segno indelebile nei miei ricordi.
Il gelato alla fragola con l’interno di panna è il primo che mi viene in mente, gelato che rigorosamente potevo permettermi solo alla domenica nei mesi estivi.
Poi, ed è forse un segno del destino, il vino, che successivamente diventerà anche protagonista del mio lavoro, vino, che a differenza di oggi, una volta si cominciava ad assaggiare, almeno da noi in campagna, fin dall’adolescenza. Ricordo che non mi piacque subito ma un po’ alla volta ho cominciato ad apprezzarlo, un’usanza fedele che mi ha accompagnato fino ad ora.
Navigo con la mente e mi escono fuori vari gusti: le caramelle Rossana, alcuni dolciumi e quello deciso del castagnaccio.

L’elemento principale di questo senso è la lingua e i suoi recettori, il dolce, l’amaro, l’acido e il salato ma non solo, anche altri “bottoni” gustativi adiacenti come il palato, le tonsille e la faringe hanno la loro “relativa” importanza. Sono questi gli elementi che fanno funzionare il nostro gusto e che ancora una volta fanno, come per i rumori e per gli odori, da separatore “positivo” e “negativo” “buono” o “cattivo” del nostro bagaglio sensitivo. Anche i gusti inevitabilmente che lo vogliamo o no, ci accompagnano in tutta la nostra vita. La nostra mente immagazzina tutti i “file” gustativi e fa da pilota prima di qualsiasi assaggio.
Per assaporare nuovi gusti bisognerebbe però ogni tanto “resettare” i nostri ricordi, solo così riusciremo ad apprezzare nuove “frontiere” gustative.
Ciascuno di noi può raccontare i propri gusti e quindi vi chiedo di provare per un istante a risentire i ricordi gustativi dell’infanzia… cosa sentite? Pardon, cosa gustate?

Il ricordo dell’odore

Dopo il post sul ricordo dei rumori, viene questo sugli odori.
Il primo che viene alla mente è l’odore del caffè che, ancor mezzo assonnato alla mattina, riempiva la cucina. Poco dopo, avviandomi a scuola, immancabilmente entravo nel panificio per la merendina quotidiana e qui “l’apoteosi”, un vortice di profumi: pane misto a dolci, inebriava il mio “se” e il mio “soma”. Sarei rimasto ogni mattina lì, per sempre in quel panificio. Avrei voluto fare il panettiere a vita!
Anche le persone che ho incontrato nella mia vita le ricordo per l’odore, dei loro vestiti e per il profumo che indossavano.
Impressionante è il ricordo dei primi giorni di scuola, il meraviglioso odore della pelle della “cartella”, dell’astuccio e di tutta la cancelleria.
Altri ricordi mi portano inevitabilmente agli odori del cibo, il brodo di gallina domenicale solo per fare un esempio e soprattutto quello ancor presente del vino.

Ogni “odore” è importante per noi in quanto fa da separatore “positivo” e “negativo” del nostro bagaglio sensitivo personale. Gli odori inevitabilmente che lo vogliamo o no, ci accompagnano in tutta la nostra vita.
Gli odori famigliari, dell’ambiente in cui lavoriamo, delle situazioni che frequentiamo, aiutano il nostro ricordo in maniera determinante.
Ciascuno di noi può raccontare i propri odori e quindi vi chiedo di provare per un istante a risentire gli odori dell’infanzia… cosa sentite?

Il ricordo del rumore

Ricordo che da bambino sentivo frequentemente il rumore dei merli nel mio orto alla mattina presto, i vicini si lamentavano di quel “baccano” che disturbava “l’ultimo” sonno.
Ricordo tutta una serie di rumori: il caratteristico stridio dell’avvitamento della caffettiera che sanciva l’inizio di una nuova giornata, il ticchettio della sveglia in cucina, il frastuono che emanavano i raggi della bicicletta al contatto con il cartone appiccicato per farla sembrare una moto, il particolare cigolio della maniglia della porta d’ingresso, le voci di mia madre e mia sorella che già di buonora bisticciavano, le voci delle persone che frequentavano casa, gli svariati suoni soprattutto nella calura estiva…
Senza entrare nei particolari, dato che ciascuna esperienza è assolutamente soggettiva, mi sembra importante sottolineare il valore delle sonorità che ci circondano e che giorno dopo giorno, in sordina, entrano a far parte di un patrimonio sonoro personale.

Spesso, quando si parla di sonorità, è facile pensare all’ultimo successo musicale, alla radio, al cinema o alla televisione, mentre esiste una “mappa sonora” molto sottile e molto resistente allo scorrere del tempo. Sono i suoni dell’ambiente familiare che ci “nutrono”, ci hanno aiutato e ci aiutano a crescere.
Ciascuna persona potrebbe raccontare i propri vissuti sonori e quindi vi chiedo di provare per un istante a riascoltare i suoni dell’infanzia… cosa sentite?