Kenny Burrell, tocco raffinato e fluido

Kenny Burrell è un chitarrista jazz americano nato il 31 luglio 1931 a Detroit, noto per il suo stile elegante e sofisticato, che fonde bebop, blues e swing con una grande sensibilità armonica. È considerato uno dei più grandi chitarristi jazz di tutti i tempi, apprezzato per il suo tocco raffinato e la sua capacità di creare linee melodiche fluide e ricche di sentimento.
Cresciuto nella vivace scena jazz di Detroit, Burrell ha iniziato a suonare professionalmente già da giovane, collaborando con artisti come Dizzy Gillespie e Tommy Flanagan. Il suo debutto discografico avviene nel 1956 con l’album Introducing Kenny Burrell, che mette in mostra il suo stile sobrio e sofisticato.
Uno dei suoi lavori più celebri è Midnight Blue (1963), un capolavoro che mescola jazz e blues in un’atmosfera rilassata e avvolgente. Brani come Chitlins con Carne sono diventati classici del repertorio jazzistico. Burrell è anche noto per la sua collaborazione con artisti come Jimmy Smith, John Coltrane, Duke Ellington e molti altri.
Kenny Burrell ha lasciato un segno profondo nel jazz grazie alla sua musicalità raffinata e alla capacità di fondere l’eleganza del jazz con la visceralità del blues. Il suo suono caldo e la sua sensibilità armonica continuano a influenzare chitarristi di tutto il mondo.

Joanne Brackeen, esploratrice innovativa

Joanne Brackeen nata il 26 luglio 1938 è una pianista e compositrice jazz americana, nota per il suo stile innovativo che fonde bebop, free jazz e influenze moderne. È una delle poche donne ad aver raggiunto una posizione di rilievo nel mondo del jazz d’avanguardia, distinguendosi per la sua tecnica brillante e la sua sensibilità armonica unica.
Dopo aver iniziato con il bebop, ha suonato con figure di spicco come Art Blakey (diventando la prima donna a far parte dei Jazz Messengers), Joe Henderson, Stan Getz e Freddie Hubbard. Tuttavia, è nella sua carriera solista che ha mostrato appieno la sua originalità, pubblicando album come Keyed In (1979) e Ancient Dynasty (1980), dove esplora ritmi complessi e armonie non convenzionali.
Brackeen è anche un’educatrice rispettata, avendo insegnato al Berklee College of Music e alla New School di New York. La sua capacità di mescolare energia percussiva e lirismo raffinato l’ha resa una delle voci più distintive del pianoforte jazz moderno.

Willem Breuker

Willem Breuker morto il 23 luglio 2010 è stato un sassofonista, clarinettista, compositore e bandleader olandese, noto per il suo approccio eclettico al jazz e per essere stato una delle figure chiave del movimento europeo del free jazz e dell’improvvisazione radicale.
Negli anni ’60, Breuker si fece notare per il suo spirito ribelle, mescolando free jazz, musica da circo, cabaret, fanfare e elementi di musica contemporanea. Fu membro del Instant Composers Pool (ICP), collettivo olandese fondato insieme a Han Bennink e Misha Mengelberg, che promuoveva un jazz sperimentale e improvvisato.
Nel 1974 fondò la Willem Breuker Kollektief, un ensemble con cui esplorò un jazz teatrale e surreale, caratterizzato da ironia, citazioni musicali e improvvisazione strutturata. Il gruppo divenne celebre per le sue performance energetiche e imprevedibili, nelle quali il confine tra jazz, musica classica moderna e folk veniva continuamente sfumato.
Breuker ha anche composto colonne sonore, musica per teatro e orchestrazioni per ensemble sinfonici, dimostrando una versatilità straordinaria. Il suo contributo al jazz europeo è stato fondamentale per ridefinire l’identità della musica improvvisata al di fuori dell’influenza americana.

Albert Ayler, innovatore assoluto

Albert Ayler nato il 13 luglio 1936, è stato un sassofonista e compositore americano, una delle figure più radicali e influenti del free jazz. Il suo stile era caratterizzato da un suono potente, vibrante e quasi primitivo, con un uso estremo del registro alto e una tecnica che fondeva spiritualità, blues, marce militari e gospel.
Dopo aver iniziato suonando R&B e bebop, Ayler si immerse nel free jazz, spingendosi oltre i confini armonici e melodici tradizionali. Album come Spiritual Unity (1964) con Gary Peacock e Sunny Murray, e Live in Greenwich Village (1967), lo hanno consacrato come un innovatore assoluto. La sua musica era intensamente emotiva, spesso paragonata a una forma di “parlato in lingue” musicale.
Ayler collaborò anche con musicisti come Don Cherry e il già citato Rashied Ali. Negli ultimi anni della sua carriera cercò di avvicinare il suo stile a un pubblico più ampio, incorporando elementi rock e funk, ma senza mai tradire la sua essenza sperimentale.
La sua morte, avvenuta in circostanze misteriose nel 1970 (il suo corpo fu trovato nel fiume East River a New York), rimane uno dei grandi enigmi del jazz. Nonostante la sua breve carriera, la sua influenza è immensa e continua a ispirare musicisti sperimentali in tutto il mondo.

Il video (colorato) del debutto di Bob Dylan al Newport Folk Festival nel 1963

Nel luglio del 1963, Bob Dylan fece la sua prima apparizione al Newport Folk Festival. Nella serata di apertura, catturò una folla di 13.000 persone con un’esibizione di “Blowin’ in the Wind“, accompagnato da Joan Baez, Pete Seeger e Peter, Paul e Mary. Poi, il giorno seguente, Dylan cantò una versione di “With God On Our Side” (un duetto con Joan Baez) e suonò da solo “North Country Blues“, una canzone che sarebbe poi apparsa in The Times They Are a‑Changin‘ nel 1964. Nei link sopra evidenziati si possono guardare queste esibizioni storiche nei filmati originali in bianco e nero. Oppure, grazie al canale YouTube  Toca o Disco, puoi vivere il momento a colori. Mentre canta un Bob Dylan di 22 anni, il pubblico ascolta rapito, assorbendo la sua potente canzone folk sulle dure realtà dell’estrazione mineraria e dell’industrializzazione.

Qui sotto il video del debutto dove Bob Dylan canta North Country Blues al Newport Folk Festival (1963).

Biko – Peter Gabriel (1980)

Alcune canzoni non solo raccontano la storia, ma la fanno. “Biko” di Peter Gabriel è una di queste. Registrata nel 1979 e pubblicata nel 1980 nel suo terzo album solista, la canzone è dedicata a Stephen Biko, attivista sudafricano ucciso dalla polizia nel 1977 per la sua opposizione al regime dell’apartheid. Gabriel, già noto per la sua carriera con i Genesis e poi come artista solista innovativo, venne profondamente colpito dalla vicenda di Biko dopo aver visto un documentario sulla BBC. Decise di approfondire la sua storia, leggendo biografie e entrando in contatto con attivisti del movimento anti-apartheid.
Nasce così “Biko”, un brano di oltre sette minuti in cui Gabriel adotta il punto di vista di un osservatore esterno, un inglese che fino a quel momento non aveva preso parte alla lotta contro il razzismo in Sudafrica. Il brano si apre e si chiude con un coro funerario sudafricano, e il ritornello è cantato in lingua xhosa, uno degli idiomi ufficiali del Paese. Il suono dei tamburi accompagna tutto il pezzo, evocando il cuore pulsante dell’Africa.
Sebbene inizialmente il singolo non ottenne un grande successo commerciale, divenne rapidamente un simbolo della lotta contro l’apartheid e un punto fermo nel repertorio di Gabriel, con esecuzioni live particolarmente emozionanti. Il brano ispirò altri artisti, tra cui Steven Van Zandt, chitarrista di Bruce Springsteen, che organizzò il boicottaggio dei concerti in Sudafrica, portando alla creazione del celebre singolo “Sun City”. “Biko” fu anche uno dei brani che accompagnarono eventi storici come i concerti per Nelson Mandela a Londra, contribuendo alla sensibilizzazione mondiale sul regime razzista sudafricano.
L’impatto della canzone si rifletté anche nella carriera di Peter Gabriel, spingendolo a impegnarsi attivamente nella world music. Fondò il festival WOMAD e la sua etichetta discografica, la Real World, dedicata alla musica etnica. Si occupò inoltre della distribuzione digitale della musica attraverso la sua azienda Od2, precorrendo i tempi nell’era digitale.
“Biko” rappresenta una delle dimostrazioni più forti del potere della musica nella lotta per i diritti umani. Solo nel 1990, con la fine dell’apartheid, la canzone poté essere ascoltata liberamente in Sudafrica, sancendo la vittoria di una battaglia combattuta anche attraverso la musica.

Pinetop Perkins: una vita in Blues

Oggi è il 7 Luglio ed in questo giorno, nel 1913, a Belzoni, nel Mississippi (U.S.A,), nasceva il grande pianista e vocalist Blues “Pinetop” Perkins (nome d’arte di Joseph William Perkins). Il soprannome “pinetop” gli venne dato perché da bambino si arrampicava in cima ai pini. Uno dei momenti più importanti della carriera di Perkins fu la sua lunga collaborazione con il leggendario chitarrista e cantante blues Muddy Waters. Nel 1943, si unì alla sua band e divenne il pianista principale, portando il suo stile distintivo al gruppo. Questa collaborazione contribuì notevolmente a definire il suono del Chicago Blues e rese Perkins una figura rispettata e stimata nella scena musicale blues. Dopo la morte di Muddy Waters (avvenuta nel 1983), Pinetop Perkins intraprese la carriera solista. Continuò a suonare e registrare musica blues, guadagnandosi una reputazione come uno dei pianisti più abili e influenti del genere. Durante la sua lunghissima carriera ebbe occasione di collaborare con i principali musicisti e cantanti Blues e Rock, ricevendo vari premi e riconoscimenti, tra i quali, nel 2005 il “Grammy Award” alla Carriera e nel 2010 il “Grammy Award” per il miglior album Blues pubblicato insieme a Willie “Big Eyes” Smith, diventando il musicista più anziano ad aver ricevuto il premio. Nel 2002 fece parte di due film: “The Blues: Godfathers and Sons” e “The Blues: Piano Blues”. È stato inserito nella “Blues Hall of Fame”. Morì nel 2011, ad Austin, in Texas.

Arthur Blythe, sperimentazione e tradizione

Arthur Blythe nato il 5 luglio 1940 è stato un sassofonista contralto americano noto per il suo suono caldo, incisivo e la capacità di fondere tradizione e avanguardia nel jazz.
Cresciuto a Los Angeles, ha iniziato a suonare in gruppi R&B prima di immergersi nel jazz moderno. Si è trasferito a New York negli anni ’70, entrando a far parte della scena loft jazz e collaborando con musicisti come Gil Evans, Jack DeJohnette e Lester Bowie.
Il suo album Lenox Avenue Breakdown (1979) è considerato un capolavoro, caratterizzato da un mix di free jazz, hard bop e influenze funk. Blythe aveva la capacità di sperimentare senza perdere il legame con la tradizione, utilizzando spesso tuba e violoncello nei suoi ensemble per ottenere un suono distintivo.
Negli anni ’80 e ’90 ha continuato a esplorare diverse sonorità, suonando con il World Saxophone Quartet e mantenendo una carriera solista prolifica. Nonostante il declino della sua salute negli ultimi anni, il suo contributo al jazz rimane fondamentale.

Mississippi John Hurt: un bluesman originale ma dimenticato

Il 3 Luglio del 1893, a Teoc, nel Mississippi, U.S.A., nasceva il grande “bluesman” Mississippi John Hurt (vero nome John Smith Hurt). La sua data di nascita è comunque controversa e misteriosa, e talvolta viene indicata nell’8 marzo o nel 2 luglio. Ottavo di dieci fratelli, Hurt imparò come autodidatta a suonare la chitarra all’età di nove anni. Il primo strumento – di seconda mano – gli venne acquistato dalla madre per un dollaro e mezzo. Imparò ad amare la musica da William H. Carson, conosciuto alla St. James School di Avalon e trascorse buona parte dell’adolescenza suonando musica old time per amici ed avventori di danze campestri. Negli anni venti lavorò come bracciante di fattoria. Fu un cantante e chitarrista che coniugò il Blues con il Country, il Bluegrass, il Folk ed il Rock’n’Roll. Espresse uno stile personale particolare sia nel canto che nel suono della chitarra capace d’influenzare molti artisti americani del XX° secolo. Aveva creato un genere musicale che è stato riduttivamente archiviato sotto il nome blues ma che, al contrario, era molto più vasto e aperto, grazie a quei fondamentali scambi tra la musica nera e bianca nati tra i vari spettacoli itineranti o i vari medicine show che poi – se ci pensiamo bene – stanno alla base della musica americana. Iniziò a registrare dischi nel 1923, ma a causa della grande crisi del crollo della borsa degli anni 20, andò presto nel dimenticatoio, fino a quando, addirittura negli anni ’60, fu riscoperto, ne fu rivalutata l’originalità e la modernità e fu invitato a tenere concerti ovunque, dalle Università di vari Stati americani ad i grandi Festival come il “Newport Folk Festival” ed ebbe anche varie opportunità di visibilità in show televisivi. Purtroppo godette molto poco del suo nuovo successo in quanto morì per un infarto il 2 novembre 1966 a Grenada, nel Mississippi. Un’artista dall’animo gentile, dimenticato, che ha vissuto in grande semplicità e modestia e che è un dovere ricordare.

Rashied Ali, non convenzionale

May 20, 2006 @ Art of Jazz Festival, Toronto

Rashied Ali, nato Robert Patterson a Filadelfia il 1º luglio 1933 è stato un batterista jazz americano noto per il suo stile innovativo e il suo contributo al free jazz. È famoso soprattutto per la sua collaborazione con John Coltrane nell’album Interstellar Space (1967), un’opera rivoluzionaria che esplora la batteria libera da vincoli ritmici tradizionali.
Ali è stato un pioniere della multi-directional drumming, una tecnica che abbandona il ruolo convenzionale della batteria come semplice accompagnamento per diventare una voce solista a sé stante. Dopo la morte di Coltrane, ha continuato a esplorare il free jazz, collaborando con artisti come Pharoah Sanders, Archie Shepp e Albert Ayler.
Ha anche fondato il Survival Records e aperto il Ali’s Alley, un club jazz a New York che è stato un punto di riferimento per la scena avant-garde. Rashied Ali ha lasciato un segno indelebile nella batteria jazz, influenzando generazioni di musicisti.