Gianfranco fa parte di un capitolo della mia vita tra i più intensi, belli e profondi. Ho avuto modo di vederlo più volte sopra un palco con Ricky Gianco e sono sempre stati momenti emozionanti. Sentire il suo parlare, le sue battute e controbattute al suo compagno di concerti non era solo un momento ilare anzi erano pensieri dal valore politico e sociale di estremo impatto. D’altronde erano anni in cui la linea di demarcazione tra il ‘personale’ ed il ‘politico’ era estremamente sottile. Ora quasi come allora, molte delle sue canzoni creano un’emozione tangibile, un senso di nostalgia e di impotenza per quel tempo passato, per quel che non si è potuto fare e ancor di più per quel che non si farà.
Il brano è costruito attorno ai suoni elettronici creati da Eno, ma l’elemento chiave della musica è, in realtà, la chitarra di Robert Fripp. Eno aveva realizzato nelle settimane precedenti una struttura elettronica costruita su strati sonori diversi e in qualche modo continui, ma sia a lui che a Bowie sembrava mancasse qualcosa. Chiamarono a Londra Robert Fripp, chitarrista e fondatore dei King Crimson che già aveva collaborato con Eno. Fripp aveva solo poche ore libere ma accettò l’invito, prese l’aereo, arrivò a Berlino e inventò quella straordinaria linea di chitarra, una nota costante con una sola variazione, che rende distintivo il suono di Heroes. Per ultima, una volta scritto il testo, registrarono la voce di Bowie. Il brano è un crescendo vocale particolarmente emozionante, per realizzare il quale Tony Visconti studiò un trucco: il produttore mise un microfono vicino a Bowie, uno più distante e un terzo più lontano, Bowie iniziò a cantare nel primo, poi Visconti lo spense e accese il secondo, facendo poi la stessa cosa con il terzo, costringendo Bowie quasi a urlare per cantare la parte finale, creando un pathos straordinario.
Terzo capitolo sui dischi radicati nella mia memoria, non per forza produzioni memorabili, che hanno lasciato un solco nel terreno della musica ma album che quel solco l’hanno lasciato a me. Anche se a onor del vero questo disco raggiunse i primi posti della classifica Inglese e Americana. Uscito nel ’74, dopo più di una decina di pubblicazioni, a It’s Only Rock ‘n’ Roll sono particolarmente legato.
A quindici anni non avevo quella conoscenza musicale che mi permetteva di discernere tra le varie pubblicazioni dei gruppi. L’anno prima era uscita quella canzone che porta il nome di Angie, inclusa nell’album Goats Head Soup, un successo planetario e probabilmente anche universale. Per me, all’epoca, Rolling Stones significa It’s Only Rock ‘n’ Roll, e questo bastava per alzarli nel palco dei miei preferiti.
Ebbi modo di registrare il disco in una cassetta rigorosamente da 45 minuti, in modo da inserire due dischi completi. Difficilmente un disco superava quei minuti. Nei pomeriggi dell’autunno ’74, mentre facevo i compiti di scuola, la radio-cassette era praticamente in funzione per ore. Sicuramente la compagna più utile e utilizzata della mia adolescenza.
Sono dieci i brani registrati nel disco, non ci sono canzoni minori ma c’è invece un brano che da solo vale il disco: “Time Waits for No One “, sei minuti e trentasette secondi di note, voce e chitarra solista che all’epoca entrarono nelle vene e che, ancora oggi, a distanza di 50 anni, mi provoca i brividi.
Secondo disco dei miei ricordi indelebili e come quello dei Deep Purple segue più o meno la stessa ‘modalità’. Ultima produzione e considerata ‘secondaria’ dalla maggior parte della critica specializzata. Siamo nel ’75 e per fortuna ho il giradischi del Reader’s Digest che sarà il mio compagno fedele, unico, prezioso e fondamentale fino al 1980.
A quindici anni in prima superiore, le amicizie e le conoscenze aumentano di gran lunga. Se alle elementari era normale scambiarci le figurine Panini, non era strano a questa età scambiare i dischi. Per comprarne uno bisognava fare economia della paghetta per settimane, erano pochi quindi quelli che potevano permetterci in un anno. Lo scambio era un’ottima soluzione per ascoltare album nuovi. Va da se, che lo scambio avveniva con quelli che non erano proprio di nostro gradimento. Frutto di questi scambi fu When The Eagle Flies non ricordo però quale disco scambiai.
Nono album, pubblicato nel ’74, fu l’ultimo della band fino alla sua riformazione nel ’94 con Far from Home. Sono presenti Jim Capaldi alla batteria, tastiera, sintetizzatore e voce; Rosko Gee al basso; Steve Winwood alla chitarra, tastiere e voce; Chris Wood al flauto e sassofono. Viene utilizzata un’estesa varietà di tastiere più che nei precedenti album dei Traffic, alle quali si aggiungono Moog e Mellotron.
Sette brani per 40 minuti di pura emozione. Il disco unisce elementi di rock progressivo, jazz rock e blues, caratteristici della produzione dei Traffic, ma con un’atmosfera più meditativa. Si distingue per il suo tono più cupo e riflessivo rispetto ai lavori precedenti. Grazie alla sua profondità emotiva e la qualità tecnica dei musicisti, l’album fu molto apprezzato soprattutto dai suoi fan e da una parte della critica.
Ho un profondo legame con dei dischi che la critica ufficiale, quella seria, considera ‘secondari’. Questo vale per i Deep Purple, Traffic, Rolling Stones e altri. Credo che dipenda molto dal momento, dalla situazione, da come vengono ‘vissuti’ certi album. Certo è che, se vengono alla mente e regalano ancora emozioni, poco importa se siano ‘primari’, ‘secondari’ o chicchessia, per me hanno un’importanza straordinaria.
Per la cronaca questo fu il primo LP che comprai in ‘società’ con un mio amico. Lui aveva un giradischi Phonola, io invece una radio-cassette della Grundig. Il disco costava 3.500 Lire, naturalmente per ascoltarlo dovevo andare per forza a casa sua. Successivamente comprai a rate il famosissimo giradischi della Reader’s Digest e venni in possesso definitivamente, di comune accordo, del disco.
Comprammo il disco appena uscito nel 1973, lo ascoltammo miriade di volte anche perché era l’unico che avevamo 🤣 Settimo e ultimo album dei Deep Purple, col cantante Ian Gillan e il bassista Roger Glover fino alla pubblicazione nel 1984 di Perfect Strangers, il disco fu registrato in mezzo a baruffe e incomprensioni tra i musicisti, con aneddoti degni di una commedia di Carlo Goldoni.
Considerato un disco secondario dalla critica, io invece controcorrente sono profondamente legato ad ogni secondo dei quasi 35 minuti della durata totale. Il suono più vicino al blues che nelle precedenti produzioni, possiede il classico marchio Deep Purple, ma certamente meno ‘hard’ e più ‘blueseggiante’. Sette brani senza nessuna sbavatura e caduta di tono. Difficile scegliere il brano migliore e questo dice tutto.
Era l’ottobre del 1980 quando Mark Knopler e i Dire Straits pubblicarono il terzo lavoro in studio della band, Making Movies. Dopo aver riscontrato un formidabile successo con i primi due LP del gruppo, Dire Straits (1979) e Communiqué (sempre del 1979).
Dopo aver dato il via alla campagna Making Movies con il singolo “Tunnel of Love” nell’ottobre 1980, i Dire Straits tornarono con il secondo singolo nel dicembre 1980: “Skateaway”. La canzone vede Knopler che parla di una bellissima donna che sfreccia per le strade trafficate della città su un paio di pattini a rotelle, ascolta la musica attraverso le cuffie mentre sfreccia nel traffico.
In Making Movies, “Skateaway” dura più di sei minuti. Per renderlo un po’ più radiofonico come singolo, la traccia è stata ridotta a meno di cinque minuti. La canzone ha fatto una solida corsa nelle classifiche, schiantandosi nella top 40 per raggiungere il numero 37 nel Regno Unito. Qui in America, il brano ha raggiunto la posizione numero 58 nella Billboard Hot 100. Al di là delle classifiche, tuttavia, il brano è diventato uno dei preferiti dai fan dei Dire Straits e ottiene ancora ampi consensi sulle radio rock classiche.
Novembre del 1972, la trasmissione mitica era “Per voi giovani”, i conduttori erano: Raffaele Cascone, Carlo Massarini, Massimo Villa e Riccardo Bertoncelli, dei veri, unici, insuperabili conduttori radiofonici ‘musicali’ (Un giorno scriverò di questo). Ero molto gggiovane e a differenza dei miei compagni di merende, ascoltavo anzi ‘mangiavo’ la radio… Quando fu trasmessa per la prima volta Superstition di Stevie Wonder fu un fulmine e ciel sereno. E va bé, non scivolo nel nostalgico e vi invito ad ascoltarla suonata insieme ad un altro ‘mostro’ della musica rock chiamato Jeff Beck.
Grazie a Blob ho visto per la prima volta Gian Maria Volonté recitare il testo tradotto della canzone di Bob Dylan “Blowin’ in the wind”. Il video del 1967 ha un prologo simpatico tra Volonté e Giorgio Gaber che hanno rispettivamente 34 e 28 anni.
“Blowin’ in the Wind” è una canzone scritta da Bob Dylan nel 1962. Fu pubblicata come singolo e inclusa nel suo album The Freewheelin’ Bob Dylan nel 1963. È stata descritta come una canzone di protesta e pone una serie di domande retoriche su pace, guerra e libertà. Il ritornello “The answer, my friend, is blowin’ in the wind” è stato descritto come “impenetrabilmente ambiguo: o la risposta è così ovvia che ti è proprio in faccia, o la risposta è intangibile come il vento”.
Bel concerto di Seckou Keita ieri sera al Candiani di Mestre. Il concerto in realtà doveva svolgersi in coppia con il produttore, compositore e tastierista Moussa Ngom ma per problemi tecnici non ha potuto venire. Il suo posto è stato preso da un batterista di cui non ricordo il nome ma ricorderò la sua bravura. Artista abile della kora (strumento che adoro) Seckou Keita è uno dei luminari fra i musicisti tradizionali africani. Ho conosciuto Seckou Keita grazie alle collaborazioni con Omar Sosa in due pubblicazioni, un disco del 2017 e uno del 2021, due produzioni di rara bellezza. Molto diverso dal suono elaborato con Omar Sosa, Keita contribuisce a mantenere viva la tradizione della kora, uno strumento iconico dell’Africa occidentale. Tradizionalmente suonato dai griot, la kora è uno strumento che richiede grande virtuosismo e sensibilità. Nell’introdurre nuovi stili di suono e composizione, Seckou riesce a dimostrare che uno strumento antico può essere rilevante anche nel mondo moderno. Definito “l’Hendrix della Kora”, Seckou Keita è un ponte tra passato e futuro, un artista capace di preservare la tradizione della kora e al contempo innovarla, rendendola un linguaggio universale.
Non immaginava minimamente la cantautrice canadese Joni Mitchell che Circle Game inserita nel suo album del 1970 Ladies of the Canyon diventasse una delle canzoni più amate non solo da lei ma anche dai suoi fan. Il testo del brano, tra i suoi più belli, alla fine di ogni strofa descrive “la giostra del tempo” che ci porta tutti “in tondo e in tondo nel gioco del cerchio”. Una brillante immagine che trasmette sia energia che movimento, nonché l’atmosfera riflessiva della canzone. Il passare del tempo, il mutare delle stagioni e la maturazione di un bambino sono temi intrinsecamente più interessanti per gli adolescenti e gli adulti che per i bambini piccoli. I ritmi avvincenti dei versi e le splendide suggestioni garantiscono un ampio fascino e creano un’empatia che può essere felicemente condivisa da generazioni diverse.