God Only Knows – Beach Boys (1966)

“God Only Knows” è una canzone dei Beach Boys, scritta da Brian Wilson e Tony Asher per l’album storicamente importante Pet Sounds. Può essere interpretata come una semplice e affettuosa canzone d’amore, che esprime il profondo legame e la dipendenza emotiva da una persona amata, con la frase chiave “chissà dove sarei, solo Dio sa dove sarei senza di te”. Ma ha anche una lettura più profonda e spirituale: rappresenta l’influenza della meditazione trascendentale di Brian Wilson e l’uso di una spiritualità nuova nel pop, con riferimenti al “dio” che conosce e sostiene l’amore in modo esistenziale. Musicalmente è un’opera sofisticata, con 23 musicisti coinvolti, strumenti insoliti nel pop come il clavicembalo, un intermezzo strumentale e una coda vocale magica e complessa, che supera i limiti della band originale da surf. “God Only Knows” è stata ammirata da grandi musicisti come Paul McCartney e gli Who, riconosciuta come una canzone d’amore unica e una pietra miliare del pop spirituale e musicale degli anni Sessanta. Le voci dei Beach Boys creano un’atmosfera unica e commovente, rendendola una delle canzoni più belle mai scritte e cantate.

Frank Wess

Frank Wellington Wess, nato il 4 gennaio del 1922, fu un sassofonista e flautista jazz che giocò un ruolo fondamentale nell’orchestra di Count Basie, entrando a farne parte nel 1953. Fu una figura chiave nella formazione della cosiddetta “New Testament” band di Basie, reclutando musicisti importanti come Thad Jones, Eddie Jones e Eric Dixon. Wess era apprezzato per la sua versatilità, suonando sax tenore, alto e flauto, e contribuì a stabilire il groove swing caratteristico dell’orchestra, uno degli aspetti più valorizzati da Basie.
Durante la sua esperienza nell’orchestra, Wess sviluppò una solida amicizia e collaborazione musicale con il sassofonista Frank Foster, con cui spesso si esibiva in duetti chiamati “tenor battles”, in cui Wess portava uno stile più morbido rispetto alla grinta di Foster. Basie, noto per il suo stile di direzione poco ortodosso, lasciava agli orchestrali molta libertà nelle scelte musicali e nelle improvvisazioni, favorendo così un forte legame tra i membri della band.
Wess suonò principalmente il sax tenore e il flauto, strumenti con cui contribuì a dare un suono caratteristico e moderno all’orchestra durante gli anni ’50 e ‘60. Nel 1957, passò anche al sax contralto per fare spazio al sassofonista Eddie “Lockjaw” Davis. Lasciò l’orchestra nel 1964 per intraprendere una carriera da freelance e continuò ad essere un punto di riferimento importante nel mondo del jazz fino agli ultimi anni della sua vita.
Frank Wess muore a New York il 30 ottobre del 2013.

Ernie Henry

Ernie Henry è nato il 3 settembre del 1926 a Brooklyn in New York ed è morto il 29 dicembre del 1957 a New York. E’ stato un brillante sassofonista alto, il cui nome è spesso associato ai massimi vertici del bebop e dell’hard bop. All’età di 12 anni passa dal violino al sax alto, debuttando professionalmente nel 1947 con Tadd Dameron, al Famous Door di 52nd Street. Negli anni seguenti collabora con giganti del jazz come Fats Navarro, Max Roach, Dizzy Gillespie e nel 1950‑52 con Illinois Jacquet. Dopo un periodo di pausa, torna in grande stile nel 1956 con Thelonious Monk (Brilliant Corners) e ancora con Gillespie, Charles Mingus, Kenny Dorham, Wynton Kelly e altri.
Il suo suono univa l’influenza di Charlie Parker a una vena personale più “cruda” e aperta al modernismo, a tratti vicino all’avanguardia. Dopo un ritorno notevole, il suo stile venne ammirato da Eric Dolphy e si distinse soprattutto su Brilliant Corners, dove il suo solo su Ba-Lue Bolivar Ba-Lues-Are è una performance memorabile.
Morì nel sonno a causa di un’overdose di eroina e problemi di salute, a soli 31 anni. Nonostante la carriera breve, la sua produzione musicale – tanto come sideman che come leader – è un patrimonio rilevante del jazz bebop e hard bop.

Dwight Dickerson

Lowell “Dwight” Dickerson è nato il 26 dicembre 1944 a Los Angeles in California è un pianista e tastierista jazz, attivo dalle fine degli anni ’60. Cresciuto nella scena jazz di Los Angeles, ha suonato già alla fine degli anni ’60 con artisti come Bola Sete, Gene Ammons, Red Holloway e Tootie Heath. Tra i più collaborativi: Leroy Vinnegar, Bobby Hutcherson, Henry Franklin, Anita O’Day, Nick Brignola e diversi altri.
Dwight Dickerson trasita dal hard bop al soul jazz e al post‑bop, con influenze da McCoy Tyner, Horace Silver, Bud Powell, Kenny Barron con uno stile calibrato, melodico, con groove deciso e coloriture moderne.
Ha vissuto circa 10 anni a Dubai, lavorando in ambito accademico alla University of Dubai, poi tornato a New York dove ha aperto il Cassandra’s Jazz Club & Gallery ad Harlem, diventandone pianista residente.

Tom Albert

Tom Albert, nome completo Thomas Albert, soprannominato “Kid Albert” è nato il 23 dicembre del 1877 a Belle Chasse in Louisiana (poi cresciuto ad Algiers, New Orleans) ed è morto il 12 dicembre 1969. Polistrumentista: suonava chitarra, violino, cornetta (tromba), iniziò lavorando con violinisti come Johnny Gould e clarinettisti come Louis Nelson Delisle. Dal 1909 (alcune fonti dicono 1908) guidò le proprie formazioni. Nel 1920 fu co-fondatore della celebre Eureka Brass Band. La sua “Kid Albert Band” fu attiva per decenni, particolarmente a Algiers, Storyville e Treme. Suonò con figure storiche come Papa Celestin, Kid Howard, George Lewis, Louis Armstrong e altri. La Algiers Brass Band, di cui fu membro, è una delle brass band più importanti di New Orleans.
Tom “Kid” Albert è considerato un pioniere del jazz tradizionale di New Orleans. Con la sua Eureka Brass Band e le numerose performance nella comunità di Algiers, ha contribuito a plasmare il suono delle brass band storiche della città.

It’s All Too Much – The Beatles (1969)

C’è un brano dei Beatles, Its All Too Much a firma George Harrison, che meriterebbe il podio o almeno la presenza nelle top five dei migliori brani dell’era psichedelica. E invece, rispetto ad altri classici beatlesiani, è considerato un pezzo minore, dimenticato dalla stragrande maggioranza dei consumatori di memorabilia dei Fab Four, relegato alla colonna sonora di Yellow Submarine che spesso persino i compilatori non inseriscono nemmeno nella discografia ufficiale della band. Invece Its All Too Much è un brano incredibile, musicalmente e concettualmente parlando, uno dei grandi capolavori di George Harrison e uno dei pezzi chiave della fase psichedelica dei Beatles. Il pezzo fotografa pertettamente l’atmosfera del 1967, l’anno in cui fu scritto e poi inciso dai Beatles, a maggio, poche settimane dopo la fine della lavorazione di Sgt. Pepper, e per questo non entrato nello storico album dei quattro. Il brano è apertamente una celebrazione dell’esperienza psichedelica di Harrison, è ideologicamente immerso nel Power power, nelle possibilità di ampliare il campo della coscienza, nell’amore universale, ma è la sua straordinaria musicalità a essere ancora oggi fantastica. Con il suono dell’Hammond che richiama la musica indiana, le chitarre distorte, la sezione di fiati che fa da contrappunto ben prima di quello che accadrà in All You Need Is Love, è un brano di straordinaria originalità. La registrazione avvenne il 25 maggio del 1967 negli studi De Lane Lea a Soho, usati da molti musicisti dell’epoca, Hendrix in particolare, ma non molto dai Beatles. George Martin non era presente alle session, il che vuol dire che la band fece quasi tutto da sola, registrando quattro tracce base in cui Harrison suonava Hammond e chitarra, McCartney il basso, Lennon la chitarra e Ringo la batteria, alle quali aggiunsero con molte sovraincisioni, effetti, sorprese, il classico battito delle mani e molte altre percussioni. Le session, secondo i testimoni dell’epoca, furono caotiche e divertite, nello spirito che aveva portato la band a registrare Sgt. Pepper.

Don Ellis

Don Ellis, nome completo: Donald Johnson Ellis, è nato il 25 luglio del 1934 a Los Angeles in California ed è morto il 17 dicembre 1978 a North Hollywood in California a 44 anni, per insufficienza cardiaca. E’ stato un innovatore assoluto nel mondo del jazz orchestrale e della sperimentazione ritmica. Trombettista, compositore e direttore d’orchestra, è noto per le sue complesse strutture metriche (es. 7/8, 9/4, 19/8…), per l’uso di strumenti elettronici e per una big band fuori dagli schemi tradizionali.
Don Ellis ha rivoluzionato la big band jazz per la metrica irregolare e politonalità (influenzato da musica indiana, greca, bulgara) per la strumentazione inusuale (aggiunse strumenti come sitar, violino elettrico, strumenti microtonali) per la tromba a quattro valvole (per suonare microtoni) e per l’elettronica (fu tra i primi jazzisti a usare effetti elettronici sulla tromba).
Compositore della colonna sonora del film “The French Connection” (1971), che vinse l’Oscar, la sua musica qui coniuga jazz, tensione poliziesca e avanguardia. Ha studiato con George Russell e Gunther Schuller, entrambi pionieri della Third Stream Music (fusione di jazz e musica classica contemporanea) e collaborò anche con Charles Mingus, Maynard Ferguson, e George Gruntz. Pioniere assoluto nel jazz sperimentale degli anni ’60 e ’70, ancora oggi viene studiato per le sue complesse soluzioni ritmiche e l’originalità della sua orchestrazione. Ha influenzato compositori come Frank Zappa, Maria Schneider, John Zorn e gruppi come i Snarky Puppy.

Charles Earland

Charles Earland soprannominato: “The Mighty Burner”, per la sua intensità sul palco è nato il 24 maggio del 1941 a Philadelphia in Pennsylvania ed è morto l’11 dicembre del 1999 a Kansas City nel Missouri. E’ stato un brillante organista jazz e soul-jazz, noto per il suo stile energico, groove potente e l’uso espressivo dell’organo Hammond B-3. È stato uno degli eredi più creativi della tradizione di Jimmy Smith, che ha saputo portare nel soul e nel funk degli anni ’70.
Inizia come sassofonista contralto, poi passa al tenore suonando con Jimmy McGriff e Grover Washington Jr. Passa all’organo alla fine degli anni ’50, e già nei ’60 si fa notare per uno stile pieno di soul, gospel e groove afroamericano. L’organo esplosivo che passa dallo swing profondo alle sonorità spesso funk. unisce jazz tradizionale, soul, funk, blues, gospel e a tratti psichedelia. Charles Earland fu dorato dal pubblico per la carica fisica delle sue performance dal vivo e resta uno dei più potenti e versatili organisti della storia del jazz moderno, amato tanto dal pubblico quanto dai musicisti.
“Black Talk” – un brano perfetto per capire cosa lo rendeva “The Mighty Burner”.

Jimmy Smith

James Oscar Smith è nato l’8 dicembre del 1925 a Norristown, Pennsylvania, USA
E’ stato uno dei più grandi organisti della storia del jazz, celebre per aver portato l’organo Hammond B-3 al centro della scena jazzistica e per aver influenzato generazioni di musicisti nei generi jazz, blues, soul e funk. Jimmy Smith è noto per aver rivoluzionato l’uso dell’organo Hammond, combinando: tecnica virtuosistica, groove irresistibile, swing tipico del bebop e influenze blues e gospel. Utilizzava il pedale dell’organo per le linee di basso, creando l’effetto di un trio completo (basso, armonia, melodia).
Ha collaborato con: Wes Montgomery, Stanley Turrentine, Quincy Jones, George Benson e Kenny Burrell.
Considerato il padre dell’organo jazz moderno. Jimmy Smith ha inciso oltre 100 album, principalmente per la Blue Note Records e poi per Verve Records. Ha portato un suono nuovo, coinvolgente, danzante, e ha reso l’organo Hammond uno strumento di culto nel jazz e oltre.
E’ morto l’8 febbraio del 2005 a Scottsdale, Arizona, USA.

Oliver Johnson

È stato un batterista jazz statunitense, noto per il suo stile potente ma raffinato, e per essere stato una figura chiave nella scena jazz europea, in particolare a Parigi. Nato il 5 dicembre 1944 a Oakland, California, inizia con la tromba e il canto corale in chiesa ma è durante il servizio militare (1962–63) che scopre la batteria, che diventerà il suo strumento definitivo. A metà anni ‘60 suona con gruppi latinoamericani, poi passa al jazz grazie all’incontro con Don Raphael Garrett. Collabora con artisti come: Denny Zeitlin, Bobby Hutcherson, Dewey Redman, Sam Rivers, Johnny Griffin, Dexter Gordon, Andrew Hill. Si trasferisce in Europa (Parigi) alla fine degli anni ’60, dove diventa molto richiesto. Collabora con: Jean-Luc Ponty, Anthony Braxton, Gato Barbieri, David Murray, Archie Shepp, Alan Silva e Joachim Kühn. Dal 1977 al 1989 fa parte del quintetto e di altri ensemble di Steve Lacy, incidendo numerosi dischi. E’ stato Cofondatore del TOK Trio con Takashi Kako e Kent Carter, con cui registra tre album.
Batterista di grande energia, sensibilità musicale, precisione ritmica e capacità di dialogo con gli altri strumenti. Steve Lacy disse: “È l’unico batterista a Parigi capace di suonare questo pezzo difficile.” Lo volle con sé per 16 anni e David Murray lo descrisse così: “Trattatelo bene. Ha dell’oro nelle mani.”
Oliver Johnson è ricordato come un batterista geniale, espressivo e rispettato, capace di unire la tradizione jazz americana con l’avanguardia europea. Ha influenzato profondamente colleghi e appassionati con la sua intensità e musicalità.
Il 6 marzo 2002, Oliver Johnson fu trovato morto a Parigi in Rue Pierre Lescot, in circostanze poco chiare (probabile omicidio, ma mai risolto).
La sua scomparsa lasciò un grande vuoto nella comunità jazz europea.