Ellie Turner – When The Trouble’s All Done (2023)

Attraverso ogni elemento della creazione del suo album, Ellie Turner si è preoccupata di conservare una presentazione specifica delle sue canzoni. La maggior parte delle tracce contiene solo chitarre acustiche, contrabbasso e voce.
“L’album è stato eseguito e registrato dal vivo ai Sound Emporium Studios di Nashville, nel Tennessee”, afferma. “Questa è stata una decisione molto consapevole presa da me e dal mio produttore, Jack Schneider. Suonavamo la canzone dal vivo finché non ci sentivamo come se la versione più onesta della canzone fosse stata eseguita e catturata. Le imperfezioni e i piccoli momenti inaspettati di ogni performance sono dove vive la magia del disco. Volevo che mi sentissi come se fossi nel soggiorno di qualcuno e mi fosse stata data una chitarra da suonare.”
A parte una cover di Bob Dylan “Oh, Sister”, tutte le canzoni di When The Trouble’s All Done sono originali scritte da Turner o co-scritte con Schneider.

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Th Da Freak – Indie Rock (2023)

Il titolo “Indie rock” potrebbe assumere automaticamente il marchio di fabbrica del disco, in realtà non è così. Il nono album dei The Da Freak dal 2014 non segue tale aspirazione stereotipata, perché “Indie rock” si muove attraverso varie sfumature musicali.
Ci sono accenni di suono indie nelle forme di indie rock e indie pop, ma questi non sono gli unici generi in cui ti imbatterai in questo viaggio sonoro accattivante. Al contrario, l’artista rivela una raccolta completa delle migliori proprietà prese in prestito da generi come garage rock, surf rock, psych-rock, psych-pop, power pop, dream pop, noise pop, shoegaze, alternative e lo-fi. Tuttavia, si rimarrà sorpresi dal modo in cui Th Da Freak ha combinato tutti questi elementi durante l’assemblaggio.
Indie Rock porta così tante idee eccezionali distillate in orchestrazioni impressionanti.

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The Traveling Wilburys — Omonimo (1988)

Questo improvvisato quintetto nato quasi per gioco, altri non sono che Bob Dylan, Jeff Lynne, Tom Petty, Roy Orbison e George Harrison. Un disco nato per scherzo, un nome creato ad arte, ed i protagonisti che non vogliono apparire nella loro reale identità: infatti, si fanno chiamare Lucky, Nelson, Otis, Lefty e Charlie T. Junior.

Disco divertente e poco prevedibile, mette a confronto il lavoro di grandi talenti che, una volta tanto, caso abbastanza raro, funziona molto bene. L’album è bello e molto godibile, con arrangiamenti ad hoc e grandi voci, tra le più belle del panorama “rock classico”. Forse il suono della band richiamerà alla memoria stagioni passate da molte lune. Gli anni ’50 si mischiano ai rivoluzionari sixties: voci esili e coretti doo-woop insieme ad atmosfere liverpooliane. Rock, calipso, fifties, beat ed altre meraviglie è quello che questo disco propone insieme ad un moderato uso di chitarre elettriche. Vediamo le canzoni.

Handle with care è una ballata in cui i cinque Traveling Wilburys si alternano a turno, cantando ognuno una propria strofa, e già si sente la “stoffa” dei partecipanti. Dirty World è un’ampia ballata degna del miglior Bob Dylan che canta molto bene ed è accompagnato da una abile sezione di fiati. Rattled richiama certe affascinanti ballate in stile anni ’50 con ritmi e tonalità rock and roll. Last Night è piacevolissima, orecchiabile, cattura subito al primo ascolto, canta Tom Petty e Jeff Lyne lo assiste mentre Roy Orbison canta una piccola strofa con la sua voce inconfondibile. Not Alone Any More è decisamente un brano marcato Roy Orbison. Certe melodie in questo album ricordano i Beatles, non a caso vi partecipa George Harrison e poi bisogna ricordare che i Bealtles furono influenzati (e non poco) da Roy Orbison. Congratulations, tra le più belle, è un’altra melodia in stile Bob Dylan, non mancano i cori ben curati ed una steel guitar che accompagna la voce di Bob. Heading for the Light vede invece George Harrison primeggiare sugli altri in una melodia che può ricordare marginalmente i Beatles. Tra le più belle canzoni vi è sicuramente anche Margarita con una chitarra potente e la bella voce solista di Tom Petty. Tweeter and the Monkey Man invece vede nuovamente un Bob Dylan in perfetta forma cantare come soltanto lui sa fare. Anche questo brano risulta sicuramente tra le più belle ballate di questo disco che è un’autentica sorpresa. La decima canzone End of the Line, conclude l’album. E’ la degna chiusura per i Traveling Wilburys che li vede nuovamente cantare con una strofa a turno.

Traffic — John Barleycorn Must Die (1970)

Doveva essere il suo primo disco solista, ma qualcosa ha fatto cambiare idea a quel genio di Steve Winwood, rimise la denominazione “Traffic” e cambiò il nome del disco che originariamente doveva chiamarsi “Mad Shadows”

I Traffic altri non sono che un trio, uno dei migliori che la scuola del rock abbia mai sfornato: Chris Wood ai fiati, Jim Capaldi alla batteria e il polistrumentista, cantante e compositore Steve Winwood. Ad onor di cronaca è utile ricordare che Steve all’età di quindici anni, si 15! creò la fortuna degli “Spencer Davis Group”. Questo trio di folk-pop tra i più interessanti, stimolanti e creativi degli anni Settanta, segnano con questo disco uno dei capolavori del pop-rock, un viaggio introspettivo ai confini tra il vecchio e un nuovo “ritmo sonoro”.

Ad un certo punto l’enfant prodige del rock britannico, Winwood, rimane folgorato dalla leggenda di John Barleycorn, un buffo omino dalla fisionomia variabile che nella tradizione popolare viene celebrato come la personificazione simbolica del Whisky e della Birra. E’ così che nasce “John Barleycorn Must Die”, capolavoro di semplicità e raffinatezza che alterna ipnosi ritmica a intensità lirica. Questo progetto viene offerto al pubblico in un periodo che è travolto dai furori di fine anni sessanta, i fiati tenui, la composta ritmica, l’atmosfera vocale, riescono ad ammaliare e a ipnotizzare i fan. Fu proprio questa compattezza a rendere “John Barleycorn” un‘avventura tanto provocatoria quanto originale, quasi il frutto di un’operazione chirurgica a cuore aperto.

Alcuni di voi si ricorderanno della sigla radiofonica di “Per voi giovani”, il brano era Glad, il riff ipnotico rimane ancora nella memoria di molti, come il disco del resto, che col passare degli anni venne considerato una delle pietre miliari del nascente “Progressive Rock”.

La spiegazione di tanta originalità è ancora oggi probabilmente da ricercarsi nella presenza del genio bambino, primattore ma antidivo, grande vocalist e virtuoso pluristrumentista Steve Winwood.

Sidi Touré – Toubalbero (2018)

La musica è una delle principali risorse culturali del Mali. Risalendo a imperi tanto antichi come quello Mandingo, esiste una tradizione ricchissima di canti di lode. Queste canzoni di lode malinké o mandinghe sono dominio esclusivo dei griot (chiamati djeliw), musicisti ereditari, che sono allo stesso tempo genealologi e storici. Questa musica dei griot è sempre viva e cantata.
Ma la musica maliana è molto più variegata e nuovi stili sono apparsi. Per esempio, c’è la musica bambara che è più ritmica, il mali blues di Kar Kar, il blues songhai di Ali Farka Touré, Afel Bocoum e Sidi Touré, appunto.
Toubalbero, quarto album dell’artista blues malese, si allontana dal tono oscuro e introspettivo di “Alafia” del 2013, producendo un set elettrico, allegro e vivace.
La politica del Mali, la guerra civile che ha coinvolto la nazione africana durante le sessioni per l’album precedente non è più tangibilmente presente in questo lavoro, grazie a un accordo di pace firmato nel 2015, questo cambiamento può essere ascoltato nel vigore e nella vitalità di queste registrazioni.
Chiamato con il nome di un grande tamburo tradizionale usato per chiamare le persone nella sua regione natale di Gao, Toubalbero riunisce un gruppo di musicisti dinamico e decisamente più giovane per sostenere il veterano cantante/chitarrista, prestando uno scoppiettio di energia e festività alle sessioni.
Impiegando per la prima volta cumuli di suoni elettrici e amplificati, questo è il primo album veramente orientato alla musica di Touré dove si sente la band espandersi in groove complessi e pesanti su tracce infuocate come “Tchirey”, “Handaraïzo” e la dura “Kaoula”.
Registrate dal vivo su nastro nel corso di quattro giorni presso lo Studio Bogolan di Bamako e poi mixate dal vivo in uno studio di New York, le canzoni hanno un flusso vivace e una trama leggermente “overdrive”. La sezione ritmica Baba Traoré (basso) e Mamadou “Mandou” Kone (batteria) danno propulsione delle sessioni con muscoli e finezza. A completare la band è il vocalist Babou Diallo, che può essere ascoltato all’unisono, con grande armonia.
Tra i musicisti Songhaï, Sidi è il migliore, si mormora nell’area musicale africana.
Touré intreccia canzoni meravigliosamente strutturate, ognuna delle quali cattura un’istantanea di un singolo stile musicale Songhaï, dalle danze di takamba alle holley suonate in rituali di possessione al gao-gao giocato in momenti gioiosi come i matrimoni.

Ali Farka Toure & Ry Cooder — Talking Timbuktu (1994)

Un blues dal cuore della terra.
Nel 1994 con la collaborazione di Ry Cooder grande “musa” musicale di tutti i tempi, esce questo Talking Timbuktu, e naturalmente come è immaginabile, per essere stato inserito tra i miei dischi preferiti, rimango deliziato. La cosa che viene subito alla luce è l’equilibrio che nasce dalla combinazione di due “mondi” diversi. Dove per mondi si intende non solo le provenienze naturali dei due musicisti, ma anche la loro diversità di esperienze, culture, vite e suoni.Il disco composto da dieci brani, crea un’atmosfera semplicemente magica e nota dopo nota avviene questo scambio sonoro. Qualunque sia lo strumento in evidenza, si ha modo di “respirare” la musica in una maniera lenta e profonda. Il terreno dove avviene questo scambio sonoro è il blues. E se pur non suonato con i soliti strumenti, la venatura malinconica rimane in evidenza. C’è un qualcosa che traspare dal disco che ricorda una ciclicità: l’amaro e il dolce, gli spazi brevi e ampi, il giorno e la notte, la terra e il mare. Ma quale mare? Il Mali non ha nessun sbocco al mare. Ed è questa una delle tante magie che la musica di questo disco riesce nella sua semplicità a generare. L’immaginare l’immaginabile. Ancora una volta Cooder dimostra di saper entrare in sintonia con lo spirito della musica e dei musicisti che lo accompagnano in ogni sua avventura sonora, senza mai prevaricare, ma con un equilibrio perfetto, riuscendo così a farci conoscere sempre nuove “menti” musicali, regalandoci in questo caso una musica proveniente da un luogo situato alla fine del mondo. Ma con le radici affondate proprio al centro del suo cuore.