Festività

Le festività natalizie e il Capodanno sono momenti di gioia e riflessione, ma spesso diventano una scena di ipocrisia. Il Natale, che una volta era una celebrazione religiosa, è ora dominato dal consumismo. Durante le settimane prima del 25 dicembre, si sente la pressione di comprare regali e decorazioni, con famiglie che si indebitano per dimostrare affetto attraverso oggetti materiali. Questo spirito di consumismo fa perdere di vista il vero significato di connessione umana. Anche le riunioni familiari, che dovrebbero essere un momento di gioia, spesso sono segnate da tensioni e falsi sorrisi. Il Capodanno, invece, è una celebrazione di illusioni, dove ci si promette cambiamenti e felicità, ma spesso si rimane delusi. Le feste diventano occasioni per mostrare una facciata di felicità, mentre si affrontano aspettative irrealistiche. La vera magia dei festeggiamenti sta nella connessione autentica con le persone e nella ricerca di pace interiore. Il regalo migliore è vivere questi momenti con sincerità, riportando significato a Natale e Capodanno, lontano dall’ipocrisia attuale.

Resistiamo

Non arriverà con le camicie nere e con i manganelli, non arriverà con gli squadristi, arriverà con la propaganda, con lo svuotamento dei diritti, con l’utilizzo di decreti legge quando non necessari e quindi non costituzionali, arriverà con leggi che reprimono la protesta, che rafforzano il potere del governo, e non vorrei nemmeno chiamarlo fascismo questo nuovo attentato alle libertà e ai diritti, vorrei chiamarlo in un altro modo perché le persone spesso ridono se parlo di fascismo, e certo che ridono, perché pensano ai manganelli, mica ricordano la legge acerbo (che assegnava i due terzi dei seggi al partito che avesse ottenuto almeno il 25% dei suffragi alle elezioni), pensano ai brutali omicidi, mica alla legge n. 237 del 4 febbraio 1926 che introduceva il podestà nominato dal governo in sostituzione delle elezioni comunali, pensano alle camice nere in Tripolitania, mica alla soppressione dei sindacati e della libertà di stampa. Non tornerà per tramite della violenza, ma grazie alla disinformazione, all’indifferenza, al sospetto, alla rinuncia di diritti che riteniamo scontati, e finirà come sempre accade, che un nuovo nome gli sarà dato a conti fatti, ma nei fatti nulla cambia, stiamo sopprimendo la democrazia, e chi è al governo ci spinge per farlo. Non facciamolo, RESISTIAMO, proviamo a combattere, andiamo a votare.

Musica & Mistero

La musica rock ha sempre avuto un rapporto profondo con il mistero, l’esoterismo e la spiritualità, inizialmente come espressione di ribellione negli anni ’50. Questa musica ha esplorato temi che vanno oltre la società, toccando l’ignoto e il soprannaturale. Negli anni ’60 e ’70, il rock si è evoluto in forme più complesse, portando band come i Led Zeppelin a connettersi con simbolismi mistici. Il chitarrista Jimmy Page era interessato agli scritti di Aleister Crowley e ha utilizzato simboli esoterici nel famoso album Led Zeppelin IV. I Black Sabbath hanno affrontato temi oscuri e controversi, mentre i Pink Floyd hanno esplorato questioni metafisiche. Negli anni ’80, gli Iron Maiden hanno reso l’occulto parte del loro marchio, mentre band come King Crimson e Rush hanno approfondito filosofie complesse. I Tool, più recentemente, hanno integrato simboli alchemici e geometrici nei loro progetti.

Anche generi musicali diversi dal rock, come il pop e l’elettronica, hanno flirtato con l’occulto, con artisti come David Bowie e Deadmau5 che hanno incorporato mistero nelle loro opere. La musica italiana ha visto influenze simili, con gruppi come Banco del Mutuo Soccorso e artisti come Franco Battiato che hanno introdotto elementi esoterici nelle loro canzoni. Vinicio Capossela ha continuato questa tradizione, mentre Laura Pausini ha usato simboli di trasformazione nei suoi videoclip.

Il rock è stato spesso visto come la “musica del demonio” a causa della sua natura ribelle e della rottura delle norme tradizionali, il che ha spaventato le autorità religiose. L’associazione con il demonio è più una metafora per il potere di sfidare lo stato attuale che una vera adesione a credenze oscure. I simboli nella musica, dalla copertina degli album ai concerti, hanno evocato immagini provocatorie. Artisti come Gianna Nannini hanno adottato estetiche contestatarie che esploravano spiritualità e libertà personale. Molti artisti usano simbolismo esoterico per affrontare questioni profonde e universali, rendendo il rock un mezzo per esprimere inquietudini e ricerche di significato.

Oggi, la musica continua a essere un veicolo per il mistero e la spiritualità, mantenendo viva l’interazione con l’ignoto. Essa rappresenta non solo una celebrazione dell’esoterismo, ma anche una ricerca di bellezza e comprensione, sfidando così il tempo e le convenzioni della società.

Oggi si celebra la Resistenza

Resistenza indica una forma di opposizione attiva alle aggressioni, proprio come quella messa in campo dai partigiani.

Nell’ultimo decennio si è assistito a un rafforzamento di formazioni politiche di estrema destra e fascistoidi. Peggio ancora, i loro obiettivi e le pratiche politiche dell’estrema destra hanno contaminato molte delle forze parlamentari e istituzionali che si definiscono antifasciste.
C’è ancora un fascismo, non necessariamente identico a quello del passato, ma c’è.

Oggi tutti i partiti di centrosinistra trovano una propria identità in opposizione all’estrema destra. Ma fanno molta più fatica a darsi un’identità in modo attivo, riconoscendosi in obiettivi comuni e in una visione di futuro, diventando infine complici degli stessi partiti fascistoidi di cui si dichiarano avversari.

È necessario ricordare quindi che l’antifascismo è una parola che indica una forma di opposizione attiva, proprio come quella dei partigiani, che si celebra il 25 aprile.

Resistenza significa sostenere e contribuire in ogni modo possibile, anche solo con parole di sostegno esplicito e pubbliche, di stare dalla parte dei deboli, di chi soffre, di chiede aiuto.

Resistenza significa scendere in piazza per ricordare i 40 mila partigiani morti combattendo armi in pugno il regime nazifascista, caduti provando a costruire per l’Italia un futuro di libertà.

Buon 25 aprile

Divulgazione culturale

La divulgazione culturale è un atto di condivisione che va oltre la semplice trasmissione di informazioni. È il ponte che collega conoscenza e consapevolezza, un mezzo per rendere accessibili a tutti argomenti complessi, rendendoli comprensibili e stimolanti. È un atto democratico: permette di abbattere barriere sociali, culturali e, spesso, anche linguistiche.
In un mondo sempre più veloce e digitale, la divulgazione culturale assume un ruolo cruciale. Non si tratta solo di diffondere sapere, ma di stimolare curiosità, incoraggiare il pensiero critico e alimentare la creatività. La cultura non è statica: evolve, si adatta, cresce con noi, e chi la divulga ha la responsabilità di preservarne l’essenza ma anche di renderla attuale.
Divulgare cultura significa creare connessioni tra passato, presente e futuro, tra tradizione e innovazione, e tra le persone stesse. È un invito a vedere il mondo con occhi nuovi, a porsi domande, a cercare risposte. È un atto di servizio verso la società e una sfida personale per chi si dedica a quest’arte.
Alla base della divulgazione culturale c’è una grande passione: per la conoscenza, per il dialogo, per l’umanità. La vera forza di chi divulga risiede nella capacità di non imporre, ma ispirare, di non semplificare in modo superficiale, ma rendere accessibile senza perdere profondità.
Così facendo, la cultura diventa non solo patrimonio di pochi, ma un bene comune, un filo invisibile che ci unisce e ci rende più forti, più consapevoli e più liberi.

Invisibili

Nei giorni in cui le luminarie si accendono sulle vetrine del centro, nelle stazioni si sono attrezzati con dispositivi di vario genere per evitare la presenza dei senzatetto. Stretti nei loro sacchi a pelo, forse non erano ‘belli’ per chi ogni giorno salta sui treni in ritardo per correre a timbrare il cartellino. Li chiamano invisibili, ma invisibili per chi? Per noi privilegiati che vogliamo nasconderli e voltare gli occhi di fronte al fallimento della società. A nessuno importa di loro, basta non averli davanti mentre facciamo colazione al bar, entriamo al supermercato e aspettiamo il black friday. Ma se ci infastidiamo quando ci chiedono una moneta per perdersi in un vino scadente, forse il problema siamo noi. Scavalcati dalla nostra indifferenza, esistono ma non esistono. Eppure sono tanti, e quelli che conosco e ho conosciuto si portano dietro storie di ogni tipo. Timidi, riservati, arrabbiati, aggressivi, maleducati, romantici. Sono come noi, ma per scelta o per necessità restano invisibili perché troppo visibili. Liberi da ogni cosa, resistono ai margini di un mondo corrotto che li ha rifiutati o che hanno abbandonato. Forse ha ragione quella canzone che dice: “Lavorate voi, schiavi dei soldi, che non sentite la puzza della schiavitù / Con una carrozzella spingerò i miei guai, i cartoni e la vita lontano da voi”.

Patriarcato, femminicidi e politica

C’è chi nega che il patriarcato esista ancora e chi sostiene che i femminicidi non rappresentino un’emergenza in Italia. Ma c’è un dato interessante: chi abbraccia queste posizioni vota quasi sempre a destra. Perché?

Negare il problema è una scelta politica.

Minimizzare il patriarcato e i femminicidi significa accettare lo status quo. È un modo per evitare di mettere in discussione le dinamiche di potere che regolano la società. E indovina chi guadagna da questo immobilismo? Le forze conservatrici.

Le destre tradizionali si fondano su valori legati all’ordine, alla famiglia “tradizionale” e a ruoli di genere rigidi. Riconoscere il patriarcato significherebbe ammettere che questi stessi valori alimentano le disuguaglianze. Un’ammissione che non conviene.

Ogni anno, i numeri parlano chiaro. I femminicidi sono una tragedia costante. Chi nega l’emergenza spesso lo fa per non affrontare il problema alla radice: il controllo e la violenza sistemica verso le donne. Ma affrontarlo richiederebbe cambiamenti profondi.

Non parlare di femminicidi come emergenza è già una presa di posizione. Sminuire il patriarcato vuol dire sostenere implicitamente una struttura di potere che opprime metà della popolazione. E la destra? Spesso è proprio lì che troviamo questa narrativa. Non si tratta solo di politica, ma di valori. Sostenere che il patriarcato non esista o che i femminicidi non siano un’emergenza non è un’opinione neutrale. È una scelta precisa. E questa scelta sembra, con poche eccezioni, andare a destra.

Polis

Uno sguardo alle origini della parola “politica” per ricordarsi quali ideali meravigliosi significhi.
Se cerchiamo in un qualsiasi motore di ricerca il significato della parola “politica”, la frase che più troveremo accomunata molto sinteticamente, sarà “bene comune”.

Etimologicamente la lingua antica che dobbiamo ringraziare è senza dubbio il greco antico, la civiltà ellenica e, in particolare, la parola “polis“.
Questo sostantivo è tra i più ricchi di significati all’interno del lessico greco e quello che purtroppo crea più problemi d’interpretazione e traduzione in quanto muta completamente accezione a seconda del contesto nel quale si trova.

Il suo significato passa con disinvoltura da “città” a “città fortificata”, a “regione”, “cittadinanza”, “città a regime democratico”, “repubblica”, “condizione di cittadino”, “abitanti”, eccetera.
Nella civiltà ellenica, in particolare ad Atene, la ”polis” era fondamentale non solo dal punto di vista politico, sociale ed economico, ma anche, e soprattutto, sotto il profilo psicologico ed etico-morale.

Cosa significava “polis” per un Greco? Essere un “polites” cioè un cittadino, nel pieno dei suoi diritti e doveri, indipendentemente dagli avi che lo hanno preceduto, che ha la facoltà di prendere parte alle decisioni comuni, proponendo, attraverso la libertà di parola, quello che ritiene sia il consiglio migliore per la comunità.

Il “polites” si sente coinvolto nella gestione della vita della sua città in prima persona: soffre, ama, combatte con ardore per i suoi concittadini quasi fossero membri della sua stessa famiglia. La meta finale della politica era infatti conseguire “il vivere bene”. È proprio questa la qualità che si riconosce ancora oggi ai greci: essi sperimentarono molto raramente quel conflitto fra società ed individuo che è causato dalla distanza fra chi è al potere e chi è sottomesso, ed è palese come gli interessi dell’individuo coincidessero con quelli della comunità. Ognuno trovava la propria realizzazione nella partecipazione alla vita collettiva e nella costruzione del “bene comune”.

Meditiamo gente, meditiamo.

Uomini no

Si espande la follia che domina nell’uomo. Non passa giorno che le città vengono abbagliate da ferite mortali. Donne non trovano scampo da killer apparentemente rispettabili. Omiccioli, illusi astuti, soddisfano le loro deficienze, abbagliati da effimere aspettative che dimostrano il loro insignificante intelletto.
Non facile rimedio a questa mancanza di civiltà, “non ci resta che piangere” diceva il titolo di una pellicola, ma di rassegnazione non c’é bisogno, di insegnamento e formazione si.

L’ umanità è una

Non esiste solo l’antisemitismo. E’ questo l’errore, marchiano, che la stampa e i social media stanno, al solito, veicolando. La questione Palestinese non è abbassabile ad un mero sdegno nei confronti di un popolo che ha subito l’odio più profondo e la persecuzione più sanguinosa della storia. Rimangono due binari separati e anche piuttosto nettamente. L’intrico eterno, purtroppo, del Medio Oriente merita un’attenzione così profonda che ridurre il tutto a questo non fa che portare confusione nella confusione.

Sarà banale, ma mai come dall’avvento delle Rete quasi ogni argomento è divenuto solo un chiassoso contrapporsi di urla, insulti e denigrazione. Complici per primo politicanti, mozzaorecchie e giornalisti proni che danno alle “menti semplici” (*) l’opportunità di mostrarsi, pavoneggiarsi sulle vicende mondiali. Quelle altrui ed intricate sono le migliori. Qui nessuno ha nulla da insegnare, se non i fatti, che sempre dovrebbero essere edulcorati dalle opinioni personali. I diritti umani sopra ogni cosa andrebbero incorniciati nella maniera più corretta e neutra possibile.

L’ umanità è una, con tutte le variabili infinite della singola persona, del pensiero proprio ed unico di ognuno. Naturalmente la formazione e la cultura fanno la differenza, così come -purtroppo- i credo religiosi, l’ambiente circostante, tutto. Proprio per questo, dal 1948, non esiste solo lo Stato di Israele, ma anche la Palestina. Anzi, prima di Israele era la Palestina.

La via più semplice sarebbe il silenzio, ma chi ha voglia di tacere? Io (noi) per primo trovo le scorciatoie per veicolare il “mio” pensiero, che non può mai essere così arrogante da credere di essere quello corretto, quello che scopre una verità che nessuno ha in tasca. Tutti colpevoli? In un certo senso sì, ma anche con il diritto inviolabile di esprimersi. Un’espressione che dovrebbe far crescere, portare all’approfondimento, al confronto. Un’utopia disdegnata per la vacuità dell’esposizione, del riscontro, dei pollici all’insù.

Per cui no e no. Non c’è solo l’antisemitismo. C’è anche l’anti mussulmano, l’anti cristiano, l’anti ragionamento, l’anti intelligenza, l’anti umanità in senso lato. Tutto un universo di incomprensione e odio che conduce all’unico risultato di fare dell’unico mondo che abbiamo un disastro di eccellente auto distruzione. Con il benestare di coloro che, in un anfratto della loro testa, pensano di essere immortali, evidentemente. La storia non insegna, perchè non si ascolta, non si legge: si vuole cambiarla per la propria opportunità, per un fine supremo volatile come il pensiero univoco.

Il singolo esiste come parte di una comunità globale. Abbastanza lineare da esprimere, quasi impossibile da capire.

(*) “The Jean Genie”, David Bowie, 1973.