George Rodger

Nato nel 1908 a Hale, nel Cheshire, da una famiglia di origine scozzese, dopo gli studi (1921 – 25), George Rodger s’imbarca su un cargo della Marina Mercantile. Nel 1929 aveva compiuto varie volte il giro del mondo senza però aver mai visitato Londra. Dopo un periodo difficile negli Stati Uniti, durante la Depressione, lavora come fotografo per la BBC (1936 – 38), poi per l’agenzia Black Star, e le sue foto sono pubblicate su Tatler, Sketch, Bystander e Illustrated London News.
Il reportage del “Blitz” su Londra attira l’attenzione di Life e dal 1939 al 1945 diventa corrispondente di guerra per questa rivista. Documenta il fronte in Africa Occidentale, poi in Eritrea, Abissinia, Iran e Birmania. Raggiunge il Nordafrica, dove incontra Robert Capa, di cui diventa amico, poi segue lo sbarco in Italia, dalla Sicilia fino a Salerno.
Dopo aver documentato la liberazione della Francia, del Belgio e dell’Olanda, è il primo fotografo a entrare a Bergen-Belsen, nell’aprile del 1945. E un’esperienza traumatica e da quel momento Rodger deciderà di non voler più essere fotografo di guerra. Si licenzia e parte per un lungo viaggio in Africa e nel Medio Oriente, concentrandosi sempre più sugli animali, sui riti e la vita delle popolazioni africane.
Nel 1947 è uno dei membri fondatori di Magnum Photos. Durante un viaggio da Città del Capo al Cairo scatta immagini straordinarie della tribù Nuba Kordofan. Le foto appariranno prima sul National Geographic (1951), poi nel volume Village des Noubas (1955), accompagnate da un testo dello stesso Rodger. Dal 1941 al 1980 compie più di 15 spedizioni in Africa. Tra i suoi lavori: People Are People the World Over, Generation Children, un gruppo di progetti ispirati da Capa (1954), missioni per la Standard Oil e la Esso in Medio Oriente, Africa e Etiopia. I suoi reportage a colori sul Sahara, i Tuareg e la vita animale, con testi scritti dalla moglie, la giornalista Jinx Rodger, sono pubblicati dal National Geographic. Nel 1980 toma in Africa per l’ultima spedizione.
Muore nel 1995. Le sue foto, e gli scritti che spesso le accompagnano, sono state raccolte in tanti volumi e mostre itineranti.

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Le 100 foto del 2024 per Associated Press

La missione del fotogiornalismo è catturare momenti che rappresentano e, nel migliore dei casi, rivelano veramente l’infinito spettro dell’esperienza umana.

I fotografi dell’Associated Press in tutto il mondo hanno trascorso il 2024 facendo esattamente questo, a volte con grande rischio o sforzo personale, sempre con etica, compassione e qualità e con un occhio sempre rivolto al memorabile.

Tuttavia, quando questi fotografi incontrano il mondo (da Israele e Gaza al Brasile, dalla Mongolia al cuore dell’America e oltre), spesso non hanno idea di cosa troveranno finché non lo trovano davanti agli occhi.

Ecco cosa hanno trovato nel 2024, in tutte le sue contraddizioni: Conflitto. Ambizione. Rabbia. Ingiustizia. Sforzo. Allegria. Povertà. Sangue. La ricerca dell’eccellenza, indipendentemente dall’arena. Il corpo umano, in glorioso e panico movimento e, troppo spesso, tristemente immobile. Lotta: per proteggere i propri cari, per navigare in un pianeta che si riscalda, per sfuggire a conflitti e oppressione, per sopravvivere alla capricciosità della natura.

Le 100 foto del 2024 per Associated Press

Steve McCurry

Nato a Philadelphia nel 1950, Steve McCurry studia cinema e storia alla Pennsylvania State University. Inizialmente pensava di dedicarsi alla realizzazione di documentari, ma comincia ben presto a collaborare come fotografo con un giornale locale. Dopo tre anni decide di recarsi in India per qualche mese e comporre il suo primo vero portfolio con immagini di questo viaggio. Si fermerà invece due anni e, dopo la pubblicazione del suo primo lavoro importante sull’Afghanistan, collaborerà con alcune delle riviste più prestigiose: Time, Life, Newsweek, Geo e il National Geographic.
Membro di Magnum Photos dal 1985, McCurry ha ricevuto numerosi riconoscimenti di grande prestigio, come il Magazine Photographer of the Year, concesso dalla National Press Photographer Association nel 1984, e quattro diversi primi premi della World Press Photo nell’edizione dello stesso anno. Nel 1998 gli sono stati assegnati due premi Eisenstaed, rispettivamente per la famosa foto del bimbo coperto di polvere rossa durante un festival a Bombay e per il reportage sulla celebrazione del 50° Anniversario dell’Indipendenza in India. Sempre nel 1998 riceverà il premio Life’s Magazine World Photo e, successivamente, per due volte, l’Olivier Rebbot Memorial Award.
Oltre ai libri Portraits (1999) e South Southeast (2000), McCumy ha pubblicato anche The Imperial Way (1985), il reportage di un lunghissimo viaggio in treno nel subcontinente indiano con lo scrittore Paul Theroux, Monsoon (1988), documento straordinario di uno degli effetti climatici più devastanti del pianeta, Sanctuary (2002), una visione calma e contemplativa dei monasteri buddisti di Angkor Wat in Cambogia. The Path to Buddha, il suo ultimo libro (2003), è dedicato ai luoghi sacri del buddismo tibetano.
Il suo lavoro è stato esposto in numerosi Paesi del mondo ed è conservato in diverse collezioni pubbliche come quelle del Museo di Tokio, dell’Houston Museum of Modem Art, dell’International Center of Photography, della George Eastman House e del Philadelphia Museum of Art.

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Ferdinando Scianna

Nato a Bagheria, in Sicilia, il 4 luglio 1943, Ferdinando Scianna inizia a fotografare negli anni Sessanta raccontando per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione d’origine. Nel 1961 intraprende studi di Filosofia e Lettere presso l’Università di Palermo e, due anni dopo, conosce lo scrittore Leonardo Sciascia, inizio di un lungo e importante rapporto di amicizia e collaborazione. A soli ventun anni pubblica, con saggio di Sciascia, Feste religiose in Sicilia, che ottiene il prestigioso Premio Nadar.
Dopo essersi trasferito a Milano, comincia a lavorare per il settimanale L’Europeo come fotoreporter, inviato speciale, poi corrispondente da Parigi, dove vive per dieci anni. Ma Scianna non si limita a fotografare in funzione dei servizi giornalistici. Realizza ricerche personali e il suo lavoro verrà molto apprezzato da Henri Cartier-Bresson, che lo inviterà a entrare in Magnum Photos, della quale diviene membro nel 1982.
Fotografo tra i più versatili, dal 1987 in poi Ferdinando Scianna alterna il reportage in tutto il mondo con i lavori di moda e pubblicità, riscuotendo successo internazionale. Alla sua passione per la fotografia si affianca quella per la scrittura. Scianna svolge da anni un’importante attività critica e giornalistica e pubblica numerosi articoli sulla fotografia come mezzo espressivo e narrativo.
Tra i suoi libri più noti: I Siciliani (1977); L’istante e la Forma (1987); Città del Mondo (1988); Le forme del Caos (1989); Leonardo Sciascia (1989); Marpessa, un racconto (1993); Altrove, reportage di moda (1995); Dormire, forse sognare (1997); Quelli di Bagheria (2003); Bibliografia dell’Istante (2003). Alla produzione di libri si affianca quella espositiva, con mostre in prestigiosi musei e gallerie di tutto il mondo.

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iPhone Photography Awards 2024

Ogni anno dal 2007 Apple organizza l’iPhone Photography Awards (IPPA), un concorso fotografico con iPhone. Tra le migliaia di immagini inviate da oltre centinaia di paesi in tutto il mondo, i membri della giuria dell’IPPAAWARDS seleziona i migliori scatti attribuendo i premi ai vincitori di varie categorie.

Quest’anno il vincitore del premio più importante, il “Photographer of the year – Grand Prize”, è Erin Brooks dagli Stati Uniti, che ha scattato la foto selezionata a Tampa (Florida) da un iPhone 15 Pro Max, una immagine in bianco e nero che mostra un bambino davanti un acquario.

Altro premio è stato assegnato ad Glen Wilbert dagli Stati Uniti per lo scatto a Huntington Beach (California) e che mostra un gruppo di nuotatori di un campo per bagnini, immortalati da un iPhone 11 Pro Max.

Oltre ai vincitori assoluti, IPPA sceglie le foto vincitrici in varie categorie: astratto, animali, architettura, bambini, fiori, paesaggi, lifestyle, natura, notizie-eventi, panorami, persone, ritratti, ecc.

Tra i lavori premiati quelli dell’italiana Alessandra Manzotti (una foto scattata all’Antartide con iPhone 12 Pro Max).

Impressionanti i risultati che è possibile ottenere con la semplice fotocamera di quello che da tempo non è più solo un telefono e ancora una volta la dimostrazione che l’unico limite quando scattiamo fotografie è costituito da noi stessi e non dal dispositivo usato. Un buon occhio fotografico può fare la differenza, indipendentemente dal dispositivo usato.

Le foto inviate non devono essere modificate con app diverse da quelle di serie con l’iPhone. I vari scatti premiati sono visibili sul sito dedicato all’evento.

Robert Capa

Robert Capa non era intenzionato a diventare un fotografo di guerra: furono le circostanze della sua vita a spingerlo. Nacque con il nome di Endre Friedmann in una famiglia ebrea di Budapest. Nel 1931, a 17 anni, fu costretto a lasciare il Paese per avere partecipato a manifestazioni contro il regime ungherese. Approda a Berlino dove troverà lavoro presso l’importante agenzia berlinese Dephot. Il direttore, Simon Guttmann, riconosce subito il suo talento e lo invia a fotografare Lev Trotskij durante una conferenza a Copenaghen.
Nel 1933, con Hitler al potere, Endre è di nuovo obbligato a partire.
Si installerà a Parigi con la speranza di guadagnarsi da vivere come fotoreporter. Ma nei primi tempi conosce la fame, la miseria e la xenofobia, mitigate solo dalle nuove amicizie. Tra questi Henri Cartier-Bresson e David Seymour – più conosciuto come “Chim” – con cui anni più tardi fonderà Magnum Photos. In questo periodo conosce anche una giovane profuga tedesca, Gerda Taro (nata Pohorylles), che diventerà sua compagna e manager. Insieme “inventano” un noto e prestigioso fotografo americano di nome Robert Capa.
Con le sue prime foto della guerra civile spagnola Endre dimostra di essere all’altezza della reputazione del celebre Robert Capa e ne assume ufficialmente il nome. Nel luglio del 1937 Gerda Taro muore in Spagna mentre fotografa la ritirata nella battaglia di Brunete.
Capa non superò mai completamente questa perdita. Negli anni successivi continuerà a fotografare i grandi conflitti: la resistenza cinese all’invasione giapponese del 1938, la seconda guerra mondiale in Europa (1941-1945), la prima guerra arabo-israeliana (1948) e la guerra d’Indocina (1954). Simbolo di tutti i fotogiornalisti che hanno rischiato la vita per la loro professione, Capa seppe comporre immagini di una dolcezza senza confronti, affreschi storici intrisi di umanità. Seppe trovare nei volti della gente quell’istante rivelatore che stempera la sofferenza in speranza.

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Henri Cartier-Bresson

“L’occhio del secolo”, o “sinonimo stesso della parola fotografia”, o ancora “l’obiettivo ben temperato”: tante definizioni hanno accompagnato Henri Cartier-Bresson e le sue immagini. E del resto, se mai è esistito uno sguardo in grado di cambiare per sempre la maniera di osservare la realtà e di pensare la fotografia, è senza dubbio quello di Henri Cartier-Bresson, il più grande tra i grandi fotografi.
Nato a Chanteloup, a pochi chilometri da Parigi, nel 1908, intraprende presto un cammino originale, fuori da ogni schema, e prima dei vent’anni lascia il liceo per dedicarsi alla pittura studiando con André Lhote. Frequenta i surrealisti: il giovane Henri li osserva, li studia e assorbe i loro insegnamenti. A 22 anni parte per la Costa d’Avorio, ma dopo un anno una febbre tropicale lo costringe a tornare in Francia dove, definitivamente, scopre la gioia di scattare fotografie. Compra una Leica, duttile e maneggevole e, in compagnia di André Peyre de Mandiargue, parte per un viaggio in Europa, tra Francia, Spagna, Italia, e poi in Messico. Lo sguardo, allenato dalla pittura e attratto dalla realtà che incontra, riesce a cogliere momenti di equilibrio raro, di perfetta composizione formale e insieme di grazia estrema. Sono gli anni delle “prime fotografie” (come verranno chiamate in una successiva mostra al MoMA di New York), un corpus visivo di incredibile forza e importanza: “dal 1932 al 1934 Henri Cartier-Bresson, grazie ad una straordinaria inventiva riuscì a dimostrare che un fotografo poteva manipolare il mondo con la stessa libertà con cui uno scultore modellava la creta, fingendo di non aver toccato nulla. Chi avrebbe mai pensato che la fotografia fosse in grado di sviluppare tali alchimie?

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Elliott Erwitt

Elliott Erwitt nasce nel 1928 a Parigi da genitori russi. Frequenta nel 1934 le scuole elementari in Italia, dove i suoi genitori si sono trasferiti, ma nel 1939 la famiglia Erwitt decide di emigrare negli Stati Uniti. Nel 1942, a 13 anni, frequenta la Hollywood High School e, piu tardi, il Los Angeles City College. Dopo essersi trasferito a New York nel 1946, segue un corso di storia del cinema presso la New School for Social Research, barattando il costo delle lezioni con il proprio lavoro di custode presso la stessa scuola.
Nell’anno 1953, dopo il servizio militare, svolto in Europa come assistente fotografo presso l’US Army Signal Corps, Erwitt comincia a lavorare regolarmente con prestigiose testate come “Look”, “Life”, “Collier’s”, “Saturday Evening Post” e “Holiday”. Lo stesso anno entra alla Magnum Photos come fotografo associato e un anno dopo, nel 1954, ne diviene membro effettivo.
Dal 1970 all’attività fotografica si affianca quella cinematografica, che ben presto assorbe gran parte del suo tempo, con la realizzazione sia di filmati commerciali e di reportage, sia di film a soggetto.
Nel 1974, con Son of Bitch inizia la produzione di libri che, affiancata e sostenuta da mostre in gallerie e musei, registra opere tematiche (come On the Beach, del 1991 o Museum Watching del 1999) e lavori generali come il recente Snaps, realizzato nel 2001.

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Le foto in bianco e nero vincitrici del Black and White Minimalist Prize 2024

In Great-Grandpa’s hands by Yvonne C. Krystovsky

Minimalism è promotore di un concorso che premia le migliori fotografie minimaliste e monocromatiche che porta il nome di “Black and White Minimalist Photography Prize 2024”.

La giuria quest’anno ha deciso di assegnare il primo premio alla fotografia intitolata “In Great-Grandpa’s hands” di Yvonne C. Krystovsky, seguita rispettivamente al secondo e terzo posto dai fotografi Daniel Zaleski e Alexandre Caetano.

La foto vincitrice di Krystovsky cattura un momento di tenera connessione tra generazioni, mostrando le mani di un bisnonno che afferrano quelle del pronipote. Da un lato ci sono le rughe sulla pelle dell’anziano che raccontano le sue esperienze di vita, dall’altro le dita morbide del bambino che ne riflettono l’innocenza.

Minimalist Concrete Staircase by Daniel Zaleski

Al secondo posto troviamo “On top of Serra da Capelada” di Daniel Zaleski, che ritrae una scala in cemento di nuova progettazione. realizzata in un vecchio edificio ristrutturato (ex mattatoio).

On top of Serra da Capelada by Alexandre Caetano

Mentre al terzo posto troviamo “On top of Serra da Capelada” di Alexandre Caetano. La foto è stata scattata durante un viaggio attraverso la Costa da Morte, in Galizia, a 600 metri sul livello del mare, proprio dove le montagne separano il mare Cantabria dall’Oceano Atlantico.

Qui per vedere tutte le bellissime foto

Storie dal mondo

Da due anni il World press photo, il più importante premio fotogiornalistico del mondo, ha cambiato le categorie e la formazione della giuria: i temi sono solo quattro, mentre la giuria è divisa in aree geografiche, dall’Africa all’Europa, dal Centroamerica all’Oceania. L’obiettivo è quello di dare spazio a fotografi di ogni parte del mondo e di far emergere storie che potrebbero avere più difficoltà a farsi conoscere. Quest’anno hanno partecipato 3.851 fotografe e fotografi di 130 paesi. Ci sono storie legate alla crisi climatica in Brasile e in Bangladesh, un reportage sulla riduzione delle popolazioni di farfalla monarca in Nordamerica e Centramerica, e lavori sulla demenza senile in Giappone e Madagascar. Ovviamente non potevano non esserci immagini sulle guerre tra Russia e Ucraina, e tra Hamas e Israele. “Le foto scelte sono state realizzate con rispetto, coraggio e profondità, spesso in circostanze inimmaginabili”, ha detto la presidente della giuria Fiona Shields, del Guardian. I vincitori finali del premio saranno annunciati il 18 aprile.

Qui le foto finaliste