Bruce Springsteen 50 (1973-2023)

L’ultimo libro che mi hanno regalato è stato “L’alba dentro l’imbrunire” un libro illustrato molto completo su Franco Battiato. Questo di Bruce Springsteen invece me lo sono regalato io.

Per certi versi, con le dovute differenze e proporzioni, i due libri si assomigliano molto in quanto, entrambi sono scritti da persone competenti (sono molti i critici, gli amici, gli adetti ai lavori, ecc. che hanno contribuito in entrambi i libri) sono pieni di illustrazioni, aneddoti, storie ecc., che rendono il libro completo in tutti i sensi,

Scritto da Ermanno Labianca, il libro dal titolo eloquente, celebra i 50 anni di carriera del boss, il quale afferma:

Questo libro ha rappresentato per me l’occasione per rileggere molte affermazioni di Bruce Springsteen, ritagliarle e sequenziarle fino a comporre una gigantesca antologia in grado di cristallizzare la filosofia, le ambizioni, la forza, le paure e anche le debolezze di una tra le rock star più celebrate del pianeta. Racconta il giovane Bruce che componeva le sue prime canzoni intrise di amore e di rabbia sociale e l’uomo di oggi, autore ancora ispirato, che si concede alla tanta musica non sua che lo ha formato. Accanto ai pensieri del protagonista, vivono i contributi, le memorie, i ricordi di ospiti preziosi, firme illustri che insieme a me tratteggiano il “loro” Springsteen. Cinquant’anni di carriera e di storia. Un gran bel pezzo di vita. Per Bruce e per noi.

L’ottimo critico musicale Ermanno Labianca scrive un testo davvero notevole che ci consegna il ritratto schietto e profondo di una delle figure più amate nella storia del Rock.
Il libro si presenta come un monumentale affresco di splendide fotografie, citazioni, racconti e memorie – diviso in capitoli per fasi logiche e cronologiche della carriera di Springsteen – che complessivamente raccontano la sua vita e le sue ispirazioni, la sua musica e i suoi concerti, attraverso la voce dello stesso Boss e dei tanti autorevoli testimoni, chiamati a raccolta per tratteggiare lo spirito di questo protagonista indiscusso di mezzo secolo di grande storia della musica.
Il libro è appassionante, scorrevole e agile, grazie – oltre che all’eleganza della narrazione e all’interesse dei contenuti – a un impaginato accattivante e dinamico in cui ogni immagine è perfettamente centrata sulla cronologia del racconto amplificandone l’emozione della lettura.
Ovviamente è un must per tutti i fan del Boss, per chi ne vuole sapere di più e per chi ne sa già, perché su Springsteen… si sa solo che non è mai abbastanza.

Tre giorni di pace e musica

Tre giorni che hanno fatto la storia.
Si celebra il 15 agosto l’anniversario del più grande evento di libertà, umanità e lotta pacifica: il Festival di Woodstock. Più che un concerto un pellegrinaggio, una fiera di arte e musica, una comunità, un modo di vivere che ha cambiato per sempre il concetto di libertà. Sul palco, a Bethel (una piccola città rurale nello stato di New York) si sono alternati per tre giornate alcuni tra i più grandi musicisti della storia. Musicisti che provenivano da influenze, scuole musicali e storie differenti ma che avevano in comune ciò che più contava in quei favolosi anni ’60: la controcultura.

Si passava dal rock psichedelico di Jimi Hendrix (che, pur di essere l’ultimo a esibirsi, salì sul palco alle 9 di lunedì mattina per un concerto di due ore, culminato nella provocatoria versione distorta dell’inno nazionale statunitense) e dei Grateful Dead ai suoni latini dei Santana (che regalarono un memorabile set, impreziosito dallo storico assolo di batteria del più giovane musicista in scena: Michael Shrieve) passando per il rock britannico di Joe Cocker (che regalò in scaletta le splendide cover di Just Like a Woman di Dylan e With a Little Help from my Friends dei Beatles) e degli Who all’apice della loro carriera (celebre l’invasione di palco dell’attivista Habbie Hoffman, durante il loro concerto, quasi quanto il lungo assolo di Pete Townshend durante My Generation, con lancio di chitarra finale).

C’era poi il folk, con una splendida Joan Baez su tutti, che suonò nonostante fosse al sesto mese di gravidanza, genere tipicamente statunitense che si alternava a suoni più esotici e orientali, come il sitar di Ravi Shankar. Impossibile dimenticare infine l’intensa performance della regina del soul Janis Joplin, la doppia esibizione (acustica ed elettrica) di Crosby, Stills, Nash e del “fantasma” di Neil Young, che rifiutò di farsi riprendere dalle telecamere e il divertente show dei Creedence Clearwater Revival.

Concerti che rimarranno nella memoria di chiunque ami la musica come simbolo di cambiamento, pace e libertà. D’impatto i presenti come pesanti furono le assenze di John Lennon, che si rifiutò di esibirsi per il mancato invito di Yoko Ono, Bob Dylan, padrone di casa (lui che all’epoca viveva proprio a Woodstock) assente per la malattia del figlio, i Rolling Stones, ancora scossi per la morte di Brian Jones e i Doors, alle prese con una serie infinita di problemi legali.

Il vero protagonista dell’evento fu però il pubblico, la “vera star” secondo l’organizzatore Michael Lang, eterogeneo quasi quanto i generi musicali. Da tutta America arrivarono studenti liceali e universitari, hippie, veterani del Vietnam, filosofi, operai e impiegati. Nessuna differenziazione di razza, etnia o colore della pelle: tutti uniti dalla voglia di stare insieme in libertà con il fango a livellare ogni diversità e i capelli lunghi come simbolo di ribellione. Un sogno che oggi sembra lontano anni luce, nelle ideologie come nell’organizzazione.

Da quel 1969 si è provato a più riprese a riproporre Woodstock, con scarsi risultati culminati nell’annullamento del concerto in programma per questo cinquantesimo anniversario, organizzato proprio da Lang e non andato in porto tra una defezione e l’altra, forse perché indigesto ai grandi organizzatori di eventi musicali mondiali. Forse, a conti fatti, meglio così: quell’atmosfera irripetibile era frutto di una spontaneità organizzativa di altri tempi, una magia fuori da ogni schema il cui risultato sensazionale, iconico e significativo fu chiaro solo anni dopo anche agli stessi partecipanti.

The 150 Greatest Albums Made By Women

La buona musica quella lontana dalle mode non ha tempo e di conseguenza non può invecchiare. Ci sono dischi che hanno decenni alle spalle ma che “suonano” come fossero stati registrati l’altro ieri, proprio grazie all’ossatura in puro acciaio che non viene intaccato dalla ruggine.
Questo pensiero mi è venuto perché per puro caso mi è ritornato alla vista un vecchio (?) post targato 2017 di “npr” che stila i 150 migliori album realizzati da donne.

Qui il link dei primi dieci album e alla fine del post tutti i link per i rimanenti 140.

In ricordo di Claudio Rocchi

Il 18 giugno del 2013, a 62 anni, ci lasciava Claudio Rocchi. Chi ha una certa età se lo ricorda ai microfoni di “Per Voi giovani”, nei primi Stormy Six, cantautore raffinato, personaggio semplice e diretto.

Claudio ha lasciato il suo corpo, così avrebbe detto lui. Con queste semplici e drammatiche parole Susanna Schimperna, la compagna di Claudio Rocchi, ha fatto partecipi gli amici di quello che era successo qualche ora prima. Esattamente il giorno prima dell’inizio di una manifestazione dedicata al rock progressivo alla quale Claudio aveva lavorato da più di un anno e che lo avrebbe visto protagonista nella serata conclusiva insieme a Battiato ed a Maroccolo. Destino infame. La manifestazione aveva per titolo Per voi giovani, come la storica trasmissione radiofonica della RAI creata da Renzo Arbore che tanto seguito aveva avuto sin dal suo apparire nel 1966 e che tanto altro in più ne avrebbe avuto quando dal 1970 in poi ai microfoni si alternarono una serie di conduttori che avrebbero letteralmente sprovinciazzato l’ascolto radiofonico in Italia, facendo conoscere i Traffic, i Genesis, Cat Stevens, Crosby Stills Nash & Young, i Gentle Giant, Joe Cocker e tanti altri musicisti anglo-americani di primo e di secondo piano. Tra le voci di quella fortunata trasmissione – Paolo Giaccio, Carlo Massarini, Richard Benson, Fiorella Gentile, Raffaele Cascone e tanti altri negli anni a venire – c’era anche quella di Claudio, che curava un segmento del programma intitolato Spazio Rocchi. Me lo ricordo perfettamente quando, un pomeriggio dell’inverno 1971-1972, ci fece ascoltare un disco che lo aveva colpito particolarmente e che colpì particolarmente anche gli ascoltatori di Per voi giovani. Si trattava di If I Could Only Remember My Name di David Crosby.

Il suo modo semplice e diretto, in quelle trasmissioni, di miscelare con estrema naturalezza musica, filosofia e religioni orientali e occidentali senza essere mistico per forza, rendeva il suo spazio musicale un unicum radiofonico nel quale scoprire artisti difficilmente raggiungibili in altro modo. A quel tempo aveva appena pubblicato i suoi primi due album, Viaggio e Volo Magico n.1, due dischi molto interessanti ed assolutamente originali, così come del tutto originale è stato il suo percorso artistico, compresi l’esordio con gli Stormy Six, il periodo più rigorosamente elettronico e quello più direttamente legato alla International Society for Krishna Consciousness (ISKCON, quattro album tra il 1980 e il 1982). Una lunga pausa artistica (durata dodici anni) lo aveva allontanato dalla scena discografica fino alla metà degli anni Novanta, ma da quel momento in poi la sua musica aveva ricominciato a circolare copiosamente, tra dischi nuovi, ristampe degli album precedenti e antologie di provini homemade. Il progetto di spettacolo che avrebbe dovuto presentare con Maroccolo e Battiato al Festival Per Voi Giovani s’intitolava Aria di Rivoluzione, ed era anche il frutto di un lavoro discografico in avanzata fase di realizzazione portato avanti insieme a Maroccolo, che sicuramente vedrà presto la luce e che si annuncia di grande bellezza.

Ci manca la sua lucidità, la sua voglia di includere più che di escludere, la sua musica ricca e profonda, la volontà di non arrendersi anche nei momenti più difficili, la sua fiducia nel futuro, la sua capacità di stupirsi, nonostante tutto.

L’alba dentro l’imbrunire

Mi hanno regalato “L’alba dentro l’imbrunire” un bellissimo libro, con molte illustrazioni, su Franco Battiato. Ci sono una sessantina di contributi scritti dei più importanti critici musicali italiani e non solo, oltre alla quindicina di fotografi che hanno contribuito con immagini per lo più inedite.
Inutile aggiungere che è un libro obbligatorio per un fan di Battiato.

Inutile negarlo, quando Franco Battiato è morto si è chiuso un grande capitolo di cantautorato italiano, una grande stagione eclettica e intelligente.
I sopravvissuti non affollano più una scena creativa. Chi se ne è andato per una strada lastricata di solitudine, chi continua la vita dura del cantautore, chi ha aperto un ristorante e aspetta gli amici a sera tardi per fare una suonata insieme.

Franco Battiato è stato uno dei pochi che ha sparso manciate di note su una pagina di cultura musicale assolutamente indimenticabile. Una voce unica che ha sempre soffiato leggera senza irrigidirsi in uno stile. Una voce che ha evocato con dolcezza il dolore dell’anima senza sciuparsi di sentimentalismi.

Il leone ruggisce ancora

Riflessione sull’ultima produzione di Van Morrison

Dopo diversi anni e molte uscite discografiche, non tanto entusiasmanti, “The Man” torna a ruggire. Latest Record Project Volume I è il suo più bel disco dell’ultimo ventennio. Non certo un capolavoro ma sicuramente un album che non annoia anzi, lo ascolto in loop e non mi stanca per nulla. Sorvolo su alcuni testi che non mi trovano d’accordo per niente ma il suono è sempre quello di un grande e se a trequarti di secolo incidi ancora un album doppio con 28 canzoni (e un altro che arriverà) per ben due ore di musica, vuol dire che talento, ingegno e ispirazione non ti fanno difetto.

E proprio su questi ultimi aggettivi, per niente esagerati, mi sorgono spontanee alcune domande: Cosa succederà quando non ci sarà più questa generazione di musicisti? Penso a Bob Dylan, Neil Young, Bruce Springsteen… Cosa gli spinge a continuare a scrivere e pubblicare, a mettere la musica al centro della propria vita? Potrebbero godersi le giornate senza troppe preoccupazioni… Eppure non mollano, perché? Dove trovano tutta questa energia e ispirazione?
Le risposte possono essere diverse ma non è questo il post per approfondirle.

Per il momento mi godo queste 28 canzoni che compongono “Latest Record Project Vol. 1”, dove non c’è un cedimento, una flessione, dove energia e determinazione si aggiungono a sensibilità e acume.
In un’epoca in cui quasi tutta la musica potrebbe essere schedata come “Musica da ascensore“, queste canzoni rivendicano una dignità e un diritto di ascolto. 
Per il momento mi godo questa loro eterna giovinezza, non pensando al futuro e concentrandomi sul presente che non è invitante, ma è quello che ci è dato vivere. E con questa colonna sonora, vi assicuro che non è soltanto piacevole, ma addirittura sorprendentemente piacevole.

Ben ritrovato quindi “The Man” della tua creatività ne abbiamo bisogno visto il “quasi vuoto” (il “quasi” è obbligatorio) musicale che regna sovrano.