Who Do We Think We Are dei Deep Purple

…della serie: ricordi indelebili.

Ho un profondo legame con dei dischi che la critica ufficiale, quella seria, considera ‘secondari’. Questo vale per i Deep Purple, Traffic, Rolling Stones e altri. Credo che dipenda molto dal momento, dalla situazione, da come vengono ‘vissuti’ certi album.
Certo è che, se vengono alla mente e regalano ancora emozioni, poco importa se siano ‘primari’, ‘secondari’ o chicchessia, per me hanno un’importanza straordinaria.

Per la cronaca questo fu il primo LP che comprai in ‘società’ con un mio amico. Lui aveva un giradischi Phonola, io invece una radio-cassette della Grundig. Il disco costava 3.500 Lire, naturalmente per ascoltarlo dovevo andare per forza a casa sua. Successivamente comprai a rate il famosissimo giradischi della Reader’s Digest e venni in possesso definitivamente, di comune accordo, del disco.

Comprammo il disco appena uscito nel 1973, lo ascoltammo miriade di volte anche perché era l’unico che avevamo 🤣
Settimo e ultimo album dei Deep Purple, col cantante Ian Gillan e il bassista Roger Glover fino alla pubblicazione nel 1984 di Perfect Strangers, il disco fu registrato in mezzo a baruffe e incomprensioni tra i musicisti, con aneddoti degni di una commedia di Carlo Goldoni.

Considerato un disco secondario dalla critica, io invece controcorrente sono profondamente legato ad ogni secondo dei quasi 35 minuti della durata totale. Il suono più vicino al blues che nelle precedenti produzioni, possiede il classico marchio Deep Purple, ma certamente meno ‘hard’ e più ‘blueseggiante’. Sette brani senza nessuna sbavatura e caduta di tono. Difficile scegliere il brano migliore e questo dice tutto.

Classifica musicale 2024

Diciottesima classifica musicale.
Come consuetudine, pubblico i dischi preferiti di questa annata.
A differenza del precedente 2023, dove i dischi pubblicati sono stati non solo numericamente superiori ma anche in percentuale di qualità, questo 2024 è stato leggermente ‘parco’, non per questo non sono mancate alcune ottime produzioni.

Nelle prime posizioni ci sono due dischi dei The Smile, gruppo padroneggiato da Tom Yorke (Radiohead) che dimostra ancora una volta la sua genialità anche con altre formazioni.
Il bellissimo ritorno dopo 16 anni di silenzio dei The Cure, che pubblicano un album straordinario cosa per altro non facile.
I collaudati Nick Cave e Pearl Jam che con un disco profondo, il primo e molto ‘ascoltabile’ i secondi, convincono senza riserve.
Seguono i promettenti Fontaines D. C., Rosali, Sprints e Lyr con delle buonissime produzioni e per certi versi originali.
I successivi King Hannah, Brown Horse e Snow Patrol seguono a ruota e non per qualità, anzi, ma con dei dischi non secondi ai sopra detti.

Classifica musicale 2024

Superstition

Novembre del 1972, la trasmissione mitica era “Per voi giovani”, i conduttori erano: Raffaele Cascone, Carlo Massarini, Massimo Villa e Riccardo Bertoncelli, dei veri, unici, insuperabili conduttori radiofonici ‘musicali’ (Un giorno scriverò di questo). Ero molto gggiovane e a differenza dei miei compagni di merende, ascoltavo anzi ‘mangiavo’ la radio… Quando fu trasmessa per la prima volta Superstition di Stevie Wonder fu un fulmine e ciel sereno.
E va bé, non scivolo nel nostalgico e vi invito ad ascoltarla suonata insieme ad un altro ‘mostro’ della musica rock chiamato Jeff Beck.

Blowin’ in the wind

Grazie a Blob ho visto per la prima volta Gian Maria Volonté recitare il testo tradotto della canzone di Bob Dylan “Blowin’ in the wind”. Il video del 1967 ha un prologo simpatico tra Volonté e Giorgio Gaber che hanno rispettivamente 34 e 28 anni.

“Blowin’ in the Wind” è una canzone scritta da Bob Dylan nel 1962. Fu pubblicata come singolo e inclusa nel suo album The Freewheelin’ Bob Dylan nel 1963. È stata descritta come una canzone di protesta e pone una serie di domande retoriche su pace, guerra e libertà. Il ritornello “The answer, my friend, is blowin’ in the wind” è stato descritto come “impenetrabilmente ambiguo: o la risposta è così ovvia che ti è proprio in faccia, o la risposta è intangibile come il vento”.

Seckou Keita

Bel concerto di Seckou Keita ieri sera al Candiani di Mestre. Il concerto in realtà doveva svolgersi in coppia con il produttore, compositore e tastierista Moussa Ngom ma per problemi tecnici non ha potuto venire. Il suo posto è stato preso da un batterista di cui non ricordo il nome ma ricorderò la sua bravura.
Artista abile della kora (strumento che adoro) Seckou Keita è uno dei luminari fra i musicisti tradizionali africani.
Ho conosciuto Seckou Keita grazie alle collaborazioni con Omar Sosa in due pubblicazioni, un disco del 2017 e uno del 2021, due produzioni di rara bellezza.
Molto diverso dal suono elaborato con Omar Sosa, Keita contribuisce a mantenere viva la tradizione della kora, uno strumento iconico dell’Africa occidentale. Tradizionalmente suonato dai griot, la kora è uno strumento che richiede grande virtuosismo e sensibilità. Nell’introdurre nuovi stili di suono e composizione, Seckou riesce a dimostrare che uno strumento antico può essere rilevante anche nel mondo moderno.
Definito “l’Hendrix della Kora”, Seckou Keita è un ponte tra passato e futuro, un artista capace di preservare la tradizione della kora e al contempo innovarla, rendendola un linguaggio universale.

Salvato dalla musica

Christian Sassaro, meglio conosciuto con il suo nome d’arte Chris Rain è un artista di 23anni nato in Italia (ma vive ad Amsterdam), che fa musica emo e alternativa sia in inglese che in italiano.
Chris è cresciuto in una piccola città sulle montagne vicino a Vicenza. Durante l’adolescenza, spesso marinava le lezioni, il che lo ha portato ad abbandonare la scuola a 15 anni e a decidere di ritirarsi completamente dalla società a 16 anni, rimanendo in casa per gli anni a venire, stando sveglio tutta la notte e dormendo durante il giorno.
Chris ha iniziato a suonare la chitarra a 6 anni e all’età di 8 anni era in grado di suonare gli assoli delle canzoni degli AC-DC.
All’inizio del 2016, ha scoperto Lil Peep, ed è stato “amore a prima vista” perché lo ha fatto immedesimare nei testi in un modo che nessun altro genere musicale avrebbe potuto fare. In seguito alla morte di Lil Peep, suo musicista preferito, ha deciso di scrivere un pezzo per ricordarlo e lo ha pubblicato sui siti di musica online, senza mai uscire di casa. Affrontare la scomparsa di Peep lo ha portato a trovare il coraggio di caricare sui social network la sua prima canzone in assoluto, “How I Feel” (Come mi sento).
Dopo aver pubblicato molta musica dal 2018, nel 2022, ha deciso di lasciare l’isolamento e mostrare il suo volto, superando anni di isolamento sociale, pubblicando il video “Bloodless”, un passo considerato necessario per portare la sua carriera al livello successivo.

Amabilità sonora

Chi mi segue, conosce bene la mia passione per la musica, l’arte primaria che reputo più bella e importante della mia vita. Quando dico “musica” intendo una parte di essa, quella popolare e per “popolare” intendo quella rock, folk, jazz e soprattutto indie. Quella che molti dicono sia meno seria se raffrontata con quella classica, sinfonica, operistica. Generi musicali che reputo sicuramentie importanti ma che purtroppo non riescono ad emozionarmi come quelli sopra menzionati.

E’ molto difficile se non impossibile, almeno per me, stabilire quale sia il ‘mio’ disco più bello, il migliore, quello da isola deserta. Ci sono decine di musicisti che hanno il potere di emozionarmi, che attraverso alcuni loro brani riescono a trasmettermi ‘pathos’, ‘brivido’ e ‘passione’.

Prendendo per gioco però, questa improbabile classifica, dando per scontato il suo instabile primato, mi sento di affermare che molto probabilmente il ‘mio’ disco preferito è: “No guru, no method, no teacher” di Van Morrison pubblicato nel 1986.

Un disco unico, potente, poetico ed emozionante. Un disco che dopo un infinito numero di ascolti non riesce ancora a stancarmi e questo basta per acclamarlo come il disco da isola deserta.

Outsider

L’artista, quello vero, non dovrebbe preoccuparsi d’altro che essere se stesso, di cantare e suonare quel che vuole, in barba alle classifiche, alle mode e, estremizzando, persino al pubblico. Negli ultimi anni, di certo negli ultimi venti anni, la parola artista è stata usata spesso a sproposito, nel campo della musica popolare. Tutti quelli che cantano e registrano musica su dischi o mp3 vengono, indistintamente, chiamati artisti, al di la delle motivazioni che li spingono a cantare, suonare o registrare musica.

E’ artista l’intrattenitore, è artista il cantante, è artista il musicista, che invece andrebbero chiamati con i loro nomi, intrattenitori, musicisti e cantanti, professioni meravigliose, stimabili, essenziali per la nostra vita, e che possono consentire a chi le pratica di trasformarsi in artisti. Artista è il conduttore televisivo, artista è la soubrette che balla seminuda, artista è il rapper che maltratta le donne a parole e nei fatti, artista è il rockettaro ultramiliardario che non concede a nessuno i diritti delle sue canzoni, artista è chiunque va in scena.

No, essere artisti vuol dire qualcosa di più e di meglio. Vuole dire fare musica perché non se ne può fare a meno, perché si morirebbe senza. Vuol dire cantare perché la voce esce dal cuore solo in quel modo e non c’è verso di fare altrimenti. Vuol dire scrivere canzoni o brani musicali perché si ha il cuore e la mente piena di musica, che chiede di uscire, di arrivare su uno strumento musicale.

Non vuol dire vendere, scalare classifiche, fare promozione, pensare al business, che invece era il mestiere dei discografici, dei promoter, dei manager, che svolgevano le loro funzioni lasciando agli artisti una sola responsabilità, quella di fare musica. Il che poteva, per esempio, non portare al successo.
La storia della musica è ricca di meravigliosi outsider, che non hanno preso in considerazione mai null’altro che la propria arte.

Classifica musicale 2023

Come mia consuetudine dal 2006, pubblico la mia classifica musicale. Classifica da prendere un po’ con le “pinze” in quanto se la prima decade rispecchia la mia reale preferenza poi man mano che ci si allontana diventa bene o male una estensione più numerica che merito sonoro.

Anno estremamente produttivo (covid docet) questo 2023 ha messo alla prova il mio apparato uditivo come non mai. Grazie al tempo disponibile che per fortuna ora non manca, ho avuto modo di ascoltare quasi 130 dischi e di questi un centinaio con le dovute attenzioni. Questi dischi fanno parte di questa classifica annuale.

Al primo posto non poteva mancare una delle due uscite di Van Morrison targate 2023; “Moving on Skiffle”, un disco che ancora una volta (dopo il doppio disco del 2022) mette in luce la sua grande maestria.
A seguire un disco splendido di una “riunione” quasi improvvisata di Sissoko, Segal, Parisien, Peirani. Quattro musicisti di grande spessore che mettono insieme un universo sonoro che parte da melodie africane per passare in Armenia e scivolare in direzione della Transilvania attraverso la Turchia. Respiri intrecciati di fisarmonica e sax. Una mescolanza di melodie con echi jazz e di blues ancestrale.
L’attesa del disco di Peter Gabriel a distanza di 21anni dal suo ultimo album di inediti era enorme ma, per fortuna, non ha deluso anzi è riuscito a sfornare un quasi capolavoro.
Molto meno conosciuto dei nomi precedenti è Mark Erelli che ci regala un piccolo gioiellino confezionato a doc. Canzoni molto più di “facile ascolto” ma non per questo superficiali. Colpito due anni fa da seri problemi degenerativi alla vista, sembra infatti aver reagito alla malattia sfoderando energia e vivacità.
La cantautrice Jaimee Harris grazie alla sua bella voce e non solo, è una delle realtà più interessanti dell’attuale scena folk, tanto che paragoni come artisti del calibro di Mary Gauthier, Mary Chapin Carpenter o Patty Griffin non sono inutilmente sprecati. Album appassionato ed emozionante.
Molto apprezzato da critica e pubblico il quarto album dei Daughter, il più luminoso della loro carriera, dove i contrasti interiori continui, i pensieri impazziti e divergenti, e le emozioni oscure esternate riescono in ultimo a trovare uno sbocco, fino a intravedere una luce in fondo al tunnel e di conseguenza un po’ di pace e speranza nel futuro.
Amo i The National e mai avrei pensato che dopo alcuni capolavori pubblicati nel passato potessero ancora ripetersi e invece… ma, non bastasse dopo la prima uscita “First Two Pages of Frankenstein” a distanza di pochissimi mesi e a grandissima sorpresa ne pubblicano un secondo “Laugh Track” che è anche leggermente più bello. Grandi.
Le ultime due pubblicazioni di questo proficuo 2023 appartengono a William the Conqueror e Drayton Farley. Altri due buonissimi dischi. Il primo è un trio inglese che ha radici in Scozia, e le ottime sonorità si fanno sentire e il secondo è un disco con sonorità americane dove il country e il folk costruiscono canzoni piene di pathos.

L’intera classifica con tutti i nomi e le recensioni (alcune sono mie) le trovate QUI.

Generazioni

La musica dimostra di non appartenere più alla sua generazione, nessuno può più dire “questa musica è mia!”. Ascoltare certa musica non ci fa più identificare con una età, e nemmeno serve a legare le generazioni. Oramai la musica, quella con la M maiuscola, abbatte le barriere del tempo e viene riletta e aggiornata nei suoi significati dai linguaggi correnti, arricchita, quindi, nel suo valore e apprezzata con forza, pur ignorando, in parte o in toto, le sue pulsioni originarie. A seguito e per la prima volta pubblico questo bel testo di Alfredo “Londra chiama” leggetelo, ne vale la pena.

(…) Quel giorno, vicino a me, era seduto un ragazzo che poteva essere mio figlio, un ventenne all’incirca, forse più giovane ancora. Aveva delle cuffiette e ascoltava musica a un volume spasmodico, al punto che udivo distintamente la sua musica anch’io.
(…) Stava ascoltando London Calling dei Clash il mio album preferito. La grande musica è tale perché non ci stanchiamo mai di ascoltarla, non ha etichetta, è eterna, inossidabile, galleggia (anzi naviga!) sulla miseria dei tempi, vi resiste incondizionatamente.
(…) Potete immaginare che emozione sentirlo riemergere dall’MP3 di un ragazzo che nel 1979 non era ancora nato. In casi come questi pensi che il tempo non si fermi soltanto per la musica, ma si fermi anche per te e ti consenta di fluttuare sugli istanti come sospeso, stabilendo così una sorta di fratellanza universale tra gli uomini, al di là delle singole età anagrafiche.

«London Calling!» dico al ragazzo sorridendo.

«Cosa dice?» urla senza nemmeno togliere le cuffiette. Ovviamente urla, perché è inondato di musica.

«London Calling!» ripeto «È London Calling!». Sorrido ancora.

Si toglie la cuffietta destra, una sola!, mi guarda pateticamente: «Cosa?» ripete ancora, stavolta senza urlare troppo.

«Dicevo: è London Calling!».«Sì!» risponde senza manifestare alcuna inflessione o debolezza emotiva e rimette la cuffietta. Tutto qui. Si limitò a dire “sì”.

Ma io non cercavo una conferma, la mia era una affermazione. Forse non ha capito bene la sfumatura, penso.

«Lo so che è London Calling» dico «volevo dire che lo conosco, che è il mio CD preferito!».

«Ah!» dice lui, ed è come dire: e chi se ne frega.

«Non ti sembra curioso che ascoltiamo la stessa musica a distanza di tanti anni cronologici e anagrafici?» dico con lo spirito di chi si sente di far parte di una comunità di eletti, ossia i patiti di musica pop-rock.

«È come se la musica unisse tempi e mondi diversi no? Oltre ogni classificazione! Un ponte (faccio anche un cenno con la mano)! Non ti pare?» aggiungo.

Passano alcuni secondi prima di una risposta. Poi dice: «A me sembra curioso che uno come lei, alla sua età, ancora ascolti questa musica…».

Alla mia età? E che c’entra la mia età. Come opporre distinzioni anagrafiche alla potenza eterna, dionisiaca della musica? Avrei voluto ribattere che l’età non c’entra, che io quella musica la ascoltavo a vent’anni, che oggi è come ieri, che l’entusiasmo è lo stesso, così la passione (anzi, di più) e chissà cos’altro ancora.

Lui intanto aveva rimesso le cuffiette ed era passato ad ascoltare altro, come se io non esistessi. Mi aveva già cancellato e non so nemmeno se mi avesse mai inscritto davvero nei suoi pensieri. Il volume è altissimo, tendo inevitabilmente l’orecchio e ascolto bene. Voglio esserne certo. Non è possibile, non ci credo, è Laura Pausini! Stava ascoltando Laura Pausini, vi rendete conto? Dopo i Clash, dopo London Calling, dopo London’s Burning, White Riot, Tommy gun, dopo il povero Joe Strummer che non c’è più, e che Dio lo abbia in gloria, dopo i cannoni di Brixton, e tu che non devi farti trovare disarmato quando busseranno alla tua porta, tu che non devi aspettare con le mani in testa ma con il dito sul grilletto (When they kick at your front door/ How you gonna come?/ With your hands on your head/ Or on the trigger of your gun). Dopo la celeberrima manifestazione di questo istinto prepolitico, radicale di ribellione instillato in musica divampante, dopo questo perfetto parricidio sociale e generazionale, lui meschino, lui giovane moderno cosa faceva? Lui ascoltava (Dio lo perdoni) Laura Pausini! E poi ero io quello strano. Niente di personale, si badi, ma il confronto proprio non reggeva. Dipingo sul mio volto lo sdegno e mi volto schifato (non posso fare altro).
(…) Sono pensieroso. Mi illudo sempre che sia possibile gettare ponti tra le persone, le culture e le epoche, e che la musica (la cultura, più in generale) sia uno strumento essenziale per far ciò. E ancora ne sono convinto, ma quel piccolo episodio mi aveva disorientato. Forse era lui, forse ero io, forse erano i fatti in sé. Forse il destino cinico e baro. Forse chissà. Ma stavolta il ponte non si era affatto disteso e, anzi, avevo percepito una sorta di isolamento, anagrafico ma anche culturale. La musica non etichetta, non incasella, anzi sovrasta le individualità; come un fluido universale penetra negli interstizi e risana ogni frattura. Tuttavia, quella volta l’alchimia non aveva funzionato, ed io questa benedetta etichetta me la sentivo appiccicata indosso davvero. Come se mi avessero chiuso in un box, in una specie di recinto anagrafico, non solo culturale, ma peggio: personale. Come se mi avessero messo una targhetta col codice a barre, e mi avessero deposto in un angolo del magazzino. Ci può stare, ci può stare senz’altro mi dicevo, è possibile che questo accada, anzi è un passaggio inevitabile, con il quale fare i conti. Col quale tutti faranno i conti. Sino a che, finalmente, un sottile e disincantato amor fati non mi prese pian piano.

Tornato a casa, ho messo sul piatto Rudie can’t fail. Sul piatto, dico, non nel lettore CD. Il vinile, non il digitale. Forse per marcare una distanza: degli anni, dei miei vent’anni. Nessuna rivalsa, soltanto un po’ di nostalgia, una momentanea debolezza, una piccola consolazione al tempo che fugge via come una lepre marzolina. Tutto qui.