Come “Time Out” di Dave Brubeck ha cambiato il jazz

L’album rivoluzionario di Dave Brubeck “Time Out” è in cima alle classifiche dei migliori dischi jazz, viene ripubblicato costantemente ed è così onnipresente in alcuni ambienti che è difficile ascoltarlo con orecchie nuove.
Nei primi anni sessanta la missione del Dipartimento di Stato dell’epoca decise di inviare musicisti jazz americani in giro per il mondo come ambasciatori culturali. Questa esperienza ha avuto un’influenza importante non solo su Brubeck, ma su molti dischi di quel periodo. Brubeck si unì a Benny Goodman, Louis Armstrong e Dizzy Gillespie in un tour musicale che raggiunse molti paesi dietro la cortina di ferro e fu in grado di criticare la storia razzista dell’America promuovendone anche la cultura musicale.

“Time Out” fu il quattordicesimo album di Brubeck per la Columbia Records e fu il disco della sua svolta. Fino a quel momento lui e il suo quartetto avevano pubblicato una serie di album dal vivo registrati nei college (che promuovevano un jazz sicuro ma alla moda) e diversi album di cover jazz, come Dave Digs Disney. Ma “Time Out” era una specie di concept album completamente formato: un’esplorazione delle misure di tempo che il jazz non aveva ancora realmente toccato.
Ma la cosa migliore è che “Time Out” è uno di quei album classici per il modo in cui mescola la sperimentazione con il commerciale, un’impresa ardua in qualsiasi epoca, ma ancora più impressionante in uno dei migliori anni del jazz, il 1959.

Il video (colorato) del debutto di Bob Dylan al Newport Folk Festival nel 1963

Nel luglio del 1963, Bob Dylan fece la sua prima apparizione al Newport Folk Festival. Nella serata di apertura, catturò una folla di 13.000 persone con un’esibizione di “Blowin’ in the Wind“, accompagnato da Joan Baez, Pete Seeger e Peter, Paul e Mary. Poi, il giorno seguente, Dylan cantò una versione di “With God On Our Side” (un duetto con Joan Baez) e suonò da solo “North Country Blues“, una canzone che sarebbe poi apparsa in The Times They Are a‑Changin‘ nel 1964. Nei link sopra evidenziati si possono guardare queste esibizioni storiche nei filmati originali in bianco e nero. Oppure, grazie al canale YouTube  Toca o Disco, puoi vivere il momento a colori. Mentre canta un Bob Dylan di 22 anni, il pubblico ascolta rapito, assorbendo la sua potente canzone folk sulle dure realtà dell’estrazione mineraria e dell’industrializzazione.

Qui sotto il video del debutto dove Bob Dylan canta North Country Blues al Newport Folk Festival (1963).

Ella Fitzgerald Sings Cream’s “Sunshine of Your Love” (1969)

Nel 1969, Ella Fitzgerald pubblicò Sunshine of Your Love, un album dal vivo registrato al Venetian Room del The Fairmont San Francisco. Registrato dal produttore musicale Norman Granz, l’album conteneva canzoni pop contemporanee che mostravano la capacità di Fitzgerald di trascendere gli standard jazz. Prendiamo, ad esempio, una versione di Hey Jude dei Beatles e Sunshine of Your Love dei Cream. Qui sotto si puo’ ascoltare come suonava l’originale (registrato nel 1967) nelle mani di Jack Bruce, Ginger Baker ed Eric Clapton, e poi sperimentare la versione inaspettata di Ella qui sopra. È una bella giustapposizione.

Forma e sostanza

Per chi come me, ha seguito, amato e considerato la saga di Ferretti, Zamboni, Maroccolo, Magnelli e Canali e quindi dei CCCP, CSI e successivamente PGR, la più grande, bella, profonda e rivoluzionaria esperienza musicale italiana, questo docufilm di Cristiano Lucidi è imprescindibile.

Lucidi è riuscito in 95 minuti, a dare uno spaccato della loro storia in maniera esaustiva senza nessuna sbavatura e soprattutto senza mai annoiare. Come è giusto che sia, Lucidi si sofferma soprattutto sul paragrafo più importante di questo pezzo di storia della musica italiana ovvero i CSI, sottolineando quanto questo gruppo abbia cambiato il suono e la percezione dell’underground e della musica alternativa in Italia.

Ho seguito fin dall’esordio ogni loro pubblicazione sonora e anche le “performance” personali e non, a volte lontane dall’aspetto musicale. Ebbi modo di vederli dal vivo insieme a poche centinaia di presenze all’ex foto boario di Treviso nel 1985. Avevano pubblicato fino ad allora solo alcuni EP e stavano promuovendo il loro primo LP dal titolo chilometrico: “1964/1985 Affinità divergenze fra il compagno Togliatti e noi. Del conseguimento della maggiore età”. Un disco considerato da molti critici tra i massimi capolavori della musica italiana, nonché una pietra miliare del punk europeo.

Le cose poi cambiano, e con la fine degli anni novanta, finisce anche la saga della loro vita musicale di gruppo. Le idee e di conseguenza le scelte, sociali/politiche (vedi Lindo Ferretti) prendono altre strade non sempre per me condivisibili. Ma, nonostante questo, ogniqualvolta ascolto un loro brano, i brividi e le emozioni sono ancora tanto forti come allora e questo bellissimo e completo docufilm ne è l’ennesima dimostrazione.

I capitoli del docufilm sono così articolati:
00:00 Track 00: Intro
05:37 Track 01: La Storia
16:21 Track 02: Consorzio Suonatori Indipendenti
25:03 Track 03: La Band
35:35 Track 04: La Firma Del Contratto
40:07 Track 05: Ko De Mondo
54:39 Track 06: In Quiete
59:45 Track 07: Linea Gotica
01:09:39 Track 08: Tabula Rasa Elettrificata
01:29:25 Track 09: Outro

Marianne Faithfull RIP

Ieri all’età di 78anni ci ha lasciato Marianne Faithfull.
Io la ricordo bene nel suo 25esimo, penultimo album del 2018 “Negative Capability” (l’ultima sua incisione risale al 2021). Pur calcando i palcoscenici di tutto il mondo dal 1964, aveva deciso di sorprenderci con un questo album dalla bellezza folgorante. Tredici tracce che si dipanano per poco meno di un’ora. Su tutto domina la voce sempre bellissima, che, sopravvissuta a perdite di persone care, malattie ed eventi più o meno infelici si ritrova a meditare sull’inesorabilità del tempo che scorre.
Difficile scegliere una traccia piuttosto che un’altra. Ho scelto ‘The Gypsy Fearie Queen’ con la presenza di Nick Cave, che presta la sua voce baritonale per il ritornello di questa delicata ballata dal sapore shakespeariano.

A Complete Unknown

Per chi come me è cresciuto a Pane & Dylan non può perdersi “A Complete Unknown”, un film importante per la musica e le tante canzoni in esso contenute. Quattro anni (’61 – ’65) sulla sua vita, la sua musica e quello che succede intorno; dai sentimenti alla politica.

Nel ’61 Dylan ha vent’anni e già allora è un enigma. Passerà l’esistenza a confondere la acque a reinventarsi stili ogni volta che qualcuno gli affibbierà un’etichetta. Una vita costantemente in fuga, a caccia di nuovi orizzonti dove far deflagrare il suo genio.

Dice di chiamarsi Dylan, in realtà si chiama Allen Zimmerman e Dylan è in onore Dylan Thomas (poeta, scrittore e drammaturgo gallese), racconta di aver viaggiato con un circo, di aver imparato a suonare la chitarra da un paio di cowboy della compagnia, in realtà la verità non si saprà mai, e questo servirà a mettere in difficoltà i cronisti.

A Complete Unknown (frase tratta da Like A Rolling Stone) racconta come Dylan vorrebbe essere raccontato: rispettando l’impenetrabilità del suo enigma, puntando i riflettori sul fattore umano, sul potere che ha la musica di unire le persone e di cambiare le cose. E lascia alle parole delle sue intramontabili canzoni il compito di parlarci di lui.

La pellicola non è esente da inesattezze e alcune critiche, d’altronde non è un documentario ne tantomeno una serie e nelle due ore e venti della sua durata, lo scopo è di far conoscere il musicista agli albori della sua carriera, una carriera senza fine, come il suo Never Ending Tour che lo ha visto attivo fino al 2019 all’età di 78anni.

Quello che rimane del film, e dovrebbe esserlo per tutti i film, al di la di tutti gli aspetti; regia, cast, interpretazione, sceneggiatura ecc. ecc. (il film è candidato a otto premi oscar) sono le emozioni che riesce a dare, e “A Complete Unknown” ne è ricco.
A me ha commosso, e non poco.

Buon viaggio Gianfranco Manfredi

Gianfranco fa parte di un capitolo della mia vita tra i più intensi, belli e profondi. Ho avuto modo di vederlo più volte sopra un palco con Ricky Gianco e sono sempre stati momenti emozionanti. Sentire il suo parlare, le sue battute e controbattute al suo compagno di concerti non era solo un momento ilare anzi erano pensieri dal valore politico e sociale di estremo impatto. D’altronde erano anni in cui la linea di demarcazione tra il ‘personale’ ed il ‘politico’ era estremamente sottile.
Ora quasi come allora, molte delle sue canzoni creano un’emozione tangibile, un senso di nostalgia e di impotenza per quel tempo passato, per quel che non si è potuto fare e ancor di più per quel che non si farà.

It’s Only Rock ‘n’ Roll dei Rolling Stones

…della serie: ricordi indelebili.

Terzo capitolo sui dischi radicati nella mia memoria, non per forza produzioni memorabili, che hanno lasciato un solco nel terreno della musica ma album che quel solco l’hanno lasciato a me. Anche se a onor del vero questo disco raggiunse i primi posti della classifica Inglese e Americana. Uscito nel ’74, dopo più di una decina di pubblicazioni, a It’s Only Rock ‘n’ Roll sono particolarmente legato.

A quindici anni non avevo quella conoscenza musicale che mi permetteva di discernere tra le varie pubblicazioni dei gruppi. L’anno prima era uscita quella canzone che porta il nome di Angie, inclusa nell’album Goats Head Soup, un successo planetario e probabilmente anche universale. Per me, all’epoca, Rolling Stones significa It’s Only Rock ‘n’ Roll, e questo bastava per alzarli nel palco dei miei preferiti.

Ebbi modo di registrare il disco in una cassetta rigorosamente da 45 minuti, in modo da inserire due dischi completi. Difficilmente un disco superava quei minuti. Nei pomeriggi dell’autunno ’74, mentre facevo i compiti di scuola, la radio-cassette era praticamente in funzione per ore. Sicuramente la compagna più utile e utilizzata della mia adolescenza.

Sono dieci i brani registrati nel disco, non ci sono canzoni minori ma c’è invece un brano che da solo vale il disco: “Time Waits for No One “, sei minuti e trentasette secondi di note, voce e chitarra solista che all’epoca entrarono nelle vene e che, ancora oggi, a distanza di 50 anni, mi provoca i brividi.

When The Eagle Flies dei Traffic

…della serie: ricordi indelebili.

Secondo disco dei miei ricordi indelebili e come quello dei Deep Purple segue più o meno la stessa ‘modalità’. Ultima produzione e considerata ‘secondaria’ dalla maggior parte della critica specializzata.
Siamo nel ’75 e per fortuna ho il giradischi del Reader’s Digest che sarà il mio compagno fedele, unico, prezioso e fondamentale fino al 1980.

A quindici anni in prima superiore, le amicizie e le conoscenze aumentano di gran lunga. Se alle elementari era normale scambiarci le figurine Panini, non era strano a questa età scambiare i dischi. Per comprarne uno bisognava fare economia della paghetta per settimane, erano pochi quindi quelli che potevano permetterci in un anno. Lo scambio era un’ottima soluzione per ascoltare album nuovi. Va da se, che lo scambio avveniva con quelli che non erano proprio di nostro gradimento. Frutto di questi scambi fu When The Eagle Flies non ricordo però quale disco scambiai.

Nono album, pubblicato nel ’74, fu l’ultimo della band fino alla sua riformazione nel ’94 con Far from Home. Sono presenti Jim Capaldi alla batteria, tastiera, sintetizzatore e voce; Rosko Gee al basso; Steve Winwood alla chitarra, tastiere e voce; Chris Wood al flauto e sassofono. Viene utilizzata un’estesa varietà di tastiere più che nei precedenti album dei Traffic, alle quali si aggiungono Moog e Mellotron.

Sette brani per 40 minuti di pura emozione. Il disco unisce elementi di rock progressivo, jazz rock e blues, caratteristici della produzione dei Traffic, ma con un’atmosfera più meditativa. Si distingue per il suo tono più cupo e riflessivo rispetto ai lavori precedenti. Grazie alla sua profondità emotiva e la qualità tecnica dei musicisti, l’album fu molto apprezzato soprattutto dai suoi fan e da una parte della critica.