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Forma e sostanza
Per chi come me, ha seguito, amato e considerato la saga di Ferretti, Zamboni, Maroccolo, Magnelli e Canali e quindi dei CCCP, CSI e successivamente PGR, la più grande, bella, profonda e rivoluzionaria esperienza musicale italiana, questo docufilm di Cristiano Lucidi è imprescindibile.
Lucidi è riuscito in 95 minuti, a dare uno spaccato della loro storia in maniera esaustiva senza nessuna sbavatura e soprattutto senza mai annoiare. Come è giusto che sia, Lucidi si sofferma soprattutto sul paragrafo più importante di questo pezzo di storia della musica italiana ovvero i CSI, sottolineando quanto questo gruppo abbia cambiato il suono e la percezione dell’underground e della musica alternativa in Italia.
Ho seguito fin dall’esordio ogni loro pubblicazione sonora e anche le “performance” personali e non, a volte lontane dall’aspetto musicale. Ebbi modo di vederli dal vivo insieme a poche centinaia di presenze all’ex foto boario di Treviso nel 1985. Avevano pubblicato fino ad allora solo alcuni EP e stavano promuovendo il loro primo LP dal titolo chilometrico: “1964/1985 Affinità divergenze fra il compagno Togliatti e noi. Del conseguimento della maggiore età”. Un disco considerato da molti critici tra i massimi capolavori della musica italiana, nonché una pietra miliare del punk europeo.
Le cose poi cambiano, e con la fine degli anni novanta, finisce anche la saga della loro vita musicale di gruppo. Le idee e di conseguenza le scelte, sociali/politiche (vedi Lindo Ferretti) prendono altre strade non sempre per me condivisibili. Ma, nonostante questo, ogniqualvolta ascolto un loro brano, i brividi e le emozioni sono ancora tanto forti come allora e questo bellissimo e completo docufilm ne è l’ennesima dimostrazione.
I capitoli del docufilm sono così articolati:
00:00 Track 00: Intro
05:37 Track 01: La Storia
16:21 Track 02: Consorzio Suonatori Indipendenti
25:03 Track 03: La Band
35:35 Track 04: La Firma Del Contratto
40:07 Track 05: Ko De Mondo
54:39 Track 06: In Quiete
59:45 Track 07: Linea Gotica
01:09:39 Track 08: Tabula Rasa Elettrificata
01:29:25 Track 09: Outro
Marianne Faithfull RIP
Ieri all’età di 78anni ci ha lasciato Marianne Faithfull.
Io la ricordo bene nel suo 25esimo, penultimo album del 2018 “Negative Capability” (l’ultima sua incisione risale al 2021). Pur calcando i palcoscenici di tutto il mondo dal 1964, aveva deciso di sorprenderci con un questo album dalla bellezza folgorante. Tredici tracce che si dipanano per poco meno di un’ora. Su tutto domina la voce sempre bellissima, che, sopravvissuta a perdite di persone care, malattie ed eventi più o meno infelici si ritrova a meditare sull’inesorabilità del tempo che scorre.
Difficile scegliere una traccia piuttosto che un’altra. Ho scelto ‘The Gypsy Fearie Queen’ con la presenza di Nick Cave, che presta la sua voce baritonale per il ritornello di questa delicata ballata dal sapore shakespeariano.
A Complete Unknown

Per chi come me è cresciuto a Pane & Dylan non può perdersi “A Complete Unknown”, un film importante per la musica e le tante canzoni in esso contenute. Quattro anni (’61 – ’65) sulla sua vita, la sua musica e quello che succede intorno; dai sentimenti alla politica.
Nel ’61 Dylan ha vent’anni e già allora è un enigma. Passerà l’esistenza a confondere la acque a reinventarsi stili ogni volta che qualcuno gli affibbierà un’etichetta. Una vita costantemente in fuga, a caccia di nuovi orizzonti dove far deflagrare il suo genio.
Dice di chiamarsi Dylan, in realtà si chiama Allen Zimmerman e Dylan è in onore Dylan Thomas (poeta, scrittore e drammaturgo gallese), racconta di aver viaggiato con un circo, di aver imparato a suonare la chitarra da un paio di cowboy della compagnia, in realtà la verità non si saprà mai, e questo servirà a mettere in difficoltà i cronisti.
A Complete Unknown (frase tratta da Like A Rolling Stone) racconta come Dylan vorrebbe essere raccontato: rispettando l’impenetrabilità del suo enigma, puntando i riflettori sul fattore umano, sul potere che ha la musica di unire le persone e di cambiare le cose. E lascia alle parole delle sue intramontabili canzoni il compito di parlarci di lui.
La pellicola non è esente da inesattezze e alcune critiche, d’altronde non è un documentario ne tantomeno una serie e nelle due ore e venti della sua durata, lo scopo è di far conoscere il musicista agli albori della sua carriera, una carriera senza fine, come il suo Never Ending Tour che lo ha visto attivo fino al 2019 all’età di 78anni.
Quello che rimane del film, e dovrebbe esserlo per tutti i film, al di la di tutti gli aspetti; regia, cast, interpretazione, sceneggiatura ecc. ecc. (il film è candidato a otto premi oscar) sono le emozioni che riesce a dare, e “A Complete Unknown” ne è ricco.
A me ha commosso, e non poco.
Buon viaggio Gianfranco Manfredi
Gianfranco fa parte di un capitolo della mia vita tra i più intensi, belli e profondi. Ho avuto modo di vederlo più volte sopra un palco con Ricky Gianco e sono sempre stati momenti emozionanti. Sentire il suo parlare, le sue battute e controbattute al suo compagno di concerti non era solo un momento ilare anzi erano pensieri dal valore politico e sociale di estremo impatto. D’altronde erano anni in cui la linea di demarcazione tra il ‘personale’ ed il ‘politico’ era estremamente sottile.
Ora quasi come allora, molte delle sue canzoni creano un’emozione tangibile, un senso di nostalgia e di impotenza per quel tempo passato, per quel che non si è potuto fare e ancor di più per quel che non si farà.
It’s Only Rock ‘n’ Roll dei Rolling Stones
…della serie: ricordi indelebili.
Terzo capitolo sui dischi radicati nella mia memoria, non per forza produzioni memorabili, che hanno lasciato un solco nel terreno della musica ma album che quel solco l’hanno lasciato a me. Anche se a onor del vero questo disco raggiunse i primi posti della classifica Inglese e Americana. Uscito nel ’74, dopo più di una decina di pubblicazioni, a It’s Only Rock ‘n’ Roll sono particolarmente legato.
A quindici anni non avevo quella conoscenza musicale che mi permetteva di discernere tra le varie pubblicazioni dei gruppi. L’anno prima era uscita quella canzone che porta il nome di Angie, inclusa nell’album Goats Head Soup, un successo planetario e probabilmente anche universale. Per me, all’epoca, Rolling Stones significa It’s Only Rock ‘n’ Roll, e questo bastava per alzarli nel palco dei miei preferiti.
Ebbi modo di registrare il disco in una cassetta rigorosamente da 45 minuti, in modo da inserire due dischi completi. Difficilmente un disco superava quei minuti. Nei pomeriggi dell’autunno ’74, mentre facevo i compiti di scuola, la radio-cassette era praticamente in funzione per ore. Sicuramente la compagna più utile e utilizzata della mia adolescenza.
Sono dieci i brani registrati nel disco, non ci sono canzoni minori ma c’è invece un brano che da solo vale il disco: “Time Waits for No One “, sei minuti e trentasette secondi di note, voce e chitarra solista che all’epoca entrarono nelle vene e che, ancora oggi, a distanza di 50 anni, mi provoca i brividi.
When The Eagle Flies dei Traffic
…della serie: ricordi indelebili.
Secondo disco dei miei ricordi indelebili e come quello dei Deep Purple segue più o meno la stessa ‘modalità’. Ultima produzione e considerata ‘secondaria’ dalla maggior parte della critica specializzata.
Siamo nel ’75 e per fortuna ho il giradischi del Reader’s Digest che sarà il mio compagno fedele, unico, prezioso e fondamentale fino al 1980.
A quindici anni in prima superiore, le amicizie e le conoscenze aumentano di gran lunga. Se alle elementari era normale scambiarci le figurine Panini, non era strano a questa età scambiare i dischi. Per comprarne uno bisognava fare economia della paghetta per settimane, erano pochi quindi quelli che potevano permetterci in un anno. Lo scambio era un’ottima soluzione per ascoltare album nuovi. Va da se, che lo scambio avveniva con quelli che non erano proprio di nostro gradimento. Frutto di questi scambi fu When The Eagle Flies non ricordo però quale disco scambiai.
Nono album, pubblicato nel ’74, fu l’ultimo della band fino alla sua riformazione nel ’94 con Far from Home. Sono presenti Jim Capaldi alla batteria, tastiera, sintetizzatore e voce; Rosko Gee al basso; Steve Winwood alla chitarra, tastiere e voce; Chris Wood al flauto e sassofono. Viene utilizzata un’estesa varietà di tastiere più che nei precedenti album dei Traffic, alle quali si aggiungono Moog e Mellotron.
Sette brani per 40 minuti di pura emozione. Il disco unisce elementi di rock progressivo, jazz rock e blues, caratteristici della produzione dei Traffic, ma con un’atmosfera più meditativa. Si distingue per il suo tono più cupo e riflessivo rispetto ai lavori precedenti. Grazie alla sua profondità emotiva e la qualità tecnica dei musicisti, l’album fu molto apprezzato soprattutto dai suoi fan e da una parte della critica.
Who Do We Think We Are dei Deep Purple
…della serie: ricordi indelebili.
Ho un profondo legame con dei dischi che la critica ufficiale, quella seria, considera ‘secondari’. Questo vale per i Deep Purple, Traffic, Rolling Stones e altri. Credo che dipenda molto dal momento, dalla situazione, da come vengono ‘vissuti’ certi album.
Certo è che, se vengono alla mente e regalano ancora emozioni, poco importa se siano ‘primari’, ‘secondari’ o chicchessia, per me hanno un’importanza straordinaria.
Per la cronaca questo fu il primo LP che comprai in ‘società’ con un mio amico. Lui aveva un giradischi Phonola, io invece una radio-cassette della Grundig. Il disco costava 3.500 Lire, naturalmente per ascoltarlo dovevo andare per forza a casa sua. Successivamente comprai a rate il famosissimo giradischi della Reader’s Digest e venni in possesso definitivamente, di comune accordo, del disco.
Comprammo il disco appena uscito nel 1973, lo ascoltammo miriade di volte anche perché era l’unico che avevamo 🤣
Settimo e ultimo album dei Deep Purple, col cantante Ian Gillan e il bassista Roger Glover fino alla pubblicazione nel 1984 di Perfect Strangers, il disco fu registrato in mezzo a baruffe e incomprensioni tra i musicisti, con aneddoti degni di una commedia di Carlo Goldoni.
Considerato un disco secondario dalla critica, io invece controcorrente sono profondamente legato ad ogni secondo dei quasi 35 minuti della durata totale. Il suono più vicino al blues che nelle precedenti produzioni, possiede il classico marchio Deep Purple, ma certamente meno ‘hard’ e più ‘blueseggiante’. Sette brani senza nessuna sbavatura e caduta di tono. Difficile scegliere il brano migliore e questo dice tutto.
Classifica musicale 2024
Diciottesima classifica musicale.
Come consuetudine, pubblico i dischi preferiti di questa annata.
A differenza del precedente 2023, dove i dischi pubblicati sono stati non solo numericamente superiori ma anche in percentuale di qualità, questo 2024 è stato leggermente ‘parco’, non per questo non sono mancate alcune ottime produzioni.
Nelle prime posizioni ci sono due dischi dei The Smile, gruppo padroneggiato da Tom Yorke (Radiohead) che dimostra ancora una volta la sua genialità anche con altre formazioni.
Il bellissimo ritorno dopo 16 anni di silenzio dei The Cure, che pubblicano un album straordinario cosa per altro non facile.
I collaudati Nick Cave e Pearl Jam che con un disco profondo, il primo e molto ‘ascoltabile’ i secondi, convincono senza riserve.
Seguono i promettenti Fontaines D. C., Rosali, Sprints e Lyr con delle buonissime produzioni e per certi versi originali.
I successivi King Hannah, Brown Horse e Snow Patrol seguono a ruota e non per qualità, anzi, ma con dei dischi non secondi ai sopra detti.
Superstition
Novembre del 1972, la trasmissione mitica era “Per voi giovani”, i conduttori erano: Raffaele Cascone, Carlo Massarini, Massimo Villa e Riccardo Bertoncelli, dei veri, unici, insuperabili conduttori radiofonici ‘musicali’ (Un giorno scriverò di questo). Ero molto gggiovane e a differenza dei miei compagni di merende, ascoltavo anzi ‘mangiavo’ la radio… Quando fu trasmessa per la prima volta Superstition di Stevie Wonder fu un fulmine e ciel sereno.
E va bé, non scivolo nel nostalgico e vi invito ad ascoltarla suonata insieme ad un altro ‘mostro’ della musica rock chiamato Jeff Beck.



