Carrie Smith

Carrie Louise Smith, nata il 25 agosto 1925, è stata una cantante statunitense di jazz e blues, apprezzata per la sua voce potente e la capacità di fondere il gospel con il jazz tradizionale.
Nata a Fort Gaines, Georgia, Smith iniziò la sua carriera musicale nel coro della chiesa, esibendosi al Newport Jazz Festival nel 1957 con il Greater Harvest Baptist Church Choir . Negli anni ’60, apparve nel programma televisivo TV Gospel Time, rivolto al pubblico afroamericano. Il suo primo riconoscimento arrivò negli anni ’70, quando cantò con Big Tiny Little. Nel 1974, ottenne fama internazionale interpretando Bessie Smith (senza legami di parentela) nello spettacolo Satchmo Remembered al Carnegie Hall, prodotto da Dick Hyman .
Negli anni successivi, Smith intraprese una carriera solista, collaborando con la New York Jazz Repertory Orchestra, Tyree Glenn, Yank Lawson e la World’s Greatest Jazz Band. Dal 1989 al 1991, fu protagonista del musical di Broadway Black and Blue, dove interpretò brani classici come “Big Butter and Egg Man”, “Am I Blue” e “I Gotta Right to Sing the Blues” .
Sebbene meno conosciuta negli Stati Uniti, Smith godeva di una solida reputazione in Europa, dove si esibì frequentemente. La sua interpretazione del repertorio di Bessie Smith e la sua presenza scenica le valsero l’ammirazione di critici e appassionati di jazz. Morì il 20 maggio 2012 a Englewood, New Jersey, all’età di 86 anni .

Archie Shepp

Emblema politico del jazz fu il sassofonista Archie Shepp, compositore e poeta statunitense, una delle figure più influenti della musica d’avanguardia e del free jazz. Nato nel 1937, Shepp ha collaborato con artisti del calibro di John Coltrane, Cecil Taylor e Sun Ra, distinguendosi per il suo stile potente e il suo impegno politico. La sua musica è fortemente radicata nel blues e nel jazz tradizionale, ma anche nell’improvvisazione radicale e nella denuncia sociale. Negli anni ’60 e ’70, i suoi album affrontavano temi legati ai diritti civili e all’identità afroamericana, rendendolo una voce importante nel movimento Black Power. Oggi in ombra ma allora in prima linea sul fronte della nuova musica, soprattutto per quanto riguarda il lato più militante dell’avanguardia, quello legato esplicitamente alle rivendicazioni. Lo stesso suono del suo sassofono, forte, vibrante, aggressivo, esprimeva la volontà di un’imperiosa reazione a qualsiasi atteggiamento passivo, di sopportazione e vittimismo nei confronti degli ingiusti trattamenti cui erano ancora sottoposti i neri d’America. Shepp si presentava abbigliato spesso con vistose camicie africane, il che ci porta dritti all’altro tema ricorrente di quegli anni. L’Africa, rivendicata da molti musicisti come una provocatoria risposta di appartenenza, contro l’ipocrisia di una falsa integrazione in terra americana, divenne un simbolo potente. Evocato in particolare da un gruppo di musicisti di eccezionale versatilità e, cosa nuova nel jazz moderno, di spiccata vocazione spettacolare. Si tratta dell’Art Ensemble of Chicago.
Tra i suoi album più noti ci sono Fire Music (1965), Attica Blues (1972) e The Magic of Ju-Ju (1967). Nel corso della sua carriera, Shepp ha anche esplorato la musica africana, il gospel e il funk, mantenendo sempre un forte legame con la tradizione jazzistica.

Sissoko, Segal, Parisien, Peirani – Les Égarés (2023)

Les Égarés è un gruppo formato da due coppie di musicisti che da anni eccellono nell’arte di incrociare i suoni e trascendere i generi, e sono: Ballaké Sissoko (kora) e Vincent Segal (violoncello) da un lato e Vincent Peirani (fisarmonica) ed Émile Parisien (sax) dall’altro.
La grandezza di questi “maghi” sta sicuramente un’unità di spirito, un suono unico e fluido che disdegna ogni forma di competizione egoistica e mette ogni partecipante al servizio di un bene musicale comune. Né jazz, né tradizione, né cameristica, né avant-garde, ma un po’ tutti insieme, Les Egarés è quel tipo di album che fa dell’orecchio il re di tutti gli strumenti, un album dove il virtuosismo si esprime in arte della complicità, dove l’idea semplice e grandiosa di ascoltarsi l’un l’altro porta alla nascita di una splendida raccolta sonora.
I quattro si sono conosciuti nel giugno del 2019, al Festival Les Nuits de Fourvière, mentre si stavano preparando per celebrare l’anniversario dell’etichetta “No Format”. Quel pomeriggio, sotto un pergolato che li riparava dal sole cocente, iniziarono a suonare, solo per il gusto e il piacere di farlo, e la musica scorreva come una sorgente, fresca e limpida. È stato il ricordo di questa session spontanea che ha fatto nascere l’idea di formare un quartetto di Egarés (“coloro che si sono smarriti”), e successivamente anche il progetto di registrare un’album, questo, per l’appunto.
Fin dalle prime note del disco, traspare una rara bellezza sonora, vibrante e volatile. A nessuno di questi quattro “free styler” piace essere imprigionato, che sia in un ruolo particolare, o in uno stile o suono particolare a cui il loro strumento potrebbe essere così facilmente confinato. Ognuno estrae i diamanti dal proprio zaino e li presenta al gruppo fornendo materiale per un autentico e comune tesoro di musica, oro musicale appunto, fuso in una singolare lega di toni, tocchi, respiri e fraseggi.
Un universo sonoro che parte da melodie africane a base di kora per passare in Armenia e scivolare in direzione della Transilvania attraverso la Turchia. Respiri intrecciati di fisarmonica e sax. Una mescolanza di melodie con echi jazz e di blues ancestrale, che conferiscono l’inebriante sensazione di maestosità e mistero. Un camminare senza sapere dove si sta andando, lasciandosi andare alla deriva e cedendo al piacere di perdersi, un piacere che, da solo, riassume bene la filosofia di questo disco.

Paul Simon

Paul Simon, il genio compositivo, esordí in coppia con Art Garfunkel all’indomani dell’esplosione del rock’n roll, con un leggero repertorio pop. Ma è con l’ondata del folk revival con un repertorio che mescolava saggiamente brani tradizionali e composizioni originali che il duo arrivò al successo, prima con un buon album d’esordio, nel 1964, poi con il capolavoro The Sound of Silence, che nel 1966 scalò le classifiche di mezzo mondo. Le armonie vocali del duo sono diventate un modello e certamente rappresentano uno dei punti più alti dello sviluppo della canzone moderna, una faccia completamente diversa da quella rappresentata da Dylan, più levigata e gradevole, adatta all’approfondimento di una dimensione esistenziale ed elegantemente sentimentale, non priva però di spunti narrativi ed epicamente descrittivi, come in America, American Tune, Homeward Bound e The Boxer (che fu pretesto per un sorprendente contatto con Dylan, che incise il brano nel suo bizzarro album Selfportrait, doppiando la sua voce per fare il verso al duo). A modo loro, le composizioni di Simon furono un’altra delle voci che interpretarono perfettamente i sentimenti del tempo: quando il duo firmò la colonna sonora di The Graduate (Il laureato), di Mike Nichols, con Dustin Hoffman, la loro fama esplose, stabilendo una delle più forti associazioni tra cinema e pop music. Nel 1970 Simon & Garfunkel pubblicarono Bridge over Troubled Water, uno dei dischi piú venduti nella storia della musica popolare, una straordinaria sintesi di raffinatezza e comunicativa, di singoli avvicenti e brani memorabili Il disco rappresenta il vertice creatino del duo, ma anche la fine della loro stabile collaborazione.

Otis Spann: un Bluesman originale

Otis Spann è stato uno dei più grandi pianisti di blues di tutti i tempi, noto soprattutto per il suo ruolo centrale nel Chicago blues. Nato il 21 marzo 1930 a Jackson, Mississippi, Spann è cresciuto immerso nella musica, apprendendo i segreti del pianoforte da sua madre, che era una cantante e pianista di blues, e da una figura paterna importante, forse il leggendario pianista Big Maceo Merriweather.
Spann si trasferì a Chicago negli anni ’40, dove divenne una figura fondamentale della scena blues della città. La sua carriera decollò quando si unì alla band di Muddy Waters nel 1952. Insieme a Muddy Waters, Spann contribuì a definire il suono del Chicago blues, con il suo stile di piano intenso e trascinante, caratterizzato da una combinazione di ritmi potenti e un uso espressivo della mano sinistra per creare un solido groove.
Il suo tocco al piano era inconfondibile: un mix di profondità emotiva, grande tecnica e un senso innato del ritmo. Spann è stato un collaboratore di lunga data di Waters e ha suonato con lui per oltre un decennio, partecipando a registrazioni fondamentali come “I’m Ready”, “Hoochie Coochie Man” e “Mannish Boy”. Durante questo periodo, Spann ha anche inciso come solista, pubblicando dischi memorabili come “Otis Spann Is The Blues” (1960) e “The Blues Never Die!” (1965), in cui la sua voce calda e il suo piano erano al centro della scena.
Oltre al suo lavoro con Waters, Spann ha collaborato con altri grandi del blues come Howlin’ Wolf, Bo Diddley e Buddy Guy. Il suo stile univa il blues del Delta con il più moderno Chicago blues elettrico, rendendolo un musicista versatile e rispettato.
Otis Spann morì prematuramente il 24 aprile 1970 a soli 40 anni, ma il suo impatto sulla musica blues è stato immenso. È considerato uno dei pianisti più influenti della storia del blues, e la sua eredità vive nelle opere dei tanti musicisti che ha ispirato.

George “Harmonica” Smith: innovatore dell’armonica Blues

George “Harmonica” Smith, nato il 22 aprile 1924 a Helena, Arkansas, è stato un virtuoso dell’armonica e uno dei più influenti bluesman della sua generazione. È noto per il suo stile potente e ricco di sfumature, che ha contribuito a ridefinire il ruolo dell’armonica nel blues, in particolare nel genere del Chicago blues.
Smith iniziò a suonare l’armonica in giovane età, ispirato da musicisti come Sonny Boy Williamson I. Si trasferì a Chicago, dove divenne un esponente di spicco della scena blues, collaborando con artisti del calibro di Muddy Waters e Little Walter, due dei più grandi interpreti del Chicago blues. Smith si distinse per il suo tono pieno e robusto e per la sua capacità di passare da uno stile melodico a uno più aggressivo, il che lo rese molto apprezzato tra i suoi contemporanei.
Nonostante il suo enorme talento, George “Harmonica” Smith non raggiunse mai lo stesso livello di fama di altri armonicisti blues, ma la sua influenza si fece sentire profondamente tra i musicisti della West Coast e tra i suoi successori. Si trasferì a Los Angeles negli anni ’50, dove divenne un punto di riferimento nella scena musicale blues locale e lavorò con artisti come Big Mama Thornton e Junior Wells.
Smith è stato anche un insegnante influente, contribuendo alla formazione di nuovi talenti, tra cui il celebre armonicista Rod Piazza, con il quale ha suonato in una band chiamata Bacon Fat.
La sua carriera fu interrotta prematuramente dalla sua morte nel 1983, ma il suo stile unico e la sua tecnica rimangono una pietra miliare per gli armonicisti blues di oggi. George “Harmonica” Smith è ricordato come un maestro dell’armonica blues, capace di evocare emozioni profonde attraverso il suo strumento, e la sua musica continua a essere apprezzata da appassionati del blues di tutto il mondo.

Willie Smith, uno specialista di sax alto

Il 7 marzo 1967 muore di cancro a Los Angeles, in California, il cinquantaseienne Willie Smith, all’anagrafe William McLeish Smith, considerato, insieme a Johnny Hodges e Benny Carter, uno dei tre grandi specialisti di sax alto degli anni Trenta.
Willie Smith è stato un sassofonista jazz americano, noto soprattutto per il suo stile raffinato e la sua lunga collaborazione con Jimmy Lunceford e Harry James.
Iniziò a suonare il sassofono contralto negli anni ’20 e divenne famoso negli anni ‘30 come membro della Jimmy Lunceford Orchestra, una delle big band più importanti dell’epoca swing.
Il suo stile era elegante, fluido e con un fraseggio sofisticato, caratterizzato da un suono caldo e impeccabile.
Dopo la morte di Lunceford nel 1947, si unì alla Harry James Orchestra, con la quale suonò per diversi anni.
Willie Smith è spesso ricordato come uno dei più grandi sassofonisti swing, un vero maestro dell’altissimo livello tecnico e del lirismo espressivo. Anche se il suo nome non è sempre tra i più citati, ha influenzato molti sassofonisti successivi e ha lasciato un segno nella storia del jazz.

Bruce Springsteen — High Hopes (2014)

Le pubblicazioni discografiche nell’ultimo decennio del Boss (riferite alla data di questa pubblicazione), sono un susseguirsi altalenante di discrete e buone confezioni sonore. Con High Hopes, Springsteen si assesta su posizioni di tutto rispetto, anzi più che buone, ottime direi. Il rock è il suo disperato amore e lo interpreta con grande anima e passionalità e, alla faccia di tutti i suoi detrattori, prosegue imperterrito sulla sua linea ortodossa riuscendo a dare ancora ottime vibrazioni e feeling.

Quando pubblica il disco ha sessantaquattro anni, e ha imparato che “la vita ha i suoi paradossi”, così come il rock’n’roll, che “porta con se una certa gioia, una felicità che è ciò per cui vale la pena vivere”. Ma parla anche sempre di “gelo e della solitudine che abbiamo dentro”. In questo diciottesimo album in studio, riesce a farci stare dentro tutto, la felicità e la solitudine, l’oscurità ai bordi della città ma anche l’energia che trasforma i suoi concerti in quanto di meglio si possa oggi vedere su un palcoscenico rock’n’roll.

Coadiuvato dagli amici di sempre: Roy Bittan (piano, tastiera, fisarmonica), Danny Federici (organo, tastiera), Nils Lofgren (chitarra, cori), Patti Scialfa (cori), Garry Tallent (basso), Steven Van Zandt (chitarra, mandolino, cori), Max Weinberg (batteria), ospita musicisti come: Soozie Tyrell (violino, chitarra, cori) Charles Giordano (organo, fisarmonica, tastiera), Jake Clemons, Ed Manion, Curt Ramm, Barry Danielian, Clark Gayton (sassofoni, trombe, tromboni, tuba), è soprattutto la presenza non indifferente di Tom Morello alla chitarra e voce che fa la differenza.

Il vecchio Boss mette a punto una dozzina di brani, (tre sono delle cover) di grande rilievo che sono più vicini alla tradizione Rock di quanto facesse con le ultime produzioni. Bruce ha distribuito i rinforzi nei vari pezzi ottenendo come risultato una nobilitazione di praticamente tutto il suo ultimo repertorio. Ha voluto ancora una volta dare prova del suo valore e ha confezionato un disco che deve essere additato come esempio di coerenza e professionalità: la sua voce e la sua musica non risentono degli anni, portati tra l’altro benissimo, e sono ancora in primo piano a sottolineare la fierezza del Rock. Springsteen lavora per accumulo (in tutti i sensi: accumulo di significati e di racconti, di suoni, di stili) e si candida così a un ruolo di sintesi della musica americana, il ruolo di custode dell’ortodossia rock’n’roll.

Si potrà obiettare che la musica proposta non è una novità però una cosa è certa che quando le note di questo “High Hopes” riempiranno le vostre orecchie sarà subito divertimento e il vostro piede inizierà subito a muoversi per seguire il pulsare del ritmo quando sentirete “High Hopes”, “Just Like Fire Would” e “Frankie Fell In Love”, sarà soprattutto emozione quando ascolterete “American Skin”, “Heaven’s Wall” e “The Ghost of Tom Joad”, sarà semplicemente rock quando ascolterete “Harry’s Place”, “Down in the Hole” e “This is Your Sword”.

In fondo cari amici come diceva qualcuno… “It’s Only Rock’n Roll, But I Like It”.

Magic Slim: dal Mississippi a Chicago in nome del Blues

Magic Slim, nato Morris Holt il 7 agosto 1937, è stato un leggendario chitarrista e cantante di blues americano, noto per il suo contributo al genere “Chicago blues”. Nato a Torrance, Mississippi, Magic Slim ha sviluppato il suo stile distintivo che fondeva la forza del blues del Delta con la complessità elettrica del blues di Chicago.
Inizialmente, Holt suonava il pianoforte, ma dopo aver perso un dito in un incidente, si dedicò alla chitarra. Trasferitosi a Chicago negli anni ‘50, fu influenzato da artisti come Muddy Waters, Howlin’ Wolf e Little Walter. Dopo aver suonato per qualche tempo come bassista per Magic Sam (da cui derivò il soprannome “Magic”), iniziò a formare la sua band, i “Teardrops”.
Magic Slim & The Teardrops divennero uno dei gruppi di blues più rispettati, mantenendo sempre viva la tradizione del blues elettrico puro e grezzo. Era noto per il suo suono crudo e potente, fatto di riff pesanti e linee di basso trascinanti, che incarnavano perfettamente lo spirito del Chicago blues.
Magic Slim ha registrato numerosi album e girato in tutto il mondo, guadagnandosi l’ammirazione sia degli appassionati di blues che dei musicisti contemporanei. È stato spesso considerato uno degli ultimi autentici portavoce del blues tradizionale di Chicago, mantenendo lo stile vivo fino alla sua morte avvenuta il 21 febbraio 2013 a Filadelfia, Pennsylvania, USA.

Stormy Six — Un biglietto del tram (1975)

Anni caldi questi. Siamo a metà degli anni settanta ed esattamente nel ’75 esce questo disco che è il più bell’esempio di “musica politica” mai prodotto in Italia. L’album “Un biglietto del tram” è il primo vero album decisamente originale e con forti contenuti politici degli Stormy Six.
Forse è storia o forse è leggenda che a Milano alcune frange del “movimento” abbiano accusato gli Stormy Six di deviazionismo, la colpa: incidere dischi e, soprattutto, venderli! Questo è stato lo scotto di una notorietà costruita concerto dopo concerto, piazza dopo piazza.
La grandezza di questo “progetto” è stata nella capacità di saper raccontare attraverso le “immagini”, un’Italia in guerra.

Il disco apre con quello che diventerà uno dei loro portabandiera, la bellissima “Stalingrado” (…sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa d’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città) canzone di forte spessore che rievoca l’omonimo assedio. “La fabbrica” (…e corre qua e là un ragazzo a dar la voce si ferma un’altra fabbrica, altre braccia vanno in croce) ci restituisce l’atmosfera di paura e fervore che precede il grande sciopero del marzo del 1943 nelle fabbriche del nord. “Arrivano gli Americani” (…arrivano gli americani, garibaldini marziani, Vergine Santa, hai sentito le nostre preghiere!) testo ironico e di facile riff che rimane nella mente, imperniato sulla “liberazione americana (?)”. “8 Settembre” (…ammazzati come cani, un cartello appeso al collo: ’PARTIGIANI’) probabilmente il brano più intenso dove i testi e la musica si intrecciano in un tutt’uno canzone carica e profonda ed espressione di una grande tragedia. “Nuvole a Vinca” (…dove sono i giovani, prigionieri in Africa, deportati a Buchenwald o sui monti, liberi…) rende palpabile la paura provocata dalla polvere che si solleva e da quella moto con sidecar che sgomma sulla piazza prima del massacro. La bellissima “Dante di Nanni” (…e cento volte l’hanno ucciso, ma tu lo puoi vedere: gira per la città, Dante di Nanni) affronta naturalmente la resistenza e diviene una figura quasi mitica, il simbolo di una battaglia che, trent’anni dopo, non doveva cessare. “Gianfranco Mattei” (…e se per di più sei un comunista ed un ebreo, dalle mani dei nazisti ti salvi il tuo Dio!) brano a ricordare tutte quelle persone che hanno speso la propria vita in cambio della nostra libertà. In “La sepoltura dei morti” (…la morte non vale nemmeno il giornale che leggi e che poi butti via) c’è l’amara riflessione di quello che è avvenuto in seguito ai fatti cruciali del ‘900 e delle sue conseguenze. “Un biglietto del tram” (…non bastava un biglietto, un biglietto del tram per tornare in piazzale Loreto?) conclude amaramente l’album.

Ora più che mai questo disco risuona attuale, in un momento che i giovani sembrano incapaci di stare a sentire un ragionamento politico per più di cinque minuti, sarebbe l’occasione giusta per ascoltare questo disco. Disco che, sia chiaro pur essendo “politico” nei suoi testi, rimane musicalmente parlando ricco di spunti e di idee. Gli strumenti creano un tappeto sonoro che non fa da supporto ma, è parte integrante alle parole stesse, un disco quindi dove anche la Musica ha un valore non secondario.