Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club band (1967)

Dopo aver esplorato la forma canzone in tutti gli angoli in cui poteva essere illuminata, dopo avere utilizzato lo studio di registrazione come media nel senso contemporaneo del termine, i Beatles offrono tredici nuovi movimenti, cinque dei quali (Lucy in the Sky with Diamonds, Getting Better, She’s Leaving Home, With A Little Help From My Friend, A Day In Life) entreranno nella memoria collettiva. Per gli amanti della dietrologia, ci sono situazioni come il basso di McCartney registrato altissimo, le derive allucinatorie di Lennon, un crescente distacco tra le quattro personalità che lascia intravvedere la futura dissoluzione del quartetto attraverso le suite pluridirezionali di Abbey Road.
Sono solo considerazioni a posteriori, mentre la sostanza è quella di un caposaldo collage-pop senza grandi paragoni.

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Bob Dylan: i suoi album #4

Another Side of Bob Dylan (1964)

Non sono io, baby
Qual è l’altra faccia di Dylan a cui allude il titolo?

Another Side of Bob Dylan è il quarto album in studio del cantautore statunitense Bob Dylan, pubblicato l’8 agosto 1964 dalla Columbia Records. L’album si discosta dallo stile più socialmente impegnato che Dylan aveva sviluppato con il suo precedente LP, The Times They Are A-Changin’ (1964). Il cambiamento suscitò critiche da parte di alcune figure influenti della comunità folk: il direttore di Sing Out! Irwin Silber si lamentò del fatto che Dylan avesse “in qualche modo perso il contatto con la gente” e fosse rimasto intrappolato “nell’armamentario della fama”. Nonostante il cambiamento tematico dell’album, Dylan eseguì l’intero Another Side of Bob Dylan come aveva fatto con i dischi precedenti: da solo. Oltre alla sua solita chitarra acustica e armonica, Dylan suona il pianoforte in una traccia, “Black Crow Blues”. Another Side of Bob Dylan raggiunse il numero 43 negli Stati Uniti (anche se alla fine divenne disco d’oro) e raggiunse l’ottavo posto nelle classifiche del Regno Unito nel 1965.
L’altra faccia di Bob Dylan a cui si fa riferimento nel titolo è presumibilmente quello romantico, assurdo e stravagante – tutto ciò che non era presente in Times They Are a-Changin’, un album decisamente folk e intriso di protesta. Per questo motivo, Another Side of Bob Dylan è un disco più vario e anche di maggior successo, poiché cattura l’espansione della musica di Dylan, offrendo interpretazioni fantasiose e poetiche sia di canzoni d’amore che di melodie di protesta. Contiene in realtà lo stesso numero di classici del suo predecessore, con “All I Really Want to Do”, “Chimes of Freedom”, “My Back Pages”, “I Don’t’ Believe You” e “It Ain’t Me Babe” tra i suoi standard, ma la chiave del successo del disco sono le tracce dell’album, eleganti, poetiche e stratificate. Sia i testi che la musica sono diventati più profondi e Dylan sta sperimentando nuove strade: questo, nella sua costruzione e nel suo atteggiamento, non è propriamente folk, ma abbraccia molto di più. Il risultato è uno dei suoi dischi migliori, un’opera incantevole e intima.
Rimanendo fedele a quella reticenza nel rispondere alle domande troppo dirette che ha contraddistinto tutta la sua lunga carriera, Bob Dylan non chiarì mai fino in fondo quale fosse il significato più profondo dell’“altra faccia” di se stesso a cui fa riferimento il titolo del disco. Eppure le atmosfere viscerali, i testi dai toni quasi allucinati, gli spunti ironici, gli errori ostentati e i temi evasivi forniscono un’immagine piuttosto chiara delle idee che passavano per la testa di Dylan quando riuscì finalmente a staccarsi le scomode etichette di portavoce di una generazione smarrita e di salvatore del popolo che gli erano state affibbiate dai media dopo l’uscita di due album pieni di canzoni di protesta dai toni decisamente intellettuali e socialmente molto impegnate. A questo punto Dylan aveva bisogno di prendersi una pausa, di allontanarsi per un attimo dagli aspetti più drammatici dell’esistenza e di tornare ai temi che gli erano più congeniali. L’album Another Side of Bob Dylan è questo e molto di più.

Patti Smith — Banga (2012)

Tirando in ballo il cane di Ponzio Pilato chiamato “Banga” (dal libro “Il maestro e Margherita” di Bulgakov), la nostra sacerdotessa del rock pubblica il suo undicesimo album. Disco di inediti (a parte un brano) che esce a otto anni da Trampin’ e a cinque da Twelve, album di solo cover.

Patti Smith pubblica un’album di canzoni, quelle classiche, quelle che seguono la “forma” vera, ballate che raccontano “storie” di persone, fatti e tragedie personali e sociali. Tra i brani infatti, troviamo riferimenti che vanno dal terremoto in Giappone alle scomparse di Amy Winehouse e Maria Schneider. Le dodici canzoni che compongono l’album sono costruite su testi importanti, sono riflessioni ed esperienze, cariche di poesia e di reale vita quotidiana. Dodici canzoni per dodici tributi, dodici omaggi a persone, amici, personalità e popoli che in qualche modo hanno colpito i sentimenti della poetessa e che poi ha messo in musica.

Apre il disco Amerigo, il riferimento è a Vespucci e alla sua scoperta del Nuovo Mondo. Bell’inizio con un “triangolo”: voce, pianoforte e violino, che fa ben sperare. April Fool, letteralmente “Pesce d’Aprile” è il singolo che è uscito guarda caso il primo di aprile. Il brano è un omaggio allo scrittore Gogol, nato in questo giorno. Il terzo brano Fuji-San è dedicato alle vittime dello tzunami che ha colpito il Giappone lo scorso anno. Il suono a sentori orientali/nipponici, naturalmente. This Is The Girl ha sapore decisamente “fifties” ed è il ricordo/tributo a Amy Winehouse, tragicamente scomparsa, l’anno scorso. Il quinto brano Banga, è il risultato di una breve crociera a bordo della Costa Concordia. Ottima canzone che ben descrive il moto ondoso dell’oceano. Altro tributo è Maria, canzone malinconica dedicata alla Schneider, anche lei scomparsa nel 2011 e molto amica della Smith. La seconda parte del disco inizia con Mosaic, i riferimenti sonori questa volta ci portano ai paesi dell’est e proseguono con Tarovsky (the second stop is Jupiter) brano dedicato al regista russo. Dall’est all’ovest con un altro omaggio: Nine, e questa volta è il turno di Johnny Deep omaggiato per il suo compleanno. Il secondo brano (decimo della scaletta) scritto durante la crociera a bordo della costa Concordia è Seneca, fisarmonica e violini la fanno da padroni. Siamo al penultimo brano del disco Constantine’s Dream (Sogno di Costantino), dedicato all’affresco di Piero della Francesca conservato all’interno della basilica di San Francesco. Conclude l’album After the Goldrush brano di Neil Young e unica cover del disco, bellissima versione con tanto di coro fanciullesco finale.

Buon disco Banga, molto fruibile e tra i più orecchiabili che la nostra sessantacinquenne abbia mai scritto ma non per questo è un lavoro superficiale ne tantomeno banale. E’ un disco a tutto tondo dove i testi e il suono vanno a braccetto, tutto condito da un’ ottima qualità. Brava Patti!

Bob Dylan: i suoi album #3

The Time They Are A-Changin’ (1964)

Gli ultimi saranno i primi
Dylan fiuta il cambiamento prima di tutti. E le sue parole diventano una valanga.

The Times They Are a-Changin’ è il terzo album in studio di Bob Dylan. Fu pubblicato il 10 febbraio 1964 dalla Columbia Records. Mentre i suoi album precedenti, Bob Dylan (1962) e The Freewheelin’ Bob Dylan (1963), combinavano materiale originale e cover, questo fu il primo a contenere solo composizioni originali. L’album consiste principalmente di ballate scarne e scarsamente arrangiate che trattano temi come il razzismo, la povertà e il cambiamento sociale. La traccia che dà il titolo all’album è una delle più famose di Dylan; molti ritengono che catturi lo spirito di sconvolgimento sociale e politico che caratterizzò gli anni ’60. Alcuni critici e fan non furono altrettanto entusiasti dell’album nel suo complesso, rispetto ai suoi lavori precedenti, per la sua mancanza di umorismo o di diversità musicale. Tuttavia, The Times They Are a-Changin’ raggiunse il 20° posto nella classifica statunitense, diventando poi disco d’oro e raggiungendo tardivamente il 4° posto nel Regno Unito nel 1965.
Questo album, interamente acustico, è considerato da molti cultori della produzione dylaniana un vero e proprio manifesto della canzone politica e di protesta; nei dieci brani che lo compongono, Dylan si scaglia contro la società e, in modo profetico e cadenza quasi biblica, sembra ammonire duramente: fate attenzione, poiché i tempi stanno cambiando e i figli di oggi sono pronti a rivoltarsi contro i loro stessi padri per ribaltare – appunto in maniera biblica – concetti e filosofie, aspettative e pregiudizi.
Le sonorità di questo disco sono impostate su un blues secco ed essenziale, scandito dalle pennate marcate sulla chitarra e dal suono che dà anima alla musica folk dell’armonica a bocca.
Le canzoni politiche qui proposte, a detta dei cultori della poetica dylaniana, non indicano in effetti alcuna nuova strada (Dylan ha sempre sostenuto di non essere il portavoce di nessuno eccetto che di se stesso, e che non c’è bisogno del meteorologo per sapere da che parte tira il vento), suscitando però nuovi dubbi e inedite domande.
La tracklist del disco è montata come se Dylan volesse subito dirci, nel prologo, che i tempi stanno per cambiare, nonostante che ancora ci siano le ingiustizie di cui racconta nelle sue canzoni di denuncia a sfondo sociale. Ed ecco allora materializzarsi la disperata storia di miseria e di povertà di Ballad Of Hollis Brown, la straordinaria invettiva di With God On Our Side contro le guerre che hanno insanguinato il mondo combattute anche in nome della religione, il racconto della crisi delle miniere del Minnesota in North Country Blues, l’uccisione di Medgar Evers impegnato nella lotta per il riconoscimento dei diritti civili dei neri di Only A Pawn In Their Game, i riferimenti biblici e a Bertolt Brecht che emergono da When The Ships Comes In, con l’immagine della nave che arriva in porto a risolvere le ingiustizie del mondo. Per arrivare alla sofferta interpretazione di The Lonesome Death Of Hattie Carroll, che racconta l’omicidio di una cameriera di colore da parte di un giovane bianco proprietario di piantagioni di tabacco. Poi ci sono le canzoni d’amore, ispirate in qualche modo dalla sua relazione con Suze Rotolo, One Too Many Mornings e Boots Of Spanish Leather, e il saluto finale di Restiese Farewell che chiude l’album: l’arrivederci di un giovane vagabondo che riprende la sua strada, alla fine dello spettacolo in cui ha presentato le sue storie, per avventurarsi verso una nuova direzione.

Beatles – Revolver (1966)

Nella dicotomia tra i Beatles come quattro ragazzini intelligenti dei primi ’60 con cui fare uscire le proprie figlie il sabato sera e i Beatles come gruppo di fine ’60 che, benedetti dalla genialità, implodono in loro stessi e giocano con gli abissi psiconautici, potremmo vedere Revolver come un lavoro di significativo trapasso. Anche la copertina-collage di Klaus Voormann sembrerebbe confermarci l’ipotesi di una formazione appesa tra le foto rassicuranti del suo passato e qualcosa che si sta muovendo strisciante tra esse. Le quattordici canzoni che ci traghettano verso The White Album e si appaiano a Sgt. Pepper’s sviluppano definitivamente una concezione della musica, soprattutto in studio, che poi non sarà mai più la stessa. Si accentuano le differenze fra i compositori (un McCartney sempre più colto, che qui scrive la sua fuga/capolavoro, For No One; un Lennon al vertice del – l’indolenza acida con I’m Only Sleeping) e Harrison diviene a tutti gli effetti l’orientalista della band (Love You To). Leggermente più disomogeneo di Rubber Soul, arricchito dalla summa psichedelica di Tomorrow Never Knows questo album è un vero e proprio happening creativo, ben poco scalfito dallo scorrere del tempo.

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Valerie June – Owls, Omens, And Oracles (2025)

Recensioni 2025

Owls, Omens, and Oracles è un album ampio e variegato, che si sviluppa dalle radici di June, che spaziano dal folk psichedelico, all’indie rock, agli Appalachi, al bluegrass, al country soul, al pop orchestrale e al blues, fino a raggiungere una rete intergalattica di saggezza. Ogni singola nota che canta è impreziosita dalla sua “voce non ortodossa, stridula e ululante” (Elle), “come seta grezza: intima, elegante e forte” (Garden & Gun). Le viscerali contorsioni e la feroce emozione della sua voce intrecciano trame e toni attraverso l’ago di una trapunta americana multigenere. Grazia e gentilezza si armonizzano con nervosismo e precarietà, evocando una tenerezza persino nel cuore più duro, mentre June racchiude la complessità di “La mia vita è una canzone country” e “Sono multidimensionale, al di là di ogni categoria”. Unica

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Dropkick – Primary Colours (2025)

Originari della costa orientale della Scozia, i Dropkick si sono fatti una reputazione per il loro power pop rigoglioso e armonioso, tanto da essere paragonati a Wilco, The Jayhawks, Teenage Fanclub e Tom Petty. La loro musica fonde senza sforzo melodia e introspezione, rendendoli un pilastro della scena musicale indie da oltre un decennio. Primary Colours segna un nuovo capitolo nella carriera dei Dropkick, in seguito al successo di The Wireless Revolution (2023). L’album presenta 10 tracce meticolosamente realizzate che fondono power-pop, indie rock e influenze folk. Temi di amore, perdita e l’inevitabile passare del tempo permeano le canzoni, ciascuna ricca di armonia e profondità lirica.

L’album inizia con “Left Behind”, un inno imponente che dà il tono al disco. La traccia del titolo, “Primary Colours”, cattura l’essenza dell’album con melodie vibranti ed evocative. La nostalgia dei giorni di scuola di “Dreams Expire” offre un momento inquietante e introspettivo, mentre brani come “Too Much of the Same” esplorano la ripetitività della vita e delle relazioni con un’energia riflessiva ma contagiosa. Registrato nella loro sala prove di lunga data a Inch House, Edimburgo, Primary Colours è stato prodotto da Andrew Taylor (frontman e autore principale) e presenta un suono raffinato ma autentico.

La produzione evidenzia le armonie distintive della band e i talenti multi-strumentali, pur mantenendo l’energia grezza delle loro esibizioni dal vivo. Taylor, noto anche per il suo lavoro con la band indie-pop di culto The Boys with the Perpetual Nervousness e come produttore di lunga data della rinomata band country scozzese, The Wynntown Marshals, continua ad affinare la sua arte di autore e produttore.

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Van Morrison — Hymns to the Silence (1991)

L’uscita di questo doppio album in questo periodo della sua carriera è stata una grande sorpresa, se poi è di ottima qualità è uno shock. Morrison ha avuto molto da dire in questi anni sulla sua infanzia e la sua fede, le sue ultime produzioni lo dimostrano ma, nonostante questo, in questo disco, in un modo molto meno obliquo, è riuscito ad aggiungere ancora altro materiale; testuale e sonoro. Di ottima fattura, sicuramente il suo miglior lavoro dal 1986, anno di uscita di “No Guru, No Method, No Teacher”. Il doppio disco è intensamente personale e rivelatore, proprio perché mette in luce i suoi pensieri molto chiaramente. Anche se marcatamente “religioso”, in questo lavoro avvincente, Morrison si rifiuta di “predicare” e si limita a esprimere i suoi pensieri senza forzature.

Organico: Van Morrison (voce, chitarra, armonica, sassofono contralto), Steve Gregory (flauto, sassofono baritono), Candy Dulfer (sassofono contralto), Kate St John (corno inglese), Neil Drinkwater (fisarmonica, pianoforte, sintetizzatore), Haji Ahkba (flicorno), Eddie Friel (pianoforte, organo, sintetizzatore), Georgie Fame (pianoforte, organo, cori), Terry Disley (piano), Derek Bell (sintetizzatori), Nicky Scott e Steve Pearce (bass), Paul Robinson (batteria), Dave Precoda (batteria, percussioni), Carol Kenyon e Katie Kissoon (cori). 

“…più vario di tutti gli album degli anni ’80 messi insieme.”, “…altamente raccomandato.”, “…assortimento splendidamente interpretato di R&B country e gospel.”, “…un pieno di quello che Morrison riesce a far meglio.”, “…R&B, boogie, folk-rock, jazz e folk irlandese.”. (Alcuni commenti della carta stampata dell’epoca.)

Anna B Savage – You And I Are Earth (2025)

Recensioni 2025

Il sentimento prevalente in You & I are Earth è, prevedibilmente, quello dell’amore. “Ti amo” è qualcosa che Savage ripete più volte nell’album, e non lo fa mai con niente di meno che una sincerità struggente. È questo atteggiamento schietto che rende l’album invitante, accogliente e vivibile, uno spazio in cui sedersi e sentirsi a proprio agio per un breve periodo. Savage vive lì e ci accoglie ogni volta; il suono delle onde che si infrangono dolcemente sulla traccia di apertura dell’album è come un invito al suo santuario. Fa i conti con il suo disagio nel traslocare; denuncia silenziosamente il colonialismo in Irlanda; guarda dolcemente dentro di sé; e ritrae con orgoglio all’esterno ciò che la fa sentire radicata. È amore, è un luogo. È un sentimento tangibile che condivide con il mondo, una piccola e personale offerta agli ascoltatori che desiderano attingere al suo calore. Consigliato

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Bob Dylan: i suoi album #2

The Freewheelin’ Bob Dylan (1963)

Canzoni per Suze
Semplicemente, il disco in cui Bob Dylan diventa Bob Dylan.

“The Freewheelin’ Bob Dylan” è il secondo album in studio di Bob Dylan, pubblicato il 27 maggio 1963 dalla Columbia Records. Questo disco segna un punto di svolta nella carriera di Dylan, consolidando il suo status di cantautore di protesta e poète engagé, e rappresenta un significativo avanzamento rispetto al suo debutto.
“The Freewheelin’ Bob Dylan” è uno degli album più iconici di Dylan e uno dei capolavori del folk degli anni ‘60. L’album segna il passaggio dal folk tradizionale a una musica più personale e poetica, con una crescente attenzione alla politica, ai diritti civili e alle emozioni individuali. Le composizioni di Dylan sono più mature e complessamente strutturate rispetto a quelle del suo debutto, e l’album esplora temi di protesta sociale, libertà individuale e cambiamento.
L’album contiene alcune delle canzoni più influenti e amate di Dylan, che sono diventate pietre miliari della musica folk e popolare:
“Blowin’ in the Wind” — Probabilmente la canzone più famosa dell’album, è diventata un inno del movimento per i diritti civili e della protesta contro la guerra. Il testo semplice e diretto pone domande sulla libertà, la pace e la giustizia.
“A Hard Rain’s A-Gonna Fall” — Un brano che mescola immagini poetiche e apocalittiche per descrivere il caos e la sofferenza del mondo, spesso interpretato come una riflessione sulla guerra fredda e sulla paura della guerra nucleare.
“Girl from the North Country” — Una ballata dolce e malinconica, ispirata alla tradizione folk, in cui Dylan canta di una relazione perduta. La canzone è arricchita dalla voce di Johnny Cash, che partecipa come ospite.
“Masters of War” — Un feroce attacco alla guerra e a coloro che la promuovono per motivi di profitto. Questo brano è una delle canzoni di protesta più esplicite di Dylan.
“Don’t Think Twice, It’s All Right” — Una canzone di addio in cui Dylan riflette sulla fine di una relazione, con un tono che mescola tristezza e accettazione.
“The Times They Are a-Changin’” — Anche se questa canzone è nell’album successivo, la sua scrittura rispecchia il tono e lo spirito di cambiamento che pervade “The Freewheelin’ Bob Dylan”. Tuttavia, non è presente in questo album ma è spesso associata al periodo creativo di Dylan in questo periodo.
Il suono dell’album è caratterizzato da arrangiamenti di chitarra acustica e armonica, con una produzione molto più raffinata rispetto al debutto di Dylan. Le canzoni spaziano da ballate tranquille e intime a brani più energici e di protesta, con Dylan che mostra una crescente maturità sia come poeta che come musicista. Il suo uso della lingua e delle immagini poetiche si fa più complesso, e il suo talento per la scrittura di testi evocativi diventa sempre più evidente.
“The Freewheelin’ Bob Dylan” è stato un grande successo critico e commerciale. Ha consolidato Dylan come una delle figure di punta della musica folk e della protesta sociale degli anni ‘60. La sua capacità di affrontare temi politici e sociali con una profondità emotiva e una grande abilità poetica lo ha reso una figura centrale nella cultura musicale e politica dell’epoca.
L’album è spesso considerato uno dei migliori album di tutti i tempi e ha avuto un’influenza duratura sulla musica popolare, sulla musica folk e sul movimento per i diritti civili.