Sin dalle prime note la musica trasporta istantaneamente gli ascoltatori in un viaggio all’interno del proprio spirito e allo stesso tempo in un viaggio nel mondo reale. Un’esplorazione della musica afro-cubana in tutte le sue forme, una intensa meditazione sui cicli della vita e dell’esistenza. Il “piano” di Sosa non è uno strumento musicale, ma un condotto di consapevolezza spirituale e la “kora” di Keita una elegante dichiarazione di gioia. La foto di copertina sintetizza perfettamente il mood dell’album; due musicisti provenienti da angoli lontani del globo, faccia a faccia, ognuno con il proprio carico di esperienza ed ispirazione: unico limite il cielo. E questo lavoro non è solo un semplice incontro tra artisti diversi e complementari, nel quale il pianismo del cubano Sosa si limita ad accompagnare le evoluzioni della straordinaria kora del senegalese Keita. Transparent Water è uno dei viaggi più complessi mai intrapresi nell’ambito della world music; nel disco sono presenti strumenti e musicisti provenienti da ogni angolo del Mondo. Ne risulta un disco meticcio e multiforme carico di caldi accenti sudamericani, struggenti melodie africane ma anche di sinuosi ritmi e fascinazioni provenienti dalla tradizione dell’estremo oriente, con profumi jazz e blues. Merito dei due protagonisti e della messe di ospiti che popolano il disco: le percussioni del venezuelano Gustavo Ovalles, il koto della giapponese Mieko Miyazaki, il nagadi di Mohsin Kahn Kawa e il geomungo della coreana E’ Joung-Ju. Un disco senza confini, nel quale la vastità degli orizzonti musicali contribuisce a trasportare l’ascoltatore attraverso un percorso sonoro estremamente affascinante.
Joan Shelley pubblica album da quindici anni, eppure riesce sempre a far sì che ogni album sembri un nuovo, facile abbraccio. “Voglio l’inno che sa di primo amore / Voglio il ritornello che scalda come il fuoco / Voglio la melodia che si gonfia come una luna piena / Che conosce il tuo desiderio più profondo”, canta a metà del suo decimo LP, Real Warmth, un album disinvolto e infinitamente canticchiabile. Cantando con una convinzione silenziosa e ardente, Shelley scrive spesso attraverso una lente fantastica, ma il linguaggio che raccolgono è musicale, colloquiale, amante della natura e totalmente umano… E ogni volta sembra un po’ più caldo, un po’ più simile alla prima.
Nel 2006 usciva una compilation di cover intitolata Yo La Tengo Is Murdering the Classics, in cui la band di Hoboken aveva raccolto una serie di cover suonate dal vivo durante un evento di raccolta fondi per la stazione radio indipendente WFMU. In quell’occasione le canzoni erano a richiesta: gli ascoltatori ne chiedevano una via telefono e la band si cimentava nel suonarla a memoria, con risultati alterni.
Ora, dieci anni più tardi, viene alla luce un secondo lavoro intitolato, appunto, Murder in the Second Degree, una nuova raccolta di cover improvvisate. Oltre alla pregevole copertina, di nuovo opera — veramente dark — di Adrian Tomine, il disco non è da meno. I brani “coverizzati” hanno la pregevole peculiarità di essere tutti “marchiati” Yo La Tengo, un suono, un marchio, una garanzia.
The Third Mind con “Right Now!”, sono al loro terzo album. Registrato dal vivo in quattro giorni nei Sound Recording Studio di Los Angeles. “Right Now!” è una combinazione di istinto e improvvisazione da parte di musicisti esperti che si incontrano in tempo reale per trovare le canzoni man mano che procedono. “Tutto in questo disco è intuitivo”, afferma il co-fondatore di The Third Mind Dave Alvin. “Siamo cinque musicisti che camminano su una corda tesa, improvvisando un dialogo tra loro”. Come i suoi predecessori, “Right Now!” attinge ampiamente al repertorio degli anni ’60, rielaborando classici come “Shake Sugaree” di Elizabeth Cotten, filtrati attraverso la versione del 1966 di Fred Neil, e la tradizionale murder ballad “Pretty Polly”, che si colloca a metà strada tra i Grateful Dead e Neil Young & Crazy Horse. The Third Mind si attiene ad alcune linee guida fondamentali: presentarsi, non pensarci troppo e abbandonarsi al momento; niente prove, niente arrangiamenti scritti, niente discussioni sull’approccio, solo un elenco di canzoni e tastiere pensate per servire da guida nel viaggio della band verso ovunque lo spirito li porti.
La prima origine di Nashville Skyline risale alla fine del 1967, all’epoca di John Wesley Harding, un album che Dylan avrebbe voluto registrare con i Byrds, e che, incassato il rifiuto del loro manager, s’era poi rassegnato a fare con i musicisti di Nashville già utilizzati in Blonde on Blonde. Quindi, in qualche modo, John Wesley Harding è l’album della svolta country, pur essendo pieno di brani legati alla tradizione ebraica, tra cui il celebre All Along The Watchtower, più tardi magnificato da Jimi Hendrix. Il vero brano country arriva alla fine e si chiama I’ll Be Your Baby Tonight: un blues intimista, che ci dice come per Dylan i tempi stiano di nuovo cambiando, e come adesso ad appassionarlo siano le radici e le storie senza tempo legate all’amore, alla natura e alla religione. C’è anche da dire che in quel periodo il songwriter sta vivendo una vita quasi normale, da padre di famiglia, soprattutto dopo l’arrivo del terzo figlio. Ha persino smesso di fumare. E soprattutto, da qualche tempo ha cominciato ad avvicinarsi sempre di più a Johnny Cash, tanto da decidere di rifare con lui, in duo, un suo famoso pezzo country, The Girl From The North Country, al quale poi affida il compito di aprire il nuovo album. Nashville Skyline originariamente, il brano era uscito su The Freewhhlin Bob Dylan, ma la nuora versione “made in Nashville”, incisa in duo con l’uomo in nero, è molto più bella, sorprendente e coinvolgente, sia per il tempo più lento che i due s’inventano, sia per quella sua commovente imperfezione: Bob e Johnny, che hanno grande rispetto e stima l’uno dell’altro, sembrano quasi esitare nell’unire le loro voci, e questa incertezza dona verità e spontaneità alla loro versione. Com’era prevedibile, l’album crea subito, tra il pubblico dei dylaniani, stupore e critiche. Il leggero sapore country di I’ll Be Your Baby Tonight diventa qui, dicono, una sorta di totale resa a un certo tipo di country, quello di Nashville, che i fan di Dylan associano da sempre al conservatorismo più bieco, a una musica facile e di consu-mo, quella per l’appunto prodotta dall’industria di Nashville, di cui Cash è l’indiscusso re. Prende alla sprovvista anche la brevissima durata dell’album (27 minuti), tanto da far sospettare i primi sintomi di aridità creativa in un autore di solito piuttosto prolifico. E soprattutto, c’è lo shock di una voce quasi irriconoscibile: una sorta di romantica tessitura da crooner, più vicina al tubare che al canto, distante da quel tono nasale così caratteristico che aveva contribuito a creare l’immagine dylaniana da profeta folk alla Woody Guthrie. Con tutta probabilità, è proprio quello che Dylan cerca di ottenere con Nashville Skyline: la proposta di una sua musica country piuttosto casual, rilassata e positiva, in cui il tema principale è “l’amore che fa girare il mondo. Finite le elucubrazioni letterarie di Blonde on Blonde così come le parabole bibliche di John Wesley, i testi di Nashville Skyline appaiono semplici e diretti, e a tratti sfiorano l’insen-satezza – per esempio, in Country Pie, Altri due brani, Pogay Day e One More Night, possono essere visti come un tributo all’hillbilly, o poco più. È invece una piccola perla Nashville Skyline Rag, il primo strumentale di Bob Dylan: un concentrato di bluegrass vecchio stile eseguito però da un’orchestra moderna e scatenata. Da ricordare anche Tell Me It Is Not True, un bluette gentile su un marito ingannato che suona quasi come un omaggio vocale a Elvis Presley. E poi il resto (To Be Alone With You, Tonight I’ll Be Staying Here With You, I Threw It All Away), tutto di ottimo livello, assolutamente piacevole da ascoltare. La canzone più bella e famosa, Lay Lady Lay, è languida e a suo modo ipnotica: una pura folk song lirica, che contro ogni previsione del suo autore diventerà uno dei suoi successi più venduti in tutto il mondo. Curio-samente, Lay Lady Lay era stata scritta per la colonna sonora di Un uomo da marciapiede, ma il regista John Schlesinger le preferirà la bellissima interpretazione di Harry Nilsson di Everybody’s Talkin’, un brano scritto da Fred Neil.
Cate Le Bon non si è avvicinata al suo settimo album con una grande dichiarazione in mente. Piuttosto, si è ritrovata attratta da una singola immagine: una donna sola in una stanza drappeggiata con tessuti e specchi che catturano la luce. Quel senso di strascico, la peculiare chiarezza che emerge una volta che la polvere si è finalmente depositata, si insinua in ogni angolo di Michelangelo Dying. Le Bon scrive dall’interno della nebbia della confusione, cercando di catturare quell’attimo sfuggente in cui la lotta cede il passo a qualcosa di simile al riposo. Avendo trascorso la maggior parte del tempo a produrre per altri artisti, Le Bon non aveva ancora elaborato appieno la rottura che la stava consumando. Quando finalmente è uscita nuova musica, ha affrontato l’amore e il dolore con un’onestà senza precedenti. Cate Le Bon canta come se si stesse confessando e consolando al tempo stesso, ogni nota è un piccolo atto di sopravvivenza. Una voce in cui ogni crepa lascia trasparire la luce. Questo album non parla di una catarsi travolgente, ma di imparare a vivere ciò che ci si lascia alle spalle. Ottimo disco.
Van Morrison – No guru, No method, No teacher (1986)
[…] Morrison, lontano dalle mode, profondamente immerso in un mondo di poesia e di emozione, è senza dubbio uno degli artisti più completi ed affascinanti della musica da una sessantina di anni, dotato di una vocalità inimitabile e di una passione, di un’energia, di una forza, che raramente mi capita di sentire. Forse il mio disco preferito in assoluto. [continua…]
Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza. Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.
La carriera musicale di Youssou N’Dour inizia a sedici anni quando nel 1975 entra nell’orchestra Star Band di Ibra Kasse. Successivamente la sua esperienza maturerà tra le varie band di Dakar e del Senegal, collaborando con musicisti del calibro di El Hadj Faye e creando il suo primo gruppo denominato “Etoile”. Sarà proprio da questo gruppo che nascerà e crescerà lo “Mbalax”, l’ultima evoluzione della musica senegalese. Successivamente la collaborazione con Peter Gabriel e Neneh Cherry lo porterà alla fama mondiale. Ora il cinquantottenne cantante e compositore, diventato tra l’altro anche ministro della cultura e del turismo, si mette in evidenza pubblicando il suo 34° album. “Africa Rekk” significa in Wolof, la lingua nazionale del Senegal: “Solo l’Africa”. Ed è probabilmente l’album più africano che Youssou N’Dour abbia mai lanciato sul mercato internazionale; i ritmi mbalax senegalesi in alcune canzoni, le ballate e i suoni in generale lo testimoniano. Si tratta di un viaggio attraverso l’Africa e per l’Africa, dove per prima cosa l’Africa è mostrata in modo positivo. Un viaggio che parte dal Senegal in Africa centrale e vuole espandersi verso l’esterno. Una corrente sonora dove i giovani fanno musica perchè esce dalle proprie radici, dal proprio essere e non per copiare ciò che viene dagli Stati Uniti o l’Occidente in generale. I duetti con il rapper Akon, che è di origine senegalese e il congolese Fally Ipupa Stella completano questo viaggio musicale. Youssou N’Dour ha dimostrato che un senegalese pur rimanendo nella sua casa di origine, può fare comunque una carriera internazionale. Il ragazzo con la voce d’oro, nato nel 1959 a Dakar, nella Medina, ha fatto della sua musica “Mbalax” la numero uno di fatto e, di conseguenza, di lui il cantante africano più famoso al mondo.
“Ho voluto creare posti di lavoro, e ho voluto dare voce a chi altrimenti sarebbe stato ignorato”
Due canzoni di questo nuovo album sono dedicate a leader spirituali del Senegal, eroi delle confraternite religiose di cui Youssou N’Dour fa parte: la confraternita di Mourides, il cui motto è “pregare e lavorare”. “Oggi, i giovani hanno bisogno di una guida, specialmente in Africa, che è molto importante. Per quanto accade perché alcuni sviluppati, ma non dobbiamo dimenticare i nostri valori. Il Senegal è un modello di benvenuto. Le confraternite creare la pace, partecipano alla vita sociale, essi siano ascoltate e rispettate. Questo è uno dei motivi per cui il 95 per cento musulmani e cinque per cento cristiani e le altre religioni vivono insieme nel nostro paese in una molto buona coesione.” “Africa Rekk” è un ponte della musica africana di ieri, oggi e domani. E’ un album tributo ai giovani africani che sono la più grande ricchezza del continente e che l’artista chiama a credere in se stessi e nel loro futuro in Africa.
Chiunque si sia sorpreso quando l’ex frontman hard-rock dei Zeppelin e artista solista di lunga data Robert Plant si è tuffato nel folk/country/blues americano in due album premiati con Alison Krauss e uno con la Band of Joy, rimarrà ancora più sorpreso da questo progetto in lavorazione da sei anni. Invece di attingere a una vena americana, però, ha spostato la sua base oltreoceano per unirsi al gruppo folk acustico britannico (principalmente) “Saving Grace”. Come Krauss, Plant condivide la voce con la cantante Suzi Dian. I quattro musicisti di ‘Saving Grace’ (batteria, due chitarre e violoncello …nessun basso) stendono un letto generalmente sottile di musica per archi mentre Plant e Dian si occupano delle delicate voci in dieci cover, spesso interpretate in modo radicale e per lo più oscure. Plant e Dian si alternano come voci soliste in armonie incantevoli e portentose e ballate malinconiche. Plant pioniere del rock, che ora ha 77 anni e continua a spingersi oltre i limiti, musicalmente e, in modo sorprendente, vocalmente. Ancora una volta, amplia la sua già ampia gamma di orizzonti artistici, qualcosa che pochissimi artisti della sua statura iconica e della sua età sono disposti, o in grado, di fare.
Il nuovo album dei Sidestepper, il sesto della loro storia ventennale, è anche il loro più significativo, non solo perché Supernatural Love arriva dopo sette lunghi anni di silenzio e dieci dal loro ultimo lavoro con materiale originale, ma perché rappresenta una svolta decisiva e matura nella loro carriera. Con la collaborazione di un collettivo elettro-cumbia britannico-colombiano, Supernatural Love mette in evidenza le origini Colombiane e Caraibiche della band. Dal momento dell’uscita del singolo “Come See Us Play”, era chiaro che i musicisti avevano lo scopo di recuperare il maggior numero di personaggi organici ed endemici della loro cultura. Supernatural Love è una immersione totale nella tradizione colombiana. Un recupero delle radici caraibiche e africane ma sviluppate anche con aspetti folcloristici del paese latinoamericano. Queste caratteristiche sono senza dubbio il filo conduttore che aiuta Supernatural Love a guardare a un suono completo. In tutte le undici tracce dell’album, si può godere di una sensazione trasparente e continua, che ci accompagna indietro nel tempo per farci rivedere le origini di espressive musicali colombiane. La natura essenziale del disco è in ultima analisi, incarnata nei testi. Un “Amore Soprannaturale” è la caratteristica trasformata in immagini elementari e icone: i quattro elementi, le stagioni, la gioia di vivere e la suadente “carnalità” Caraibica per la vita, sono evidenziate nelle canzoni che raccontano semplici avvenimenti sociali, storie d’amore, racconti ispiratori e le chiamate incoraggianti, che inducono e rafforzano lo spirito comunitario e il senso di condivisione di valori ed emozioni comuni. Più si ascolta “Amore Soprannaturale”, più ci si rende conto di quanto ci mancano gruppi come i Sidestepper e l’atmosfera positiva che riescono a creare. Tornati finalmente in tutto il loro splendore, non ci resta quindi che gioire.