Eagles – Desperado (1973)

A diciotto mesi dal loro omonimo disco d’esordio, le aquile pubblicano quello che li coronerà come uno dei gruppi più importanti della scena rock degli anni ’70. Nonostante le vendite lasceranno a desiderare, Desperado risulterà tra i dischi più belli dell’anno. Il quasi perfetto connubio tra country e rock sarà il motivo principale che li farà conoscere definitivamente al mondo intero.

Desperado è un concept album, le armonie, la produzione, i testi e la musicalità sono impeccabili, tali da rendere il disco avvincente e suggestivo, che si ascolta tutto d’un fiato.

Doolin Dalton è il brano d’apertura, con l’armonica in primo piano suona come un epitaffio: soldi, donna, whiskey. Twenty One è un piacevolissimo bluegrass sorretto dal dobro che si fa seguire da un rock quasi hard, Out Of Control, con chitarre distorte e Chuck Berry come ispiratore. Tequila Sunrise è uno dei momenti più belli con la Fender con lo string bender in evidenza. Desperado la title track, con la sua aria quasi gospel e l’arrangiamento orchestrale, è semplicemente splendida. Sarà uno dei pezzi del gruppo più covered in assoluto. Certain Kind Of Fool è un’altro dei brani chiave del disco, ottimo come Outlaw Man del cantautore David Blue, ballata elettrica che crea una sorta di atmosfera drammatica con le sue chitarre. Saturday Night è un altro motivo dolcissimo, l’innocenza giovanile passa presto. Ancora più significativo è Bitter Creck che sembra non lasciar speranza al fuorilegge per i quali prevede rovina certa, semplice e complesso, pacato e irrequieto. Doolin Dalton reprise chiude in bellezza l’album.

Gli Eagles hanno dato immagine e suono al sogno americano, incarnando e facendo proprio il mito californiano e lo spirito del rock & roll. Il loro segreto è la scelta di un sound efficace ed attuale, l’impiego di molte chitarre spesso complementari alle parole e la proposizione di testi densi di ispirazione e lirismo, sempre comprensibili anche quando metaforici. E proprio grazie a questo che Desperado, a cinquant’anni dalla sua uscita è ancora ricordato per le sue ballate mozzafiato.

The Traveling Wilburys — Omonimo (1988)

Questo improvvisato quintetto nato quasi per gioco, altri non sono che Bob Dylan, Jeff Lynne, Tom Petty, Roy Orbison e George Harrison. Un disco nato per scherzo, un nome creato ad arte, ed i protagonisti che non vogliono apparire nella loro reale identità: infatti, si fanno chiamare Lucky, Nelson, Otis, Lefty e Charlie T. Junior.

Disco divertente e poco prevedibile, mette a confronto il lavoro di grandi talenti che, una volta tanto, caso abbastanza raro, funziona molto bene. L’album è bello e molto godibile, con arrangiamenti ad hoc e grandi voci, tra le più belle del panorama “rock classico”. Forse il suono della band richiamerà alla memoria stagioni passate da molte lune. Gli anni ’50 si mischiano ai rivoluzionari sixties: voci esili e coretti doo-woop insieme ad atmosfere liverpooliane. Rock, calipso, fifties, beat ed altre meraviglie è quello che questo disco propone insieme ad un moderato uso di chitarre elettriche. Vediamo le canzoni.

Handle with care è una ballata in cui i cinque Traveling Wilburys si alternano a turno, cantando ognuno una propria strofa, e già si sente la “stoffa” dei partecipanti. Dirty World è un’ampia ballata degna del miglior Bob Dylan che canta molto bene ed è accompagnato da una abile sezione di fiati. Rattled richiama certe affascinanti ballate in stile anni ’50 con ritmi e tonalità rock and roll. Last Night è piacevolissima, orecchiabile, cattura subito al primo ascolto, canta Tom Petty e Jeff Lyne lo assiste mentre Roy Orbison canta una piccola strofa con la sua voce inconfondibile. Not Alone Any More è decisamente un brano marcato Roy Orbison. Certe melodie in questo album ricordano i Beatles, non a caso vi partecipa George Harrison e poi bisogna ricordare che i Bealtles furono influenzati (e non poco) da Roy Orbison. Congratulations, tra le più belle, è un’altra melodia in stile Bob Dylan, non mancano i cori ben curati ed una steel guitar che accompagna la voce di Bob. Heading for the Light vede invece George Harrison primeggiare sugli altri in una melodia che può ricordare marginalmente i Beatles. Tra le più belle canzoni vi è sicuramente anche Margarita con una chitarra potente e la bella voce solista di Tom Petty. Tweeter and the Monkey Man invece vede nuovamente un Bob Dylan in perfetta forma cantare come soltanto lui sa fare. Anche questo brano risulta sicuramente tra le più belle ballate di questo disco che è un’autentica sorpresa. La decima canzone End of the Line, conclude l’album. E’ la degna chiusura per i Traveling Wilburys che li vede nuovamente cantare con una strofa a turno.

Okkervil River — I Am Very Far (2011)

A parte la collaborazione con Roky Erickson nel suo bellissimo True Love Cast All, gli Okkervil River mancavano dalla scena musicale da tre anni e questo nuovo album si preannunciava come un album ‘difficile’.

Voglio fare un disco di suoni per me stesso e non per la massa” disse a suo tempo Will Sheff, compositore e cantante del gruppo, e così è stato. Il termine ‘difficile’ in questo caso non è da intendersi come poco accessibile, ma soprattutto come ‘spiazzante’.

I Am Very Far, settimo album della band Texana si allontana dalla sua matrice prevalentemente Folk – rock, da quel sound personale e pulito che li ha caratterizzati e approda a suoni più arrangiati ed orchestrali, infatti molte delle canzoni sono eseguite da due batterie, due bassi, due tastiere e ben sette chitarre.

La prima cosa che risalta di questo ‘I Am Very Far’ è il suo ‘umore’, difficile da raccontare, non semplice da assorbire. Viene da chiedersi se il disco è frutto di un progetto musicale che li vede in parte cambiar rotta, allontanandosi così dalla matrice che li ha fin d’ora caratterizzati o se invece, cosa assai meno probabile, è la conseguenza di un vuoto creativo. Personalmente quello che conta è che l’album suona bene, per il resto, solo il futuro prossimo darà una risposta.

Nelle undici canzoni si respira una libertà espressiva mai sentita fin’ora; il filo conduttore del disco è infatti il desiderio di voler suonare quello che piace, senza vincoli o particolari ostacoli. Un suono più ‘sensazionale’ che ‘celebrale’ rende questo ‘I Am Very Far’ probabilmente uno dei loro migliori lavori. Voler creare un nuovo sound, allontanandosi così da quel ’canale’ che li ha fin d’ora caratterizzati è ciò che risalta fin dal primo ascolto. Man mano che si prende confidenza, meglio viene evidenziata la profondità del suono, che penetrando nei padiglioni auricolari, riesce a trasformarsi in belle emozioni.

Un ottimo disco quindi, che sottolinea la grandezza di questo gruppo. 

Mike Oldfield – Tubular Bells (1973)

Nato dall’etichetta inglese più artigianale (all’epoca), la Virgin, frutto di un ottimo investimento, il disco scalò velocemente la classifica inglese, senza arrivare al primo posto perché le copie immesse erano poche e quindi furono subito esaurite, con i negozi d’importazione di tutto il mondo che facevano a botte per averne almeno una.

Eppure nonostante ciò Tubular Bells non è un disco commerciale, tutt’altro, è un disco con tante complessità piacevoli che difficilmente si riescono a capire con una recensione.

Mike Oldfield è il protagonista assoluto di tutti questi “solchi” (cinquanta minuti di suoni) sia come compositore che come esecutore, suonando praticamente tutti i venti e più strumenti che ivi compaiono: è proprio questa enorme varietà di strumenti la prima cosa che colpisce del disco: una vera celebrazione del suono nelle sue infinite possibilità.

Oldfield è come un grande imbuto teso ad imprigionare questo dono peculiare della musica progressiva che è la varietà dei suoni, l’emozione tonale, il perfetto rendimento acustico: da qui tutto questo patrimonio, raccolto e quindi manipolato, distorto, trasformato, esasperato o raddolcito diviene momento della sensibilità umana, istante creativo. Così la melodia, il ritmo, la composizione stessa nascono sul suono, per esso; con Oldfield ci si addentra in un profondo mutamento del concepire la composizione musicale: non più assoggettati alla monotonia degli strumenti usuali.

Così la “prima facciata” di questa variatissima suite raccoglie una serie di brevi, incisi, accattivanti flash musicali, ciascuno con i propri strumenti in una girandola emotiva di sensazioni espresse, di suoni incredibili: eppure in tutto questo variare, nell’improvviso succedersi delle melodie ai ritmi, della dolcezza più assoluta e del suono teso e lacerante, il mago Oldfield trova sottili fili conduttori, una trama di temi sovrapposti e intricati che procurano all’opera un nesso logico, il senso di una grande, maestosa progressione.

Questa progressione termina sinfonicamente nella passerella dei vari strumenti che lo stesso Mike presenta sorretto da una base ritmica di bassi spettacolari, il canto finale, simbolo della cristallinità, del poter racchiudere tutto in sé ricreando, è quello delle campane tubolari, le ispiratrici dell’opera.

La “seconda facciata” si presenta indubbiamente meno spettacolare, ma la continua varietà sonora, l’indugiare più a lungo sul modulo sonoro sprigionando in pieno la propria libertà espressiva, nulla tolgono anche a questa seconda parte. Oldfield, ormai padrone di tutti gli orizzonti musicali manifesta la sua misuratissima carica ironica incentrando il brano intorno al canto grottesco delle sue campane tubolari. 

Walk Home Drunk e Comité Balnéaire – Split Screen (EP) (2023)

Split Screen EP è una pubblicazione separata dai progetti discografici di Daniel Selig (Walk Home Drunk) e Manon Raupp (Comité balnéaire) che non solo hanno in comune il suonare nella leggendaria eterea jangle band dei Docks, ma condividono anche la stessa propensione alle tecniche di produzione lo-fi (Genere di musica rock divenuto popolare negli anni Novanta grazie a registrazioni di bassa qualità, che ne sottolineavano la distanza rispetto alle sonorità artificiose prodotte dalle moderne tecnologie). Da un lato, Walk Home Drunk offre un ritmo costante e una voce avvolgente ti accompagnano le canzone con linee di chitarra che esplodono. Dall’altro lato, Comite Balneaire crea un suono denso che sembra quasi post-punk.

Qui sotto i dodici brani dell’intero album

Cadence di Cinder Well (2023)

Questo nuovo disco di Cinder Well vive nell’equilibrio tra l’Irlanda e la sua importante tradizione folk che si mischia all’eco californiana di Laurel Canyon.
In una quarantina di minuti Cadence propone un campionario di immagini preciso, un portfolio di scatti in bianco e nero: spiagge, scogliere sferzate dal vento, nuvole veloci. Paesaggi in cui è lo spazio il vero protagonista.

Cadence richiede attenzione, pretende che l’ascoltatore sia ricettivo, pronto a perdersi, in quella atmosfera sospesa, indefinita, ma che attira come una calamita. Un viaggio che non può essere possibile con un ascolto estemporaneo, “veloce”, ma che invece richiede un approccio pienamente consapevole.

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David Crosby — Croz (2014)

David Crosby non ci ha abituato a frequenti uscite discografiche, a oltre quarant’anni da If I Could Only Remember My Name del ’71, in mezzo ci sono stati solo due dischi: Oh Yes I Can del ’89 e Thousand Roads del ’93. Se è facile pensare che questo sia il suo commiato musicale le canzoni non lo sono affatto. Undici brani quasi tutti a sua firma, l’aiuto del figlio Raymond, di Mark Knopfer e di Wynton Marsalis, danno un tocco di notevole presenza ad alcuni pezzi dell’album.

Quello che fa “grande” Croz è il suo “spiazzare” che, ancora una volta, è parte integrante della sua vita. David Crosby abituato a continue cadute e continue rinascite non poteva anche questa volta sorprendere critica e fan. L’album infatti, non era previsto e se poteva sembrare come un’operazione commerciale il risultato è invece tutt’altro. “…avevo ancora delle cose da dire” è la sua affermazione all’uscita del disco, e “per fortuna” aggiungiamo noi.

Crosby ancora una volta riesce a sceneggiare storie, confessare brividi profondi, narrare difficili rapporti con la vita, preparare balsami di guarigione. Croz è un disco ricco di fascino e dal suono elegante. La voce è intensa, le canzoni suscitano suggestioni e piccole magie. L’uomo riesce (ancora una volta) a stupire, a colorare il mondo con le tempere del vero artista, con i colori che accendono la fantasia, di azzurri profondi.

Low Lily – Angels in the Wreckage (2023)

Con l’uscita mondiale del loro nuovo disco “Angels in the Wreckage”, la band folk del New England “Low Lily” nonostante mantengano in primo piano il segno distintivo del loro il suono, virano con maggiore sicurezza verso le radici della musica americana.
Prodotto dalla leggenda del banjo dei vecchi tempi Dirk Powell, “Angels in the Wreckage” affronta argomenti complessi come l’amore, la perdita, la speranza, la giustizia, l’eredità familiare e la distruzione ambientale. I principali membri fondatori dei Low Lily sono la coppia sposata Liz Simmons e Flynn Cohen, entrambi del Vermont, Natalie Padilla del Montana, nuovo membro della band dalla scorsa estate dopo che il terzo membro fondatore Lissa Schneckenburger si è separata amichevolmente dalla band. Il violino di classe mondiale di Natalie Padilla è versatile: ha vinto campionati di violino in diversi stili, tra cui bluegrass, Old Time e Texas fiddle. La sua voce dolce e chiara si fonde magnificamente con quella di Cohen e Simmons in una stretta armonia in tre parti, una caratteristica importante del loro insieme sonoro.

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Rose City Band – Garden Party (2023)

Il country rock psichedelico della Rose City Band evoca gli spazi aperti dell’ovest americano, una celebrazione dell’estate e di quello che ne consegue. Libertà, appagamento e gioia sono le fonti delle canzoni.
L’atteggiamento spensierato di Garden Party è stratificato con svolte sottili e gemme melodiche che spingono lo spirito accomodante verso la trascendenza.
Come tutta la grande musica, Garden Party attinge al centro emotivo dell’ascoltatore e lo porta nel suo luogo felice, il suo luogo soleggiato. L’album è un invito a ricalibrare, una corsa gioiosa in cui i suoni della band ti avvolgono e ti abbracciano. Ripley lo dice meglio: “Mi piace sempre quando un album inizia in un posto e finisce in un altro”.
Ed è un bel viaggio.

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Ani DiFranco — ¿Which Side Are You On? (2012)

Dopo una pausa di quasi quattro anni (il suo ultimo lavoro “Red Letter Year” è del 2008) dovuti al matrimonio e alla maternità, la quarantunenne Ani DiFranco ritorna con un nuovo disco, il diciannovesimo: ¿Which Side Are You On?

Sono presenti alla realizzazione di questo album Pete Seeger, i Neville Brothers, il compagno e produttore del disco Mike Napolitano e molti altri musicisti di New Orleans, città di residenza della DiFranco.

Il “marchio” che ha sempre contraddistinto la folksinger americana è l’impegno politico, la libertà e l’autonomia di pensiero e di azione, proprio per questo non ha mai accettato compromessi con le major, pagando di persona l’esclusione dalle radio e dai riflettori mass-mediatici.

Combattente, idealista e coerente è da più di vent’anni sulla scena folk, dimostrando sempre un marcato talento, una coscienza sociale, uno stile e una voce evoluti e fuori dal coro.

Abbandonate le raffiche furiose, i riff energici di chitarra dei vecchi tempi, l’atmosfera generale è tranquilla, il “suono” è più tenero e riflessivo ma non per questo meno forte. I testi dei brani parlano di temi sociali e politici e gli argomenti non mancano: aborto, situazione economica, tensioni razziali e diritti delle donne. Le sue canzoni infatti, altro non sono che riflessioni personali su quello che gli accade attorno e, con sorprendente ironia e chiarezza, riesce a trasmettere in maniera semplice e diretta.

Nonostante i temi ricorrenti, considerando l’attuale clima politico e una sua dichiarazione: “Mi sento frustrata, politicamente disperata. Dopo aver scritto centinaia di canzoni, mi chiedo, oggi quanto posso spingermi oltre? Credo di aver superato una volta ancora i miei limiti nella politica e nell’arte, per vedere cosa la gente è pronta a sentire“, la DiFranco non dispera e lascia intravedere qualche spiraglio di cambiamento. I suoi testi e la sua musica sono più attuali che mai. Nel caos della protesta globale, la voce sincera, toccante e determinata della DiFranco riesce a farsi sentire, ed è certamente una che vale la pena ascoltare.