Field Studies – Tryouts (2023)

La biografia dei Field Studies descrive abilmente il loro suono come “indie pop, twee fuzz, shoegaze e dream pop…”, tutti termini o generi che descrivono appropriatamente il loro suono ma che non devono precludere l’ascolto a chi non è avvezzo in materia, anzi, nel caso, lo deve incuriosirlo.
Riff ovattati e stridenti e una sottoproduzione spettrale diffusa producono un suono che convince per la sua bellezza inquietante.
E’ un EP questo Tryouts che contiene sei brani, ma sono certo che i Field Studies grazie al loro potenziale sonoro avranno un seguito perché se lo meritano.

Ascolta le sei canzoni dell’intero EP

Area — Arbeit macht frei (1973)

C’è ancora bisogno di commentare un’opera come questa?, di dire chi era ed è diventato per tutti i cultori della musica sperimentale, Demetrio Stratos? Io credo di si.
Basta ascoltare Arbeit Macht Frei, per capirlo.

Se pensiamo poi che un genio della sperimentazione musicale, un rivoluzionario dello “strumento-voce”, ma soprattutto un uomo dotato di un’umanità fuori dal comune ci ha lasciati, lasciando un vuoto culturale, prima ancora che musicale, incolmabile, sono ancora più convinto del si.
Arbeit Macht Frei è una delle cose musicalmente più interessanti che si siano mai realizzate in Italia.

Gli Area al di là di certe pretese social-politicizzate, sono il primo gruppo che nella nostra nazione si pone come obbiettivo l’avvicinamento di una grossa fetta di pubblico ad un tipo di musica nuova e non facilmente alla portata di tutti.
La struttura portante di questa opera è lo studente di architettura allora ventisettenne Demetrio Stratos, 7000 Hz di estensione vocale, la rivoluzione storica della voce italiana di tutti i tempi, un personaggio sensibile al periodo storico e sociale in cui vive. Con Demetrio la voce diventa per la prima e forse ultima volta strumento musicale a tutti gli effetti, le sue corde vocali prendono posizione all’interno di questo “international popular group”, formato da Giulio Capiozzo — Percussioni, Yan Patrick Erard Dyivas — Basso/Contrabbasso, Patrizio Fariselli — Piano/Piano Elettrico, Gianpaolo Tofani — Chitarra Solista/VCS3 eBusnello al sax.

Musicalmente “Arbeit Macht Frei” offre ottimi spunti che vanno dall’improvvisazione free jazz (con i suoi limiti) al rock e alla musica etnica.
In questo contesto il disco unisce avanguardia e tradizione popolare regalando alcune situazioni molto godibili e trascinanti che hanno reso caratteristico il suono “area”.
“Luglio, agosto, settembre (nero)” è il brano che senza dubbio sintetizza queste soluzioni al meglio, grazie anche a uno strepitoso tema strumentale. Non manca poi qualche momento sperimentale come “L’abbattimento dello Zeppelin” o più incline al jazz-rock come “Le labbra del tempo”. Gli altri tre brani che completano il disco: Arbeit Macht Frei, Consapevolezza, 240 Chilometri Da Smirne, completano quest’opera unica nel panorama musicale Italiano.

Una musica libera e naturale, difficile da spiegare a parole. Qualcosa in sintesi di veramente nuovo per noi (ricordiamoci che siamo nel ‘73), che lascerà, com’ è stato, un segno indelebile.
Obbligatorio nella nostra collezione musicale.

Scott William Urquhart & Constant Follower – Even Days Dissolve (2023)

La luce guida di questo album è il poeta Norman MacCaig, la cui lunga carriera è stata trascorsa osservando con accuratezza microscopica i paesaggi naturali della Scozia e il loro rapporto con le vite umane, spirituali e fisiche.
Ciò che rende unico e profondamente poetico Even Days Dissolve, al di là delle analisi più o meno minuziose delle sonorità che lo caratterizzano, è l’evidente amore che i suoi artefici vi hanno infuso. L’atmosfera che si respira tra i solchi (come si diceva una volta) di questo album è la stessa che potremmo trovare in una serata tra amici che suonano per il piacere di farlo e che contemplano, ammirati, la fragilità e la vastità della natura e l’infinita bellezza della poesia.

Ascolta l’album

Steve Earle — I’ll Never Get Out of This World Alive (2011)

Ognuno ha il suo ‘metro’ per valutare un disco, ognuno lo può ‘criticare’ attraverso le sue priorità. Personalmente uso sempre questo mio teorema: “La somma di quante volte un cd suona nel tuo lettore musicale è uguale alla somma di quanto il disco ti piace”. Al di là quindi di ogni razionale ricerca sonora, quello che conta, alla fine, riguarda una più semplice questione di ‘pelle’ o meglio di ‘udito’.

In base al suddetto teorema, ‘I’ll Never Get Out of This World Alive’ è l’album più ascoltato in questo primo quadrimestre del 2011 e per un semplice motivo: è bello!

Non ci si aspetti niente di straordinario, sia chiaro, nessuna rivoluzione sonora, anzi, il contrario. Folk, Country e simili, sono i generi suonati, e, sarà la produzione di T-Bone Burnette, sarà il momento felice di Steve, il disco suona bene, ha grande carisma, ed è un piacere ascoltarlo.

Non si può certamente dire che Earle abbia avuto una vita monotona: sposato sette volte e con figli, attività politica, sostanze stupefacenti, carcere, disintossicazione, ecc. ecc. (Wikipedia), circostanze che hanno segnato profondamente la sua vita, ora sembra si sia ‘tranquillizzato’ e nel disco questa sensazione è palpabile.

Non ci sono cadute di tono nelle undici canzoni che formano i quaranta minuti di musica. Ballate folk elettriche ed acustiche, echi rock e blues, sentori popolari, tradizionali e ricordi ‘Guthriani’ sono gli elementi sonori del disco. Poi le liriche, la voce e la passione di Steve fanno di questo I’ll Never Get… un disco godibile e affascinante.

Un gioiellino quindi, probabilmente uno dei suoi più belli.

Ian Carr with Nucleus — Labyrinth (1973)

I primi due album dei Nucleus, “Elastc rock” e “ We’ll talk about itlather”, conservavano una formazione fissa, che veniva ripetuta anche nel terzo, “Solar Plexus”, con la differenza che nuovi musicisti venivano aggregati alla formazione originaria.
Dopo lo sfaldamento degli originari Nucleus, dovuto soprattutto al progressivo passaggio di alcuni membri ai Soft Machine, Ian Carr si è deciso a concepire i Nucleus come un insieme intercambiabile, vivo e pulsante, di musicisti. Da questa concezione nasceva l’album “Belladonna”, interessante ma offuscato da molti momenti ancora incerti, troppo frenato rispetto alle possibilità degli eccezionali musicisti che vi partecipavano.
Con questo “Labyrinth” l’arte di Ian Carr torna a rinascere in tutto il suo splendore, in tutte le sue principali caratteristiche, che sono l’estrema raffinatezza degli arrangiamenti, la particolare potenza espressiva e la grandiosità delle parti strumentali corali, e un jazz d’avanguardia che non dimentica però la lezione tradizionalista dello swing, del ricco sound da grande orchestra.
L’album non fornisce alcuna indicazione sulle condizioni della registrazione, ma possiamo presumere che si tratti di una esecuzione dal vivo: stupisce la particolare limpidezza del suono, mentre i sussulti, gli spasmi, le impennate, la dolcezza, la gioia pulsante e onnipresente del fluire sonoro inducono l’ascoltatore a un sentimento di esultanza.
Ian Carr alla tromba si è ormai lasciato alle spalle le ultime scorie di imitazione davisiana, e le sue tessiture spesso acute e spezzate, costituiscono il perno conduttore per tutta una eccezionale schiera di strumentisti: dal bassista Roy Babbington (Soft Machine), al tastierista Dave McRae (Matching Mole), al sassofonista Brian Smith (unico superstite degli originari Nucleus), al trombettista Kenny Wheeler, al pianista GordonBeck, alla cantante Norma Winstone e altri ancora.
Una sostanziosa parte della crema del nuovo jazz inglese riunita per un disco eccezionale: Labyrinth è una lunga suite ispirata alla mitologia del Minotauro dell’antica Grecia, come dimostrano i suggestivi titoli dei sei movimenti che la compongono: Origins, Bull-Dance, Ariane, Arena, Exultation e Naxos.
Ian Carr con questo stupendo album, dimostra veramente la veridicità e la rivoluzionarietà del suo modo di concepire i Nucleus: un insieme estremamente variabile di musicisti che ruotano intorno alla sua figura, una formazione in continua mutazione che rispetti e rappresenti egregiamente l’estrema fluidità che caratterizza tutto l’ambiente del nuovo “jazz” inglese.

Hüsker Dü — Warehouse: Songs And Stories (1987)

Prima dei R.E.M., dei Sonic Youth e dei Nirvana, un altro grande gruppo del circuito alternativo a stelle e strisce fu ingaggiato da una major, per provare a dimostrare che certo rock nato e maturato nei bassifondi poteva diventare un business: si trattava di un trio originario di Minneapolis, con un nome assurdo — “ti ricordi?” in svedese — e trascorsi di rilievo nell’ambito dall’hardcore più feroce e senza compromessi, la cui leadership era divisa tra due compositori e cantanti impegnati anche alla chitarra (Bob Mould) e alla batteria (Grant Hart). Finì nel peggiore dei modi, quel sodalizio che pure aveva fruttato sette album e mezzo, di cui due doppi, in appena sei anni: con furibondi litigi e tanta amarezza. E finì, ironia del destino, poco dopo l’uscita del capolavoro che ne rappresentò lo zenit qualitativo e che quindi, suo malgrado, interpretò il ruolo un po’ sinistro dell’epitaffio.

Secondo lavoro marchiato Warner, dopo il quasi altrettanto imperdibile Candy Apple Grey, questo doppio vinile esalta la (purtroppo) definitiva maturità di una band che, lasciatasi alle spalle la lancinante crudezza degli esordi (documentata al meglio dal non meno monumentale Zen Arcade del 1984), aveva imparato a conciliare vigore punk e squisita indole pop in un songwriting di eccelsa caratura: lo fa con venti eccezionali brani — doveroso citare almeno Ice Cold Ice, la cui furibonda incisività non riesce a nascondere marcate influenze Beatles, e il più malinconico Standing In The Rain — all’insegna di un suono scabro, sfilacciato, spigoloso e distorto, splendidamente vivo e profondo anche e soprattutto dal punto di vista emotivo. Pur avendo firmato con una multinazionale, gli Hüsker Dù hanno rappresentato per la scena indie degli ’80 ciò che i Fugazi sono poi stati per quella del decennio successivo. un simbolo e un modello, attitudine oltre che musicale. E la dimostrazione inequivocabile che partendo da pochi accordi rabbiosi e suonati velocissimamente si poteva arrivare molto, molto lontano.

Baaba Maal – Being (2023)

A sette anni dall’ultima sua pubblicazione “The Traveller”, Baaba Maal ritorna con “Being”, un disco ritmicamente potente e liricamente premuroso, una delle uscite più emozionanti della sua lunga discografia.
A 70 anni Maal sembra un uomo sulla quarantina. È invecchiato incredibilmente bene. Così come la sua musica. Dal 1989, album dopo album, ne ha pubblicato una ventina, una quindicina come solista e una manciata in collaborazione. Quasi tutti i suoi dischi non solo si basano sulle sue radici senegalesi, ma aggiungono suoni e vibrazioni occidentali, creando così un sound totalmente personale.
In questo “Being” Maal ci offre un qualcosa in più, che supera le sue uscite precedenti. La voce di Maal è sublime e le melodie sono ipnotiche. Si alzano e cadono con grazia, ma sono anche in grado di ruggire quando necessario. Le armonie sono squisite e, abbinate alla voce di Maal, diventano un bene prezioso che fanno il suo marchio di fabbrica.
Being è un’esplorazione delle radici africane di Maal in Senegal. Il disco attraversa i generi a lui consoni, mettendo in evidenza gli strumenti africani tradizionali insieme a suoni elettronici futuristici. Being mette in evidenza le problematiche di un mondo che cambia e si modernizza sottolineando soprattutto il cambiamento climatico che minaccia il suo territorio, la sua gente, il suo vivere.

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Th Da Freak – Indie Rock (2023)

Il titolo “Indie rock” potrebbe assumere automaticamente il marchio di fabbrica del disco, in realtà non è così. Il nono album dei The Da Freak dal 2014 non segue tale aspirazione stereotipata, perché “Indie rock” si muove attraverso varie sfumature musicali.
Ci sono accenni di suono indie nelle forme di indie rock e indie pop, ma questi non sono gli unici generi in cui ti imbatterai in questo viaggio sonoro accattivante. Al contrario, l’artista rivela una raccolta completa delle migliori proprietà prese in prestito da generi come garage rock, surf rock, psych-rock, psych-pop, power pop, dream pop, noise pop, shoegaze, alternative e lo-fi. Tuttavia, si rimarrà sorpresi dal modo in cui Th Da Freak ha combinato tutti questi elementi durante l’assemblaggio.
Indie Rock porta così tante idee eccezionali distillate in orchestrazioni impressionanti.

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Peter Gabriel — So (1986)

So è il quinto album solista di Peter Gabriel ed è il primo che porta il titolo di una sillaba, i primi quattro, infatti, hanno un numero progressivo: 1, 2, 3 e 4, mentre i prossimi porteranno il titolo di Us e Up.

Non privo di successo, prima con i Genesis e poi come solista, è con questo album che Gabriel raggiunge il vertice della popolarità. Il suono moderno e i brani solidi grazie anche la maestria del co-produttore Daniel Lanois, portano il disco nelle classifiche mondiali. Brani come “Sledgehammer”, “Red Rain”, “Don’t Give Up” con Kate Bush e “In Your Eyes” con Youssou N’Dour, fanno di questo disco degli anni Ottanta uno degli album più belli dell’intera produzione inglese di quegli anni.

Peter il mastro-alchimista multiforme, non privo di coraggio, s’infila nei suoni più “rischiosi” dove la contaminazione fa da padrona. Sentimentale ed evocativo, So è la somma di ogni esperienza passata di Gabriel a cominciare dal discusso e meraviglioso “The Lamb Lies Down On Broadway” che fu la causa principale della sua dipartita dai Genesis. Gabriel attraversa due epoche rock lontane tra di loro, quella del progressive, degli anni Settanta, del rock intellettuale e profondo e quella degli anni Ottanta, tra elettronica e new wave. Le ha attraversate entrambe, e in entrambe le ha segnate con la sua musica, la sua voce, la sua personalità.

Con So inizia il lavoro di recupero e di riattualizzazione delle sonorità etniche. Il suono d’Africa insegue il sogno di trovare una nuova “Heartland” fatta di suoni, di respiri, di anime che si inseguono.

Il sogno si avvererà in seguito con la sua personale label Real Word, progetto riuscito di promozione filantropica di vari talenti ma So rimane indubbiamente l’archetipo seminale.

The Soap Opera – Back on Tracks (2023)

Nonostante il nome della band, non aspettatevi cose eccessivamente drammatiche, né cose strabilianti. Quello che la band offre nel nuovo LP dopo sei anni di silenzio è un indie pop di qualità.
Le canzoni di Back On Tracks mostrano una ricchezza di melodie che spesso trovano la loro origine nel pop psichedelico degli anni ’60. Con l’aggiunta di un suono moderno, chitarre tintinnanti e una serie diversificata di canzoni si avrà sicuramente un’esperienza di ascolto piacevole. Sfumature psichedeliche sono giustapposte con il meglio della modernità indie-pop, con percussioni dominanti, melodie languide e voci rilassate.

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