Red Pants – Not Quite There Yet (2023) 

La musica sembra adattarsi perfettamente al mondo visivo che esiste intorno ai Red Pants: collage nostalgici dai colori vivaci, ritratti a penna e inchiostro che mostrano scene domestiche e video in stop-motion non certo moderni.
Come l’arte visiva, la musica fonde toni confusi di chitarra accanto a momenti di distruzione sonora e abbina il tutto a mormorii pop orecchiabili. I Red Pants sono il duo Jason Lambeth ed Elsa Nekola di Madison, Wisconsin. I due hanno fatto musica insieme negli ultimi cinque anni, con Elsa principalmente alla batteria e Jason praticamente in tutto il resto. In “Not Quite There Yet”, quasi tutte le canzoni sono cantate da Jason, ma Elsa si dedica a cantare come voce solista e aggiunge altra strumentazione con gli arrangiamenti noise pop di Jason. Per i fan degli anni ’90 Yo La Tengo o Sonic Youth, i primi Blonde Redhead, con pennellate di melodie di Trish Keenan. O come le canzoni più rumorose di Special Friend.

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John Hiatt — The Open Road (2010)

Con cadenza quasi biennale torna con un nuovo disco John Hiatt che alle porte dei sessant’anni ci regala questo The Open Road. Considero Hiatt uno dei migliori songwriter americani e la sua voce, insieme al compianto Willy de Ville, The Man e poche altre, tra le più belle in circolazione.

Nella sua trentacinquennale carriera musicale John ha pubblicato una ventina di dischi, alcuni di poco valore, soprattutto i primi, alcuni capolavori; Slow Turning del ’88, l’irrinunciabile Bring the Family del ’87, disco che obbligo tutti ad avere nella propria collezione discografica e nel mezzo una serie di ottimi dischi; Perfectly Good GuitarCrossing Muddy WatersMaster of Disaster e questo The open Road.

Anche se al primo ascolto il disco non mi ha particolarmente colpito, un po’ alla volta ha catturato le mie simpatie e, dopo la poco esaltante prova di Same old man del 2008, riporta John ancora in carreggiata, scongiurando così una sua possibile “caduta” che, visto l’età, poteva diventare definitiva.

Le undici canzoni che compongono questo album esaltano le doti artistiche del musicista e mettono in evidenza le sue qualità brillanti e romantiche. Una manciata di loro: la title track The Open Road, Haulin’, Like a Freight Train, Homeland e Carry You Back Home, sono tra i brani più vibranti e belli dell’album, le restanti sei canzoni, pur non della stessa lunghezza sonora meritano comunque la sufficienza.

Ascolto dopo ascolto il disco entra nella sfera dei suoni che più affascinano le mie “corde” uditive e anche con la consapevolezza che non diventerà tra capolavori della sua discografia, alcune canzoni entreranno di sicuro tra la playlist dei suoi brani migliori.

The Hannah Barberas – Fantastic Tales of the Sea (2023)

Dopo la pubblicazione di due album e diversi EP, i fan di lunga data del quartetto del sud-est di Londra The Hannah Barberas sono pronti ad affrontare il mondo della creazione musicale senza problemi.
Con Fantastic Tales of the Sea gli Hannah non hanno cambiato completamente il loro sound musicale, infatti la voce soprattutto di Lucy Formoli li mantiene in quell’area sonora già presente nelle loro precedenti produzioni.
Tuttavia, il loro suono distintivo è stato arricchito in termini di intensità e vigore, risultando in un’energia aggiuntiva manifestata in una nuova ma altrettanto deliziosa indie-pop.
Fantastic Tales of the Sea è ancora perfettamente marchiato The Hannah Barberas con un valore aggiunto.

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Eddie Vedder — Ukulele Songs (2011)

Vedder è un grande musicista, una grande voce, un grande leader (I Pearl Jam sono uno dei gruppi più importanti e più amati degli ultimi decenni), ci ha regalato la splendida colonna sonora del film “Into the wild” ma questo secondo album; ‘Ukulele Songs’, non convince del tutto.

Nei trentacinque minuti del disco ci sono brani prevalentemente già pubblicati dai Pearl Jam e altri già sentiti perché sono cover o presentati in tournée con il gruppo, solo alcuni sono originali.

Sedici canzoni sedici di solo voce e ukulele.

Ecco, capisco che Vedder abbia una grande simpatia per le Hawaii e l’Ukulele appunto, però è assai difficile arrivare alla fine del disco senza avere almeno una volta sbadigliato o ancor peggio sbuffato per “la noia del diciassettesimo minuto” che inevitabilmente arriva.

E’ solo da sottolineare il fatto che il disco non è per niente banale o superficiale, anzi, a Vedder va il merito di aver saputo creare un’atmosfera carica di melodia, un suono semplice e riflessivo con dei testi intimi e romantici, un disco maturo quindi, sereno e rilassato…

Forse un pò troppo rilassato.

Annie Keating – Hard Frost (2023)

Annie Keating è una brava cantautrice e questo appena uscito, il suo nono album, troverà sicuramente il favore della critica, così come la maggior parte dei suoi album. Keating è stata paragonata ad artisti come Bonnie Raitt e Lucinda Williams, e il suo modo di scrivere ha echi di John Prine. La sua è una voce fumosa e vissuta, che porta a uno stile di canto che a volte sembra ansimante e semi-parlato. Le sue canzoni sono uniformemente ottime e parlano in modo genuino e onesto dell’amore passato e dell’amore perduto, punteggiate di umorismo e arguzia.
L’album ha un bel ritmo, con alcune adorabili ballate. Lo stato d’animo prevalente è quello della speranza di fronte all’angoscia e alla disillusione relazionale.

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Allman Brothers Band — At Fillmore East (1971)

Alle radici del cosi detto southern rock, ma soprattutto di una serie di incursioni strumentali che hanno reso la Allman Brothers Band una delle compagini più affiatate e propense alla jam di tutti i tempi. Giocoforza scegliere dalla sua discografia la performance indimenticabile al Fillmore East di New York del ’71, dove i fratelli Duane (chitarra) e Gregg (tastiere) Allman duettano con l’elettrica di Dickey Betts, si fanno sostenere da una grandissima sezione ritmica composta da due batterie (Jay Johanny Johanson e Butch Trucks) e basso (Raymond Berry Oakley) e inventarono , in generale, un modo nuovo di concepire il rock dal vivo, raffinato e legato a forme improvvisative vicine ai sapori jazz dell’epoca.

Memori delle fantasie psichedeliche a cavallo dei decenni, gli Allman reinterpretarono espansivamente classici blues (Statesboro Blues, Stormy Monday) come pure originali estenuanti ma avvincenti (su tutte gli oltre venti minuti di Whipping Post).

E’ questa la loro dimensione ideale, come conferma il successivo Eat A Peach, uscito quando Duane è già scomparso in un incidente motociclistico lasciando un’eredità impressionante – ampiamente documentata negli anni succesivi – come turnista e performer.
At Fillmore East è uno dei più bei dischi dal vivo della musica rock, un documento sonoro degli anni ’70 obbligato per un appassionato di musica, un  album che bisogna avere in ogni discografia che si rispetti. 

Santana & McLauglin — Love Devotion Surrender (1973)

L’uscita di questo disco all’epoca passò in sordina. Probabilmente molti interpretarono questa uscita come un preciso disegno commerciale da parte della casa discografica. Ma per chi ha avuto occasione di ascoltare l’album avrà avuto modo di pensare: ne venissero di accordi commerciali con un risultato simile!
Il marchio che contraddistingue il disco è “ode alla chitarra elettrica”, e in questo caso ne rappresenta uno dei migliori mai suonati nella storia del rock.
E’ l’incontro tra due chitarre. Due chitarre che, si trovano, iniziano il dialogo, c’è una scoperta l’uno dell’altro, poi pian piano si sfiorano, si studiano e comincia un’amicizia. L’uno entra nel mondo dell’altro, per McLauglin si aprono spazi dolci e rarefatti, per Santana vertiginose velocità espressive.
Le due tecniche chitarristiche, sebbene molto diverse, concorrono a creare una miscela di suoni molto particolare, pressoché unica per quel periodo.
Ai virtuosismi del primo si contrappone il fraseggio del secondo, In tutto il disco si respira una profonda aria di spiritualità (soprattutto nelle mirabili pagine coltraniane, come è ovvio).
All’interno dell’album compaiono 5 tracce, di cui due sono tratte da lavori di John Coltrane (A Lovesupreme e Naima), due composte da McLaughlin (The Life Divine e Meditation) ed un altro è un arrangiamento di Santana-McLaughlin di un inno religioso tradizionale afro-americano, Let Us Go Into The House Of The Lord.
A Love Supreme inizia con un’intro a folle velocità di Carlos Santana. Poi il suo vorticare cessa e partono basso e percussioni. L’organo di Yasin/Young si fonde a meraviglia con le dinamiche del gruppo dettando il tema della melodia. Le improvvisazioni chitarristiche di Santana e McLaughlin si contrappongono, una sul canale destro, l’altra sul canale sinistro (impazzivo ascoltarla con il stereo del Rider Digest, da pochi anni c’era la stereofonia!), non una sfida, ma un botta e risposta come durante una funzione religiosa, poi partono i cori, che, pervasi dallo spirito, ripetono incessantemente “a love supreme”. È evidente fin da questo primo brano come l’influenza della spiritualità sia coltraniana sia del guru di McLaughlin e Santana, Sri Chinmoy, pervada in lungo ed in largo questo disco. Eccezionale.
Naima si apre con un’introduzione virtuosistica della chitarra (acustica) di McLaughlin, a cui dopo un po’ fa eco quella (sempre acustica) di Santana in accompagnamento. Un brano reso in modo molto intimistico e sicuramente adatto ad una composizione che Coltrane dedicò alla moglie mussulmana e che della cultura islamica risente molto quanto ad atmosfera musicale. Splendido.
The Life Divine è caratterizzata da una lunga intro che lentamente cresce d’intensità sonora e porta alla ribalta prima il rullio di una batteria e poi i suoni delle altre batterie, le percussioni e la chitarra di Santana. Il tema è dettato dalla chitarra di McLaughlin, cui si frappongono i cori dei musicisti. L’improvvisazione della chitarra di John e in antitesi quella di Carlos, creano un vortice di suoni. Ripartono i cori, accompagnati dalle chitarre e dalla ritmica, poi di nuovo improvvisazione di una delle chitarre, con il basso che, al contempo con il solo della chitarra, creano un altro vortice e per la terza volta partono i cori. Veramente curata e suggestiva l’evoluzione ciclica di questo brano. Ottimo.
Let Us Go Into The House Of The Lord è il brano più lungo dell’album, ben 15 minuti e 43 secondi. Un canto tradizionale riarrangiato dai due chitarristi. Intro di chitarra con sottofondo di batteria ed organo. Grande padronanza tecnica di Santana, anche McLaughlin sfoggia una straordinaria bravura tecnica creando intriganti vortici di note. Entrambe le chitarre sono protagoniste in questo brano, entrambe magistralmente coadiuvate, sia nella proposizione del tema dell’inno sia nell’improvvisazione. Un ottimo arrangiamento per un canto tradizionale particolarmente suggestivo.
Meditation, altra composizione di McLaughlin, è caratterizzata dal piano dell’autore, cui si accompagna in sottofondo la chitarra di Santana. Il tema è prima esposto dal piano, poi dalla chitarra. Un’altra esecuzione intimistica e poetica: una vera e propria meditazione orientale in musica. Bella.

French Cut – Time In Lieu (2023)

Se cercate su Google “French Cut: Time in Lieu” verrete indirizzati su forum legali dove molti giovani francesi pubblicano domande sugli orari di lavoro, costretti dai loro capi a fare straordinari senza essere pagati.
E’ tangibile il loro malessere che intacca il loro tempo libero oltre a quello di essere sfruttati. Questo per inquadrare il valore testuale dei loro brani. Per quanto riguarda la musica, l’atmosfera che si respira è assai leggera, come fosse un bisogno psicologico, la panacea sonora a momenti non certamente sereni.

Le melodie giocano su familiarità pop che ricordano gli anni ’60, portando alla ribalta il suono di musicisti che hanno fatta grande quella decade tanto rivoluzionaria. Un mix di testi e suoni per nulla superficiali che, a mio modesto parere, nelle prossime produzioni faranno conoscere questi ragazzi a un pubblico assai più vasto.

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Ellie Turner – When The Trouble’s All Done (2023)

Attraverso ogni elemento della creazione del suo album, Ellie Turner si è preoccupata di conservare una presentazione specifica delle sue canzoni. La maggior parte delle tracce contiene solo chitarre acustiche, contrabbasso e voce.
“L’album è stato eseguito e registrato dal vivo ai Sound Emporium Studios di Nashville, nel Tennessee”, afferma. “Questa è stata una decisione molto consapevole presa da me e dal mio produttore, Jack Schneider. Suonavamo la canzone dal vivo finché non ci sentivamo come se la versione più onesta della canzone fosse stata eseguita e catturata. Le imperfezioni e i piccoli momenti inaspettati di ogni performance sono dove vive la magia del disco. Volevo che mi sentissi come se fossi nel soggiorno di qualcuno e mi fosse stata data una chitarra da suonare.”
A parte una cover di Bob Dylan “Oh, Sister”, tutte le canzoni di When The Trouble’s All Done sono originali scritte da Turner o co-scritte con Schneider.

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Mary Gauthier — The Foundling (2010)

Anche la Gauthier come Roky Erickson non ha avuto certamente una vita facile, infatti, The Foundling (Il Trovatello) altro non è che la sua biografia in musica.

Abbandonata fin dalla nascita in un orfanotrofio ci rimane fino all’età di quindici anni e quando esce imbocca immediatamente la strada della droga. Queste esperienze com’è logico immaginare lasciano un segno profondo nella sua vita, The Foundling parla di questo. Un disco triste quindi, estremamente personale e catartico dove la cantautrice attraverso le canzoni racconta parte dei suoi ricordi delle sue vicissitudini e delle sue speranze.

The Foundling è un concept album, dove le musiche, bene s’intrecciano con le liriche che esplorano la sua identità, il lavoro, l’amore, la maternità e, momento assai profondo e commovente, la recente scoperta della madre biologica che ancora una volta per telefono le conferma il suo ennesimo addio.

Un suono malinconico pervade per l’intero album, dove le atmosfere blues acustiche (se no cosa?) sono opportunamente dosate grazie anche alla produzione di Michael Timmins (Cowboy Junkies) che di “melodie” ne mastica parecchio.

Uno specchio della sua vita quindi questo The Foundling, dove una vita straordinaria viene testualmente descritta nei testi delle canzoni e dove la musica viene leggermente relegata ad un piano secondario, di accompagnamento ma, non per questo meno interessante.

Il messaggio di The Foundling comunque, è quello di dimostrare che, nonostante una vita carica si crudeltà, dolore e sofferenza, l’unica via è sempre quella di credere ancora nell’amore.