Stormy Six — Un biglietto del tram (1975)

Anni caldi questi. Siamo a metà degli anni settanta ed esattamente nel ’75 esce questo disco che è il più bell’esempio di “musica politica” mai prodotto in Italia. L’album “Un biglietto del tram” è il primo vero album decisamente originale e con forti contenuti politici degli Stormy Six.
Forse è storia o forse è leggenda che a Milano alcune frange del “movimento” abbiano accusato gli Stormy Six di deviazionismo, la colpa: incidere dischi e, soprattutto, venderli! Questo è stato lo scotto di una notorietà costruita concerto dopo concerto, piazza dopo piazza.
La grandezza di questo “progetto” è stata nella capacità di saper raccontare attraverso le “immagini”, un’Italia in guerra.

Il disco apre con quello che diventerà uno dei loro portabandiera, la bellissima “Stalingrado” (…sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa d’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città) canzone di forte spessore che rievoca l’omonimo assedio. “La fabbrica” (…e corre qua e là un ragazzo a dar la voce si ferma un’altra fabbrica, altre braccia vanno in croce) ci restituisce l’atmosfera di paura e fervore che precede il grande sciopero del marzo del 1943 nelle fabbriche del nord. “Arrivano gli Americani” (…arrivano gli americani, garibaldini marziani, Vergine Santa, hai sentito le nostre preghiere!) testo ironico e di facile riff che rimane nella mente, imperniato sulla “liberazione americana (?)”. “8 Settembre” (…ammazzati come cani, un cartello appeso al collo: ’PARTIGIANI’) probabilmente il brano più intenso dove i testi e la musica si intrecciano in un tutt’uno canzone carica e profonda ed espressione di una grande tragedia. “Nuvole a Vinca” (…dove sono i giovani, prigionieri in Africa, deportati a Buchenwald o sui monti, liberi…) rende palpabile la paura provocata dalla polvere che si solleva e da quella moto con sidecar che sgomma sulla piazza prima del massacro. La bellissima “Dante di Nanni” (…e cento volte l’hanno ucciso, ma tu lo puoi vedere: gira per la città, Dante di Nanni) affronta naturalmente la resistenza e diviene una figura quasi mitica, il simbolo di una battaglia che, trent’anni dopo, non doveva cessare. “Gianfranco Mattei” (…e se per di più sei un comunista ed un ebreo, dalle mani dei nazisti ti salvi il tuo Dio!) brano a ricordare tutte quelle persone che hanno speso la propria vita in cambio della nostra libertà. In “La sepoltura dei morti” (…la morte non vale nemmeno il giornale che leggi e che poi butti via) c’è l’amara riflessione di quello che è avvenuto in seguito ai fatti cruciali del ‘900 e delle sue conseguenze. “Un biglietto del tram” (…non bastava un biglietto, un biglietto del tram per tornare in piazzale Loreto?) conclude amaramente l’album.

Ora più che mai questo disco risuona attuale, in un momento che i giovani sembrano incapaci di stare a sentire un ragionamento politico per più di cinque minuti, sarebbe l’occasione giusta per ascoltare questo disco. Disco che, sia chiaro pur essendo “politico” nei suoi testi, rimane musicalmente parlando ricco di spunti e di idee. Gli strumenti creano un tappeto sonoro che non fa da supporto ma, è parte integrante alle parole stesse, un disco quindi dove anche la Musica ha un valore non secondario.

Mavis Staples — You Are Not Alone (2010)

Il gospel è nel sangue di Mavis Staples ma “You Are Not Alone” non è un disco di solo gospel, anzi.

Dopo il bellissimo “We’ll Never Turn Back” del 2007, disco prodotto dallo straordinario talento di Ry Cooder, la Staples per questo album si fa aiutare da Jeff Tweedy leader di quella formidabile band chiamata Wilco. Come successe con il disco precedente, anche Jeff Tweedy, estroverso e geniale chitarrista, non impone il suo suono e, come fece Cooder, accompagna solamente la cantante di colore, ricucendole attorno delle sonorità rock e blues per poi intrecciarle alla profonda e bellissima voce gospel della Mavis.

A differenza di “We’ll Never Turn Back”, dove la Staples recupera brani del periodo della lotta per i diritti civili e i testi parlano di lotta e di emancipazione, in questo suo ultimo lavoro le tredici canzoni si orientano verso un repertorio più classico e sacro.

Un disco importante, bello e profondo.

Alpine Subs – Up With The Geese (2025)

Dopo una pausa di due anni, gli Alpine Subs di Chicago sono tornati per pubblicare il loro quinto album (il primo risale al 2019) con l’etichetta sudafricana Subjangle: questa volta si tratta di un brillante doppio album da venti tracce.
Il disco presenta ancora la squillante musica americana che ha dominato il precedente album Through The Blinds (2023), mettendo in mostra la loro onnipresente capacità di creare perfette melodie jangle-pop degli anni ’60 e ’70.
La lunghezza dell’album potrebbe essere stato l’unico mezzo a disposizione della band per presentare in modo efficace un sound che ha ampliato la bellezza melodica dei lavori precedenti, incorporando al contempo sottili elementi moderni che dimostrano la loro esplorazione della musica contemporanea e la sua maggiore integrazione nel loro sound. Tuttavia, mentre le fondamenta pop di un tempo fungevano da nucleo, le sottili sfumature di oggi ora ricevono chiaramente maggiore enfasi.
Questa uscita segna una pietra miliare significativa per questo gruppo costantemente “pop-glorious”.

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American Music Club – Mercury (1993)

Il Club è stato aperto una decina d’anni, dalla metà degli ’80 in poi, prima di lasciare Mark Eitzel fuori dalla porta a cercarsi una nuova vita solista. Dei tre album pubblicati nei ’90, Mercury è forse il più intenso e profondo. La produzione di Mitchell Froom, solitamente molto presente, quasi non s’avverte. La materia è tutta nelle mani e nella voce senza melodia di Eitzel, nella sua disperata richiesta d’amore, nei suoi silenzi improvvisi e in quella percezione dello spazio che aveva già reso grandi i dischi precedenti. Benché sia fatto sostanzialmente di canzoni pop o folk, comunque di ballate, non c’è una sola possibilità di cantarne un refrain. Semplicemente perché non ce n’è. La forza compositiva di Eitzel è diretta altrove, a un’emozionalità circolare e stordente che non ha finora conosciuto eguali.

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Assistant – Ten Songs (2024)

Ho sentito parlare della band solo pochi mesi fa, tramite i social media. Poiché ascoltare molta musica è una cosa buona, ho dato un’occhiata al loro LP di debutto e devo ammettere che è entrato nelle mie corde, come si dice in Francia.
Sì, è un indie stridente, ma ha un tocco che, secondo me, la colloca in quel genere musicale dei primi anni Novanta. C’è quell’elemento fai da te nelle canzoni, che conferisce loro una vera personalità che una produzione raffinata potrebbe rovinare. Nessuno lo saprà mai, è un vero successo pop, nonostante i testi piuttosto tristi. Infatti, tutte le canzoni hanno quel tipo di atmosfera pop, come hanno sempre avuto molte canzoni degli Smiths. E anche se non credo che ci siano altri paragoni, la scrittura delle canzoni sembra decisamente dover rendere omaggio a Stephen Morrissey. L’album ha molte sorprese nascoste in bella vista. In Ten Songs, ti rimane la sensazione di aver sentito il suono di una band maturare nel corso di un album piuttosto che di una carriera. Mentre l’album si avvia verso i brani finali, l’atmosfera diventa molto più rilassata.

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Francesco De Gregori — Rimmel (1975)

Alla metà degli anni settanta, la nuova canzone italiana, e non solo quella, stava cercando un’identità appropriata alle nuove forme di espressione della realtà. Francesco De Gregori con Rimmel disse la sua, in maniera splendida, in un disco che rimane ancora oggi avvincente. Fu il risultato di uno “stato di grazia”, di un momento di irripetibile ispirazione creativa e soprattutto un attestato di amore nei confronti delle possibilità offerte dallo “strumento canzone”. La cosa che più colpisce è la ricchezza delle idee, ogni canzone di quel disco è un capitolo a sé.
Pablo, uno slogan politico con una bella estensione vocale, Buonanotte fiorellino, classico ermetismo “De Gregoriano”, Rimmel, relazione amorosa in forma letteraria, Piano bar, svagata e pungente (la leggenda vuole dedicata a A. Venditti), Quattro cani, brano di lunare solitudine, Piccola mela, classico “italianfolk”, Pezzi di vetro, se fosse un film sarebbe “il mistero fuggente”.
Molte di queste canzoni sfuggono ad una facile classificazione, hanno il dono dell’ambiguità, delle volte talmente audaci da creare non pochi problemi al cantautore, (venne osteggiato dalla sinistra, che chiedeva una maggiore chiarezza nelle sue parole), ma a parte le polemiche, fu un disco molto amato dalla gente e presumibilmente dallo stesso De Gregori.
Le canzoni, che sono dei “capitoli” di un immaginario romanzo di vita, sommate alla voce, che è talmente personale, armonizzata e poco convenzionale, fa di questo disco uno dei più ricchi e creativi della canzone italiana.
De Gregori pur essendo un dylaniano convinto, era uno di quelli che avevano perfettamente compreso come la canzone italiana, per quanto d’autore, avesse bisogno, per evolversi, di uno stretto rapporto con la tradizione. Rimmel è inteso come “manifesto” di tale progetto: canzoni “dentro” la realtà ma senza rinunciare alle sue prerogative, alla possibilità di costruire qualcosa che ancora non esisteva.

Terry Allen – Lubbock (1978)

Dopo un esordio messo insieme quasi per gioco, lo scultore Terry Allen raggiunge a distanza di tre anni il suo capolavoro “suonato”. Lubbock (On Everything) è l’atto d’amore dell’artista nei confronti della propria città adottiva, concertato con musicisti locali importanti e con una curiosità per i suoni di confine che fa il resto, dando a tex-mex, country e canzone d’autore un senso totalmente attuale. Allen affronta il suo passato con una carica talmente poetica e personale da rendere quest’album un capitolo importante del moderno folk americano. La musica non avrà il sopravvento nel futuro del Nostro, intrecciandosi occasionalmente con la sua professione per due decenni. Rimarchevoli la partecipazione a Tru Stories di David Byrne e la cover di New Delhi Freight Train approntata dai Little Feat.

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Hanemoon – Rain Or Shine (2024)

Tornato con il suo terzo album per l’etichetta Jigsaw Records, il berlinese Hans Forster è tornato con l’album “Rain or Shine” attraverso il suo attuale progetto primario Hanemoon che senza dubbio consoliderà la sua reputazione come un’antica leggenda del jangle-pop.

Per fortuna, libero dalla necessità di un cambiamento evidente che a volte può rovinare tutto ciò che c’è di meraviglioso in uno spettacolo, Forster rimane in gran parte dedito a circondare la sua brillante arte di compositore con quanta più bellezza possibile degli anni ’90. In quanto tali, My Circle Line, Let’s Do The Magic Thing Again, Down the Rabbit Hole e Got A Date Tomorrow si spostano attraverso una base Dropkick perfettamente melodica aggiungendo contemporaneamente ulteriori strati di chitarre, mentre Why Don’t You Walk Away, When I Look Around e Deeper Than Down scendono leggermente al di sotto e fanno scivolare tutta la melodia attorno a grosse linee di basso che aggiungono dei punti di riferimento post-punk al mix.

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King Crimson – Red (1974)

Red (come il loro album di debutto, In the Court of the Crimson King) è diventato uno dei dischi di rock progressivo più essenziali e, secondo me, è l’apice della musica dei King Crimson. All’inizio pensavo che Red fosse solo un disco decente, e nessuna traccia mi aveva davvero colpito. Al secondo, terzo ascolto, ho riconosciuto, grazie soprattutto a “Starless” che il disco era geniale.

Uno dei motivi o meglio dei meriti che rende Red forse l’album migliore dei King Crimson è l’incredibile esibizione della voce di John Wetton.
Red ha il perfetto equilibrio tra voce e strumenti. La voce di Wetton è presente in tre delle cinque tracce e per ognuna delle tre, la sua performance è piuttosto diversa. Le sue capacità spaziano dall’assoluta orecchiabilità di “One More Red Nightmare” allo spettacolarmente rilassante “Fallen Angel” fino all’assolutamente potente “Starless”.

Ma c’è di più nel fascino di Red oltre alla semplice voce, ovviamente. Diamo un’occhiata ai due brani strumentali. La traccia del titolo che apre l’album rivela il lato hard rock dei King Crimson. “Red” è praticamente una serie di una manciata di riff pesanti, ed è una delle canzoni più uniche della band. La chitarra di Robert Fripp è davvero ammirevole poiché è ciò che guida la maggior parte di “Red”. Bill Bruford fornisce anche gran parte dell’energia con la sua caotica esibizione di batteria (è strano pensare a Bruford come parte dei King Crimson, piuttosto che degli Yes). La seconda traccia strumentale, “Providence”, è probabilmente la canzone più debole dell’album, ma piace comunque abbastanza. È quasi tradizione per i King Crimson che la penultima traccia di ogni album sia una traccia piuttosto lunga, (per lo più) strumentale che sperimenta parte della loro musica più strana, e “Providence” non fa eccezione. Wetton è eccellente con il suo basso, e la chitarra stridente di Fripp si sposa bene con il basso.

Da non dimenticare, però, che anche le altre tre tracce di Red fanno molto affidamento sugli strumenti. Durante “Fallen Angel” e “One More Red Nightmare”, i sassofoni vengono utilizzati nelle parti strumentali. È bello anche ascoltarli, perché Red è una questione di varietà e quei momenti mettono in risalto gli elementi jazz dei KC.

Ancora una volta, il modo di suonare la chitarra di Fripp è fantastico in questi due brani, oltre a tutte gli altri. E, ultimo ma non meno importante, il pezzo forte di Red: “Starless”, della durata di 12 minuti.

Il mellotron di Fripp dona a “Starless” la sua bellissima, sorprendente atmosfera, che dura per tutta la canzone. I primi quattro minuti e mezzo sono dominati dalla potente voce di Wetton, e dopo tutto diventa un folle, incredibile accumulo fino al climax verso la fine della canzone. Alla fine della traccia il mellotron di Fripp ritorna alla calma che c’era all’inizio del brano.

Red è un album davvero sorprendente dell’età d’oro del rock progressivo ed è, a mio modesto parere, il miglior lavoro dei King Crimson.

Air – Moon Safari (1998)

Il duo parigino riesce, in un esordio dal sorprendente successo internazionale, a mettere in contatto due mondi all’apparenza lontani: quello del modernariato analogico ossessionato dai ’70, a base di moog e elettronica naif, ai confini col kitsch, e quello dilatato e sinuoso riconducibile alla tradizione del trip-hop. A fare da ponte troviamo melodie che spesso sfociano in soluzioni orchestrali e atmosfere cinematografiche – non a caso il gruppo sarà titolare, due anni dopo, della colonna sonora Virgin Suicides – e, in un paio d’occasioni, la memorabile voce di Beth Hirsch. Un pop cristallino, svagato e surreale, che definirà, da questo momento in poi, i parametri della via francese all’elettronica. Raramennte l’aggettivo retrofuturista risulta appropriato come in questo caso.

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