Bad Religion – No Control (1989)

Dopo aver realizzato un album all’insegna di un punk rabbioso e urticante all’inizio degli anni ’80 (How Could Hell Be Any Worse) ed essersi successivamente sciolti, i californiani Bad Religion si riformano alla fine del decennio, riprendendo e migliorando le sonorità degli esordi. E No Control, il secondo prodotto di questa rinascita artistica, è il disco che sintetizza al meglio una formula che ha inequivocabilmente dettato le coordinate per tutto l’hardcore punk melodico da li in poi: ritmi serratissimi, chitarre a tutto volume, linee melodiche irresistibili e cori a profusione. Un sound che è stato riprodotto più o meno calligraficamente da mille altri gruppi, senza tuttavia che le copie riuscissero (quasi) mai a eguagliare gli originali.

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Grinderman — Grinderman 2 (2010)

Prosegue il progetto Grinderman dopo un primo disco ne esce un secondo che porta il titolo assai fantasioso di “2”. Il lavoro non si discosta molto dal primo, il suono è più elettrico e chitarristico, del pianoforte neanche l’ombra.
In quanto progetto, Grinderman è sperimentazione. Nelle nove canzoni Cave e soci sembrano cercare nuove forme sonore e frantumando la melodia in favore di schizzi punk, le canzoni diventano ‘rumore’, un rumore razionale sia chiaro, dove nulla è suonato a caso ma tutto appartiene ad un filo musicale ragionato. Il disco a molti potrà non piacere ma sarà solo per una questione di gusti e non di intelligenza. Cave rimane ancora un musicista e un interprete di prim’ordine e ancora una volta attraverso i Grinderman dimostra il suo essere ancora presente, per niente stanco ma ancora con molte cose da dire. 

Ash Ra Tempel – Schwingungen (1972)

I P.I.L dell’influentissimo Metal Box sette anni prima? Per ascoltarli non dovete che porre mano alla prima metà (un tempo, facciata) di Schwingungen: sono li, in una Flowers Must Die che preconizza John Lydon persino nel titolo (mentre Suche & Liebe adombra piuttosto certi Pink Floyd). Ulteriore passo avanti nello straniamento per i berlinesi Ash Ra Tempel dopo un omonimo esordio a 33 giri ove avevano mandato in lisergica collisione, fra ricordi di blues, Stooges e Sun Ra, MC5 e Quicksilver Messenger Service. Imperdibile l’immediato prosieguo, con il sodalizio con il guru psichedelico Timothy Leary di Seven Up e altre delizie chiamate Join Inn e Starring Rosi. Fino all’avveniristico Inventions for Electric Guitar del ’75, di fatto un disco solistico del leader Manuel Göttsching. Cè chi dice che sia l’atto di nascita della techno.

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Laurie Anderson — Homeland (2010)

Laurie Anderson con i suoi 40 anni di carriera, mancava dalla scena musicale da un decennio. L’uscita di un nuovo disco da parte dei suoi fans, come il sottoscritto, era quindi molto attesa.

Per chi non conoscesse la sua musica e volendo catalogarla con dei generi, i tag: avanguardia e sperimentazione sono quelli più appropriati. Come sarà ovvio pensare, i suoi dischi quindi, non sono mai stati di facile ascolto ma, ascoltati diverse volte e soprattutto con un orecchio attento riescono a fare breccia anche agli ascoltatori più ostili. Anche questo suo ultimo “Homeland” rientra in questo “quadro”.

Per semplificare in breve le canzoni di Homeland possiamo dire che sono una sommatoria di: parole, suoni, testi, polemiche, poesie e riflessioni. L’opera è assai altalenante. Momenti di profonda arte sonora vengono affiancati a “parlati” di marcata noia. Le liriche affrontano temi sociali assai attuali e importanti come la politica e le problematiche relative ad una società consumistica. Proprio per questa complessità, dove i testi hanno la prerogativa sui suoni che, l’album non risulta di facile presa e, come è avvenuto in questi ultimi anni, le sue opere si orientano più verso a piecè teatrali che non a dischi musicali fine a se stessi.

Joan Armatrading – To The Limit (1978)

Arrivata bambina a Birmingham da un’isoletta dei Caraibi, Joan Armatrading è stata la prima importante cantautrice di colore britannica, capace di spaziare nei suoi dischi dal soul al jazz, dal folk a mezzetinte più dichiaratamente pop.
Merito di uno stile vocale intenso ed emotivo, che si consolida con gli anni – fin da quando, giovanissima, canta in una versione minore del musical Hair – passando attraverso la collaborazione sulle liriche con Pam Nestor. Preceduto dal sensuale Joan Armatrading e dal più complicato e intimista Show Some Emotion, To The Limit consolida un’arte basata sul chiaroscuro, su una scrittura ora drammatica e ora nostalgica, mescolata con i ricordi della propria terra d’origine. Nei momenti più vibranti si scorge la linea che ha generato, anni dopo, l’attitudine scura di Tracy Chapman.

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Zam Helga – Eine Neue Welt (2024)

Zam Helga nato nel 1968, ha alle spalle una vita turbolenta e una carriera entusiasmante. Nel 1990 ha fondato il gruppo rock Helga Pictures, ha registrato due LP con loro e ha vissuto per un periodo a Los Angeles. Helga Pictures è stata in tournée con New Model Army, Willy De Ville, Bob Geldof e molti altri, ha suonato al WDR Rockpalast. Dal 1994 ha pubblicato due album da solista, è stato in tournée con la sua band Friends of Zulu ed è apparso davanti alla telecamera per diversi clip di MTV e VIVA, per i quali è stato nominato per il VIVA Komet Music Prize nel 1996. Nel 2000 è entrato nella top ten con la sua band Rauhfibrill e il singolo “Beauty and the Beast ”. Nel 2005 è tornato alle sue radici acustiche e da allora è sul palco principalmente da solo. Zam Helga: chitarra, voce e grancassa, è un artista purosangue, un poeta della canzone impegnato e un grande cantante, ma non solo, infatti è produttore musicale e proprietario di uno studio aperto vicino a Stoccarda, dove è stato completato il suo ottimo nuovo album “Eine Neue Welt”.

Bruce Springsteen — High Hopes (2014)

Le pubblicazioni discografiche nell’ultimo decennio del Boss (riferite alla data di questa pubblicazione), sono un susseguirsi altalenante di discrete e buone confezioni sonore. Con High Hopes, Springsteen si assesta su posizioni di tutto rispetto, anzi più che buone, ottime direi. Il rock è il suo disperato amore e lo interpreta con grande anima e passionalità e, alla faccia di tutti i suoi detrattori, prosegue imperterrito sulla sua linea ortodossa riuscendo a dare ancora ottime vibrazioni e feeling.

Quando pubblica il disco ha sessantaquattro anni, e ha imparato che “la vita ha i suoi paradossi”, così come il rock’n’roll, che “porta con se una certa gioia, una felicità che è ciò per cui vale la pena vivere”. Ma parla anche sempre di “gelo e della solitudine che abbiamo dentro”. In questo diciottesimo album in studio, riesce a farci stare dentro tutto, la felicità e la solitudine, l’oscurità ai bordi della città ma anche l’energia che trasforma i suoi concerti in quanto di meglio si possa oggi vedere su un palcoscenico rock’n’roll.

Coadiuvato dagli amici di sempre: Roy Bittan (piano, tastiera, fisarmonica), Danny Federici (organo, tastiera), Nils Lofgren (chitarra, cori), Patti Scialfa (cori), Garry Tallent (basso), Steven Van Zandt (chitarra, mandolino, cori), Max Weinberg (batteria), ospita musicisti come: Soozie Tyrell (violino, chitarra, cori) Charles Giordano (organo, fisarmonica, tastiera), Jake Clemons, Ed Manion, Curt Ramm, Barry Danielian, Clark Gayton (sassofoni, trombe, tromboni, tuba), è soprattutto la presenza non indifferente di Tom Morello alla chitarra e voce che fa la differenza.

Il vecchio Boss mette a punto una dozzina di brani, (tre sono delle cover) di grande rilievo che sono più vicini alla tradizione Rock di quanto facesse con le ultime produzioni. Bruce ha distribuito i rinforzi nei vari pezzi ottenendo come risultato una nobilitazione di praticamente tutto il suo ultimo repertorio. Ha voluto ancora una volta dare prova del suo valore e ha confezionato un disco che deve essere additato come esempio di coerenza e professionalità: la sua voce e la sua musica non risentono degli anni, portati tra l’altro benissimo, e sono ancora in primo piano a sottolineare la fierezza del Rock. Springsteen lavora per accumulo (in tutti i sensi: accumulo di significati e di racconti, di suoni, di stili) e si candida così a un ruolo di sintesi della musica americana, il ruolo di custode dell’ortodossia rock’n’roll.

Si potrà obiettare che la musica proposta non è una novità però una cosa è certa che quando le note di questo “High Hopes” riempiranno le vostre orecchie sarà subito divertimento e il vostro piede inizierà subito a muoversi per seguire il pulsare del ritmo quando sentirete “High Hopes”, “Just Like Fire Would” e “Frankie Fell In Love”, sarà soprattutto emozione quando ascolterete “American Skin”, “Heaven’s Wall” e “The Ghost of Tom Joad”, sarà semplicemente rock quando ascolterete “Harry’s Place”, “Down in the Hole” e “This is Your Sword”.

In fondo cari amici come diceva qualcuno… “It’s Only Rock’n Roll, But I Like It”.

Keith Jarrett – The Koln Concert (1975)

“Secondo me la miglior musica è sempre quella che suona come se non ci fosse stato nulla di scritto prima di essa. Se possibile, bisogna sempre tornare a ripartire dal silenzio”

Con queste parole Keith Jarrett esprimeva il suo personalissimo concetto di musica fatto da continue scoperte. Settanta minuti d’improvvisazione geniale, un continuo smussare pensieri musicali in evoluzione con impostazioni fluide e un particolare uso percussivo delle tastiera. Jarrett non è un caposcuola, non ha discepoli devoti, eppure è un maestro unico. Il ‘concerto di Colonia’ carpisce un momento di grandissima creatività. Il pianista sceglie un suono o una frase e la elabora estemporaneamente, senza premeditazione alcuna, solo con meravigliosa spontaneità e gusto imprevedibile.

“Non possiedo nemmeno un seme quando comincio a suonare. E’ come partire da zero”.

Passaggi veloci, prepotenza generosa di estrema liricità ed una grande musica senza spartito che poggia le sue basi, oltre che sull’abilità tecnica, sulla possibilità di continuare ad inserire nuovi suoni, nuove melodie.

Un artista randagio che cercherà ancora la sua poesia interiore con modalità inusitate, con avventure roboanti e per certi versi eccessive. Questa resta indubbiamente l’essenza sublime del suo inarrestabile pianismo, un album jazz che a tutt’oggi ha venduto qualcosa come duemilioni e mezzo di copie.

“Il jazz è lasciare che la luce brilli. Non cercare di accrescerla, lasciarla essere”. 

Animals – The Complete (1990)

Il gruppo bianco più dichiaratamente black della storia del R&B inglese: gli Animals del cantante Eric Burdon sono fra i maggiori interpreti del repertorio blues e soul di sempre, porto con una rudezza beat unica. Questo doppio antologico documenta al meglio il periodo d’oro della band di Newcastle, raccogliendo singoli finiti su album che già originariamente altro non erano che raccolte. House Of The Rising Sun, It’s My Life, We’ve Gotta Get Out Of This Place, possiedono ancora oggi una carica melodico-ritmica speciale, fotografano una formazione durata poco più di un triennio (dal 62/63 al ’66) ma fondamentale per la storia del rock a venire. Il bassista Chas Chandler, sarà il manager di Jimi Hendrix: Burdon dal ’66 esporterà la sigla New Animals negli Stati Uniti, con quattro lp splendidamente misconosciuti e floreali.

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Gillian Welch and David Rawlings -Woodland (2024)

Gillian Welch e David Rawlings hanno pubblicato il loro decimo album in studio, “Woodland”, tramite la loro etichetta Acony Records il 23 agosto 2024. La raccolta di 10 canzoni è un mix di brani di band completa e intricate esibizioni in duetto, il tutto legato al suono e ai testi distintivi di Welch e Rawlings e conferma la posizione della coppia in prima linea nella scena della musica acustica. “Woodland” prende il nome ed è stato registrato nei Woodland Sound Studios di Welch e Rawlings a Nashville. Hanno detto: “Woodland è al centro di tutto ciò che facciamo, e lo è da circa vent’anni. Gli ultimi quattro anni sono stati trascorsi quasi interamente tra le sue mura, riportandolo in vita dopo il tornado del 2020 e realizzando questo disco. La musica è (le canzoni sono) un vortice di contraddizioni, vuoto, pienezza, gioia, dolore, distruzione, permanenza. Ora.” “Woodland” è il loro primo album da “All the Good Times” del 2020, una raccolta di cover e canzoni folk classiche che gli è valsa il Grammy 2021 per il miglior album folk, ed è il loro primo album di nuova musica originale da “Poor David’s Almanack” del 2017.

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