Coney Island Baby – Lou Reed (1976)

Da Transformer del 1972 in poi, Lou Reed trascorse gran parte degli anni ’70 giocando la carta della decadenza drogata fino in fondo, con risultati sempre più contrastanti. Ma con Coney Island Baby del 1976, il modo di scrivere canzoni di Reed cominciò a spostarsi verso un territorio più caldo e compassionevole, e il risultato fu il suo album più accessibile dai tempi di Loaded con i Velvet Underground.

Nella maggior parte dei brani, Reed ha ridotto la sua band a chitarra, basso e batteria, e i risultati sono stati più snelli e molto più confortevoli rispetto alla plumbea sovrapproduzione di Sally Can’t Dance o Berlin. Coney Island Baby è stata la scoperta di un Reed scrittore di canzoni d’amore riconoscibili. Coney Island Baby è un brano sull’amore e sul rimpianto sincero e toccante. Sembra disinvolto in superficie, ma emotivamente è avvincente come poche cose pubblicate da Lou Reed negli anni ’70.

Angie – The Rolling Stones (1973)

Angie è sicuramente una delle canzoni più popolari dei Rolling Stones. Fu pubblicata come singolo nel 1973 e successivamente inclusa nel loro album “Goats Head Soup”. Angie racconta la fine di una storia (ma non di un amore), quello tra Mick Jagger e Marianne Faithfull, la donna che ha attraversato tutti gli inferni e ne è uscita viva, malconcia, ma viva. La canzone ha un tono malinconico e introspettivo, con Jagger che esprime sentimenti di rimpianto e desiderio. Angie divenne un grande successo per i Rolling Stones, raggiungendo la vetta delle classifiche in diversi paesi. La popolarità della canzone è durata nel corso degli anni e continua a essere un punto fermo delle stazioni radio e delle playlist di rock classico. Angie mette in mostra la capacità dei Rolling Stones di creare ballate cariche di emozione pur mantenendo il loro caratteristico suono rock.

Red Pants – Not Quite There Yet (2023) 

La musica sembra adattarsi perfettamente al mondo visivo che esiste intorno ai Red Pants: collage nostalgici dai colori vivaci, ritratti a penna e inchiostro che mostrano scene domestiche e video in stop-motion non certo moderni.
Come l’arte visiva, la musica fonde toni confusi di chitarra accanto a momenti di distruzione sonora e abbina il tutto a mormorii pop orecchiabili. I Red Pants sono il duo Jason Lambeth ed Elsa Nekola di Madison, Wisconsin. I due hanno fatto musica insieme negli ultimi cinque anni, con Elsa principalmente alla batteria e Jason praticamente in tutto il resto. In “Not Quite There Yet”, quasi tutte le canzoni sono cantate da Jason, ma Elsa si dedica a cantare come voce solista e aggiunge altra strumentazione con gli arrangiamenti noise pop di Jason. Per i fan degli anni ’90 Yo La Tengo o Sonic Youth, i primi Blonde Redhead, con pennellate di melodie di Trish Keenan. O come le canzoni più rumorose di Special Friend.

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Lou Reed

All’inizio degli anni settanta, Lou Reed chiude l’avventura con i Velvet Underground e lascia l’America per approdare in Inghilterra, dove stringe un proficuo sodalizio con David Bowie. Il risultato è uno dei dischi più influenti della storia del rock, significamente intitolato “Transformer”, prima consapevole realizzazione di un progetto sospeso tra le due sponde dell’oceano. Il disco è un manifesto dell’ambiguità, un sillabario del lessico del rock “vizioso” che contiene brani destinati a diventare dei classici, come Vicious, Satellite of love, Walk on the Wild Side, Perfect Day, rock affilato e romantico, decadente e perverso, spettacolare e innovativo. In questi brani è racchiusa la poetica di Lou Reed, i versi oscuramente metropolitani, la devianza come forma d’arte, un senso strisciante di perdizione, una malinconica ed eccitante malia da fine del mondo, la confusione tra vita e arte, comunicate con un’elettricità travolgente, anche quando i ritmi si fanno più lenti e la voce si abbassa fino a una minacciosa e spudorata declamazione.

Era un punto di partenza, ribadito l’anno seguente dalla stratosferica e decadente eleganza di “Berlin”, e da due dischi rock di grandissimo successo come “Rock’ n’ Roll Animal” e “Sally Can’t Dance”, il suo album più venduto, entrambi del 1974. Poi il tuffo nell’avanguardia con “Metal Machine Music”, uno dei suoi lavori più discussi, un viaggio nel rumore, quattro facciate che trasformano la musica in un rombo di tuono, risposta a un alto più sperimentale che Reed non ha mai del tutto abbandonato. “Coney Island Baby” del 1976, riporta Reed ai suoi acuti rock, mentre il seguente “Rock’n’ Roll Heart” non brilla per creatività. “Street Hassle” del 1978 è al contrario un violento ritorno alla poesia dei bassifondi, alla provocante sperimentazione, alle storie che narrano di vite perdute. Il decennio si chiude con un gioiello live, “Take Non Prisoner” che lo mette in perfetta sintonia con la generazione dei “punksters”, un disco dove, come sottolineano E. Gentile e A. Tonti nel loro “Dizionario del rock”, “Lou Reed non canta ma sputa le parole come se fosse un Lenny Bruce dei bassifondi”. Gli anni Ottanta non lo vedranno più così sporco e cattivo. Reed sarà sempre meno interessato al rock, preferendo le performance alla canzone. “Legendary Hearts” del 1983, e il bellissimo “New York del 1989 saranno i suoi lavori migliori di un decennio mediocre, presagio degli anni Novanta, che vedranno lavori come “Song for Drella”, realizzato nel 1990 insieme a John cale, e “Magic and Loss”, del 1992, che hanno indirizzato l’evoluzione musicale di Reed verso un sonwriting più scuro e personale.

Tutti i dischi successivamente pubblicati da Reed e quindi: “Set Twilight” (1996), “Ecstasy” (2000), “The Raven” (2003), “Hudson River Wind Meditation” (2007) e “Lou Reed Metal Machine Trio” (2008), non saranno più degni di particolare attenzione. Il cantante, il musicista che ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica rock, ha deposto l’ascia e si gode la pensione, come è giusto sia.

The Band & Robbie Robertson

The Band – Una sola formazione merita l’appellativo di “band più importante della musica americana degli anni Settanta” ed è stata quella di R. Robertson, R. Danko, L. Helm, G. Hudson e R. Manuel, ovvero la Band, il massimo riconoscimento al più nobile artigianato della musica. Tra il 1958 e il 1963 la Band entrò nella storia del rock suonando alle spalle di un Bob Dylan alla ricerca dell’elettricità.

La Band arrivava da un repertorio forte, ballabile e nero. Dylan portava con sè il proprio repertorio folk e country: l’insieme fu straordinario, dal vivo come in studio (basta riascoltare i Basement Tapes). Prima di Dylan i musicisti del gruppo non componevano le proprie canzoni, dopo l’incontro con il folksinger Manuel, Robertson e Danko iniziarono a mettere mano alle composizioni con risultati eccellenti. E’ con “Music from Big Pink”, del 1968, che la band mostra davvero se stessa al mondo. Il gruppo cantava e suonava come cinque distinte individualità che lavoravano insieme per lo stesso obbiettivo. C’era un suono collettivo ma era fatto da cinque persone differenti, da cinque voci e strumenti che mescolavano insieme folk, blues, gospel, r’n’b, classica e rock’n’roll. Era la musica americana, la storia della musica popolare americana, che veniva celebrata nella maniera più moderna e straordinaria da un gruppo di canadesi (tranne L. Helm) che sembravano conoscere gli Stati Uniti e la loro musica meglio di chiunque altro. Il secondo album, “The Band” del 1969, mostrò una formazione che era riuscita ad affinare ulteriormente le proprie doti compositive; “Stage Fright” del 1970, aggiunse alla già ricca poetica del gruppo il fascino del rock vissuto “on the road”. Gli anni dal 1971 al 1975 li vedono tornare in studio per “Cahoots” (1971), non particolarmente brillante, per un live, “Rock of Ages” (1972) e per una collezione di standard degli anni cinquanta “Moondog Matinee” (1973).

Ma è con Dylan che la Band tocca i suoi vertici, in “Planet Waves” del 1974 e nel travolgente “Before the Flood” del 1975, che i musicisti della Band segneranno con le proprie canzoni e con le proprie performance, sia da soli sia con Dylan, anzi, più da soli che con Dylan, una delle più belle stagioni della musica americana. Con lo straordinario “The Last Waltz” del 1978, firmato da Martin Scorsese, realizzeranno il più bell’epitaffio della loro straordinaria storia musicale.

Robbie Robertson – Dallo scioglimento della band nel 1976, R.R. scelse di allontanarsi dalla canzone e iniziare una collaborazione con Martin Scorsese che lo porterà, negli anni Ottanta, a firmare le colonne sonore di “Raging Bull”, “The King of Comedy” e “The Color of Money” (rispettivamente, “Toro Scatenato”, Re per una Notte” e “Il Colore dei Soldi”. Ma il cinema, nonostante il successo, non era abbastanza. Il ritorno alla canzone, anzi l’esordio come solista, arrivò nel 1987 con la pubblicazione del primo disco “Robbie Robertson”, realizzato con la collaborazione dei vecchi amici Rick Danko e Garth Hudson, ma soprattutto di Daniel Lanois e Peter Gabriel, un album essenziale per comprendere come la canzone americana degli anni Ottanta fosse uno straordinario crogiuolo di esperimenti, commistioni, rimescolamenti. Il disco di Robertson (seguito nel 1991, da “Storyville”, dedicato alla musica di New Orleans e, nel 1994, da “Music for the Native Americans”, un progetto teso al recupero delle sue radici indiane) fu uno dei migliori esempi del rinnovamento del rock, un esperimento riuscito di fusione tra l’eredità degli anni Settanta e le nuove sensibilità della musica nata dopo l’esplosione del punk. Per la prima volta, soprattutto, il rock degli States dedicava in maniera compiuta le proprie energie creative al recupero della musica indiana, l’unica a essere totalmente ignorata dal “melting pop” americano, in conseguenza di un atavico e poco elaborato senso di colpa nei confronti dello sterminio dei primi, originari, abitanti del Nuovo Mondo.

Rose City Band – Garden Party (2023)

Il country rock psichedelico della Rose City Band evoca gli spazi aperti dell’ovest americano, una celebrazione dell’estate e di quello che ne consegue. Libertà, appagamento e gioia sono le fonti delle canzoni.
L’atteggiamento spensierato di Garden Party è stratificato con svolte sottili e gemme melodiche che spingono lo spirito accomodante verso la trascendenza.
Come tutta la grande musica, Garden Party attinge al centro emotivo dell’ascoltatore e lo porta nel suo luogo felice, il suo luogo soleggiato. L’album è un invito a ricalibrare, una corsa gioiosa in cui i suoni della band ti avvolgono e ti abbracciano. Ripley lo dice meglio: “Mi piace sempre quando un album inizia in un posto e finisce in un altro”.
Ed è un bel viaggio.

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Life di Ellen River (2023)

Una americana in Italia. Sebbene il nome faccia pensare altrimenti, Ellen River è una cantautrice italiana, precisamente emiliana, che con Life arriva al suo secondo disco, dopo Lost Souls.
Il suo stile narrativo è in grado di tradurre Life in un racconto di vita dove, rock, country, blues, soul, folk e bluegrass si intrecciano nel messaggio di chi ancora affronta la vita con ironia nonostante i bocconi amari, non si arrende e prova a stare bene sapendo ce la felicità è fatta di piccoli istanti.

Un doppio album che suona come un ‘piece de resistence’ della canzone d’autore italiana cantata in inglese, 27 canzoni profonde e per nulla intimidite dal confronto internazionale.

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R.E.M.

Dopo otto anni di onorata e fortunata carriera a cavallo tra i suoni di certo folk-rock psichedelico e una vena ‘indie’ mutuata da trascorsi live sui palchi del circuito punk, firmarono nel 1988 un contratto miliardario per la realizzazione di ‘Green’, che li portò in breve ad essere la più celebrata band del rock americano, l’unico in grado di rivaleggiare con gli U2 in termini di successo popolare e di carisma, di compiutezza artistica e innovazione, di rapporto con il pubblico e indipendenza creativa. La loro storia inizia nel 1980 ad Athens, Georgia, quando a Peter Buck e Michael Stipe si uniscono Bill Berry e Mike Mills per dar vita a una band che predicava il verbo sonoro della nuova onda in maniera originale, mescolando febbre psichedelica e punk, ma anche qualche ricordo dei Birds e dei Doors. L’esordio discografico è del 1982 con ’Chronic Town’, ma è con ’Murmur’, l’anno seguente, che il mondo si accorge di loro.

Sono una band singolare, nel senso che il loro rapporto con la new wave degli anni ottanta è, per così dire, saltuario, così come la loro vicinanza agli altri movimenti dell’epoca. All’interno della storia del rock, riescono a tenere insieme passato e futuro, sentimento e ragione. Dischi e concerti, anno dopo anno, contribuiscono ad accrescere la fama del gruppo, che nel 1987, con ’Document’, arriva a scalare per la prima volta anche i vertici delle classifiche di vendita, superando il milione di copie.

Nel 1988 la Warner, come detto sopra, mette i R.E.M. sotto contratto, e loro pur abbandonando la musica indipendente non cambiano atteggiamento anzi, ’Green’, il primo disco realizzato per l’industria discografica multinazionale, li confermano ancora una volta coerenti con le proprie idee.

Stipe, Mills, Berry e Buck restano indipendenti dalle mode che pian piano modificano lo scenario musicale americano, restano indipendenti dalle ideologie, legando la vita del gruppo a innumerevoli battaglie di libertà. Negli anni novanta i R.E.M. si trasformano in una band dal successo planetario, e lo fanno con due album: ‘Out of Time’, del 1991 e ‘Automatic for the People’, del 1992, che possono ben essere considerati i loro capolavori, in piena controtendenza rispetto all’ondata grunge e metallica di quegli anni.

Stipe il principale artefice del gruppo, è carico di una vitalità straordinaria, ha un’espressività che non si limita alla voce ma passa attraverso il suo corpo, i gesti, e la presenza sul palco. Stipe vuole essere ‘visto’ perché i R.E.M. credono ancora nella forza del rock e lo dimostrano con i dischi successivi: ’New Adventures in Hi-Fi’, del 1996, ’Up’, del 1998 e ‘Reveal’, del 2001, non fanno che confermare il loro status e la loro libertà creativa, sfuggendo a mode e tendenze. I successivi ‘Around the Sun’, del 2004, e ‘Accelerate’, del 2008, risulteranno al di sotto delle aspettative, ma pur sempre dischi degni di rispetto musicale, quel rispetto che i R.E.M. si sono guadagnati nel corso di questi anni, di quel rispetto che soprattutto loro stessi hanno sempre avuto nei confronti dei loro fan, e del mondo intero.

R.E.M. — Out Of Time (1991)

Rapidi Movimenti Oculari, l’indice fisiologico che rivela lo svolgersi del sogno all’interno del sonno. La musica rock per i R.E.M. è appunto uno stato ipnotico da sogno, dove i musicisti analizzano le varie visioni musicali, quelle che hanno mosso la loro sensibilità creativa (Doors, Byrds, Velvet), sovrapponendole poi con innovazioni e ulteriori appendici.

Abbandonata la neo-psichedelia del giro californiano, i R.E.M. realizzano l’opera più alta del nuovo sound metropolitano, dove la band vive queste composizioni in prima persona con una formula che si rivelerà imbattibile.

Questi quattro protagonisti da Athens, Georgia, fanno il “salto” grazie a un album che parla d’amore. Ne parla alla maniera loro, senza nulla concedere al luogo comune e senza spiegare: più che di un’analisi o un racconto, si tratta di un’evocazione di sentimenti e stati d’animo, dalla solitudine all’euforia, senza dimenticare l’ossessione, abilmente dissimulata in Losing My Religion, quello che diventerà il loro successo più grande. 

Out Of Time è per molti versi l’album più eccentrico della band meno eccentrica tra quelle di popolarità mondiale: è l’album meno chitarristico della loro intera discografia e quello in cui Michael Stipe canta meno (in due brani la voce principale è di Mike Pierson dei B-52’s). E’ l’album in cui il suono è più vario, forse più colorato (Shiny Happy People), ed è per certi versi un album di transizione, il perno centrale di una trilogia che con Green (1988) e il magnifico Automatic For the People (1992), si avvicina sempre più ai sapori del country (sempre alla R.E.M., naturalmente) e che rimarrà per sempre l’essenza di ciò che questa band rappresenta per la storia del rock’n’roll.

Out Of Time è una sorta d’immaginazione intensa e indisponente dove un country-rock acido e sognante scivola dentro canzoni dalle melodie stellari e arrangiamenti molto innovativi. E’ l’autocelebrazione di un nuovo mito, perché d’ora in avanti i Sognatori vivranno il paradosso e l’ebbrezza di essere una cult-band per la moltitudine. Anticonvenzionali sino in fondo.

Robbie Robertson — Omonimo (1987)

Sangue indiano nelle vene, il Canada come paese natale e una credibilità conquistata tra le fila della “Band”.
Quando decide di entrare in studio per registrare il “suo” disco, Robbie Robertson aveva masticato rock per quasi tre decenni. Nel 1965 aveva accompagnato Dylan in uno dei tour più discusso della storia. Da allora, la sua vicenda era rimasta strettamente legata a quella dell’uomo di Duluth: insieme alla Band aveva registrato album di capitale importanza come “Music from Big Pink” e preso parte alle memorabili session di “The Basement Tapes”. Nella Band era punto di riferimento, ma la presenza di vocalist d’eccezione come Levon Helm, Richard Manuel e Rick Danko gli aveva spesso impedito di interpretrare lui stesso le canzoni che scriveva. Dal giorno dell’addio della Band, documentato da un capolavoro musical-cinematografico intitolato “The Last Waltz” (1976), Robertson ha atteso undici anni prima di pubblicare il suo primo, vero lavoro solista. “Non avevo nessuna intenzione di incidere un nuovo disco della Band”, disse all’indomani della pubblicazione del suo esordio “volevo un album che rispecchiasse il mio stato d’animo attuale”.
Un pugno di canzoni luminose come un flash sparati in piena notte sugli immensi spazi americani. Avventure in bianco e nero come film neorealisti, con un protagonista mezzosangue eternamente in bilico tra la spiritualità pellerossa e il furioso realismo del rock.
Grazie alla produzione di Daniel Lanois (canadese anche lui) e a una impressionante lista di ospiti (U2, Peter Gabriel, BoDeans, Maria McKee, Terry Bozzio, Manu Katchè, Neil Young), Robertson riuscì a mettere in scena una credibile e suggestiva rappresentazione del rock di fine anni Ottanta. “Fallen angel”, “Showdown at big sky”, “Somewhere down the crazy river”, “Sweet fire of love”, erano il filo steso sull’America per avvicinare il ritmo di New Orlens e le incotaminate distese del Canada. In quelle canzoni c’era il rumore della metropoli e il silenzio dei cimiteri indiani. Dove futuro fa rima con memoria.