Janis Joplin

Janis Joplin è nata nella piccola città di Port Arthur, in Texas, dove scopre fin da piccola la cultura degli afroamericani, il jazz e soprattutto il blues, cercando di copiare gli stili di Bessie Smith, Odetta, Leadbelly. Iniziò a cantare nelle coffe-houses delle piccole città del Texas, per approdare quindi in California, innamorata della poesia beat e pronta a sperimentare tutto in prima persona, compresi alcol e droghe. Un suo amico texano tale Chet Helms, le offre un’audizione per una band poco conosciuta, Big Brother & The Holding Company. E’ l’inizio di un percorso che porta la band prima a registrare un primo album, poi a salire sul palco di Monterey e quindi a ottenere un contratto con la Columbia per la registrazione del vero album d’esordio, Chip Thrills, nel ’68. Il successo fu immediato e travolgente ma non servì a modificare lo stile di vita eccessivo della cantante. La droga e le forti tensioni portarono allo scioglimento della band pochi mesi dopo la pubblicazione del disco. Janis si rimise subito al lavoro con un nuovo gruppo e realizza, I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again, Mama, accolto freddamente in America ma con entusiasmo in Europa. Con la nuova Full Tilt Boogie Band, la Joplin trovò finalmente il punto d’equilibrio perfetto tra blues, rock e pop, contemporaneamente, non a caso, alla presa di coscienza del suo problema di dipendenza. Ma è una rinascita molto breve: il 4 ottobre del 1970 Janis Joplin muore per overdose.

Il mito e la leggenda di Janis Joplin sono stati indubbiamente ingigantiti dalla sua tragica fine, ma non va dimenticato che lei, Grace Slick e Mama Cass furono davvero le prime grandi cantanti della storia del rock. Se la Slick era la sacerdotessa del culto psichedelico di San Francisco e Mama Cass frequentava con la sua vocalità le strade del folk-rock, Janis fu la prima, e la sola, a fondere la sua vicenda musicale con quella del blues. Musica nera, cantata con la voce tagliente, sofferta e bruciante. Janis era la ribelle, la regina dell’eccesso e della trasgressione, la donna che invadeva il campo degli uomini e lo conquistava senza pudori, era la blueswoman che poteva permettersi, come farà in Pearl, il suo disco di maggior successo, di cantare delle preghiere laiche senza alcun accompagnamento musicale. La sua era una voce che lasciava segni nel cuore, era un grido e uno strappo, una contraddizione bianca e nera in un gioco assolutamente privo di regole, o dove le regole, per assurdo che fossero, le aveva scritte lei stessa. La tragica fine della sua vita sembrò in perfetta sintonia con la sua musica, un volo altissimo verso un territorio musicale rock e blues, con una costante aspirazione all’improvvisazione o comunque al superamento di qualsiasi gabbia stilistica. Restano di lei un pugno di dischi, molte canzoni memorabili e poco altro, anche perché, a differenza di Morrison e Hendrix, il volto di Janis non si è trasformato in icona, la sua faccia ha resistito per qualche anno sui poster ma non è mai arrivata sulle magliette dei ragazzi.

Pere Ubu: David Thomas

Domiciliato in Inghilterra, dove i Pere Ubu vennero attratti da un vantaggioso contratto offerto loro dalla Rough Trade, David Thomas è quello “grasso” con la voce baritonale, tanto per intenderci. Le cronache ce lo raccontano difficile e scontroso, tanto litigioso da portare allo scioglimento una delle più belle bands anarchiche della nostra epoca. Da anni a capo dei Pere Ubu, una band “rumorista”, cerca di abbandonare “il rock” come formalismo, scegliendo un’avventura musicale in bilico tra passione e tecnologia. Lontano dal music business e dalla pubblicità in generale, è tutt’altro che un’arrampicatore Thomas. Fare la musica che gli piace e lavorare solo per questo è il suo modo d’essere.

Nulla di essenziale accade ove non sia presente il rumore“, è in questa celebre frase di Jacques Attali l’essenza sonora che i Pere Ubu cercano di mettere in pratica. Una nuova tendenza verso “un rock” totalmente liberato da schemi tonali, capace di padroneggiare il rumore senza timori. Una filiazione diretta del punk, perché in qualche modo si configura ancora come forma di resistenza alla progressiva espropriazione del linguaggio del rock da parte dell’industria.

I Pere Ubu, figli di quella incredibile e prolifica quanto misconosciuta scena di Cleveland, di cui facevano parte formazioni in netto anticipo sui tempi, non sono dunque una punk band in senso stretto. I critici definiscono la loro musica “art rock, intellettuale“, in realtà manca nel vocabolario il termine adatto a definire un interesse verso una forma musicale non convenzionale, multilivello, come quella da loro prodotta. 

Tim Buckley

Nato a Washington nel 1947, vive a New York e, all’età di quindici anni, va sulla costa occidentale, con Woody Guthrie nella mente e la voglia di diventare un folk singer, vero. Dal ’63 frequenta da musicista (chitarra – voce) i circuiti folk di Los Angels e della Bay Area. Nei testi, viene coadiuvato dall’ex compagno di scuola Larry Beckett. Al Troubador di Los Angels trova l’ambiente a lui ideale, stende i primi pezzi personali e poi i capolavori. Negli anni ’70 partecipa a numerosi film, interpreta una commedia di Satre, No Exit e scrive il soggetto della pellicola Fully Airconditioned Inside, mai girata. Nel 1975 muore per una overdose di morfina ed eroina.

Come ogni folk singer, egli penetra le cause della disfatta e le denuncia a piena voce, è il 1966 e Buckley strappa alla Elektra l’album d’esordio, smette di credere alla “rivoluzione psichedelica” sfruttata ed inglobata per intero. Si avverte aria di disillusione per la scena contemporanea.
Buckely non ha bisogno del compromesso, anche sottile, per veder pubblicata la propria opera, lascia agli altri l’idea di poter cambiare. E’ solo e rassegnato fino alla desolazione.

Salva il coraggio di tentare una nuova musica, ‘Happy Sad‘ parla di “solitudine risolutrice” viene ‘Goodbye & Hello‘ ed alle prime battute Buckley perde fiducia nell’uomo, nella sua azione e resta il più bel frammento di quegli anni, una Hallucinations venuta “a metà fra il sonno e la veglia”. Buckley è vicino alla voce dello strumento, tocca la stasi e la consapevolezza. Per un attimo.

Lorca si ferma nella novità e svolge tracce complesse ed interiori.

Bob Dylan sente che l’LSD può portare troppo avanti e canta “c’è troppa confusione” fra le linee di ‘All along the Watchtower‘.
Buckley si rifiuta di accettare la realtà, poi s’immerge nel passato e vive come vivrà il Nick Drake di Pink Moon, fra pensieri rarefatti e rivelazioni istantanee che danno a lui la forza di continuare. E sfiora la morte, per inedia.

Blue Afternoon e Starsailor raccolgono quei sussulti e quegli sbocchi emotivi, tracciano il confronto passato-presente, descrivono a pieni tratti la sua sofferenza. Così Buckley insegue i rari attimi in cui riesce ad esser cosciente. C’è tristezza. “Ho l’angoscia che quegli attimi non possano ripetersi, e li afferro ogni volta come fossero gli ultimi”.

Invece si fanno sempre più personali, intimi, difficili da comunicare. Tradurli in musica diventa operazione ambiziosissima, e per la prima volta Buckley viene conosciuto da vero artista, in America, in Francia, altrove. La sua ricerca tocca ogni spunto, ma in breve egli capisce di muoversi ad esperienze troppo introverse ed i boss della Reprise-Discreet se ne approfittano, guidano la sua confusione e Greetings From L.A.SefroniaLook at the Fool che mantengono un terzo delle sue capacità. Con Dolphins, l’omonima Look at the Fool, è l’uomo a farsi perdonare. Rabbia e remissione si confondano a ritmi semplici, nelle ultime prove. Vuol essere ben accetto alla gente comune.

Look at the Fool è passo superato, e la sua voce stava dilatando le favole di Lorca, stava provando a seguire i mezzi elettronici. Certo, Buckley tanto ha fatto da riuscire il più arduo folk singer di tutti i ’60. Sulla via dell’alcol e peggio, era stanco. Ma solo chi non lo conosceva poteva dirlo finito.

C. S. N. & Y.

Se c’è un gruppo che rappresenta magnificamente il passaggio tra gli anni Sessanta e Settanta è quello che mette insieme David Crosby, reduce dall’avventura dei Byrds, Stephen Stills e Neil Young, che erano assieme nei Buffalo Springfield, e Graham Nash, inglese arrivato negli Usa dopo la sbornia beat vissuta in prima fila con gli Hollies. L’avventura iniziò nel 1968, con Crosby, Stills e Nash pronti a mettere insieme quelle straordinarie armonie vocali di cui diventano maestri (perfino i Grateful sostengono di aver imparato da loro quando incidono l’acustico Workingman’s Dead), la tradizione della canzone folk-rock, l’esperienza psichedelica, la lezione californiana delle “famiglie” dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane, con i quali erano particolarmente legati, un gusto pop assolutamente inedito, per produrre un disco d’esordio, nel 1969, che fu un capolavoro, una magnifica fotografia del sentimento dell’epoca, dolcemente in bilico fra un trasognato calore acustico e una più intima alterazione visionaria. Il loro esordio dal vivo fu glorioso, sul palco di Woodstock, e già allora la band si era arricchita della presenza del canadese Neil Young e della sua inconfondibile chitarra elettrica. Il movement era alla fine, il sogno degli anni Sessanta si era infranto, ma per Crosby, Stills, Nash & Young il momento del passaggio dal sogno alla realtà andava raccontato con passione, come riescono a fare in Déjà Vu, nel 1970 e con lo straordinario live 4 Way Street. Dopo quel tour la formazione si sciolse, per riformarsi varie volte nel corso degli anni, con risultati alterni. Ma le canzoni scritte e conservate in questi primi dischi, canzoni originalissime e testi incentrati su storie personali e collettive, raccontano quanto meglio di qualsiasi altra illustrazione le tensioni di quegli anni, la politica, la rabbia, l’amore, la libertà, la poesia. Erano quattro personalità tra loro molto diverse, ma proprio questa diversità, un perfetto quadrato alchemico, ha giustificato un equilibrio dal sapore magico.

In quegli anni Crosby realizzò un incredibile album solista, If I Could Only Remember My Name, forse più di altri una sintesi irripetibile, fatata, in stato di grazia, delle energie della musica californiana, un delicato e contemplativo vangelo concepito in un ideale crepuscolo calato sulla Baia di San Francisco, prima di perdersi nell’incubo della droga. Anche Stills si mosse da solo e con i Manassas nel solco di un rock a tinte più forti e passionali. Nash scrisse alcune delle canzoni più tenui e dolci della storia del rock americano (una fra tutte, Simple Man, una sorta di garbato manifesto esistenziale). Neil Young divenne un ruvido e stralunato eroe solitario, un grande hobo in grado di vagabondare per le strade del rock, rischiando di continuo, sperimentando errori e fughe paranoiche, toccando disperati bagliori di verità, scrivendo numerosi capolavori e arrivando ancora intatto alla contemporaneità, amatissimo, quasi venerato, dai rocker dell’ultima generazione.

Michelle Shocked

“Non posso dirti dove ho intenzione di andare… ma posso dirti da dove vengo.”

Marie Johnston, classe 1963, originaria di Dallas nel Texas, folksinger per vocazione, ha esordito nella seconda metà degli anni ottanta. Ha fatto la musicista itinerante, nella più pura tradizione dei folksinger americani e, proprio come si usava nei tempi eroici della canzone d’autore, ha creato composizioni lucide e molto realiste, che descrivono le realtà sociali che ci circondano.

Ha lasciato casa a sedici anni, staccandosi dall’educazione rigorosa impostale dalla madre, ed è andata vivere con il padre che le ha insegnato i primi rudimenti musicali.
Il padre (“Dollar” Bill Johnston), che l’accompagnerà in diverse tournèe, è un appassionato di musica folk: suo tramite Michelle ha conosciuto Woody Guthrie, Doc Watson, Cisco Houston, Leadbelly e lo swing texano di Bob Wills.

Michelle è cresciuta dritta come un virgulto, si è formata un carattere duro, ed il suo idealismo non è solo un fatto letterario, per anni è in prima fila nelle manifestazioni pubbliche (la copertina di “Short Sharp Shocked” mostra la foto di un poliziotto che malmena Michelle nel corso di una manifestazione a San Francisco), partecipa ad associazioni benefiche, fonda un movimento ecologico, frequenta comunità punk, lavora per rock against racism, poi va a vivere in Europa (dopo essersi spostata da Austin a San Francisco) e, più esattamente prima ad Amsterdam, quindi a Berlino e Londra.

Siamo già negli anni ottanta e la ragazza mostra apertamente le sue attitudini musicali, ha una passione spiccata per tutto ciò che è puro e idealista, le sue scelte musicali attingono alle tradizioni privilegiando country e folk, blues e jazz.

Per un certo periodo fa la segretaria allo Speakeasy dove comincia a presentare le sue canzoni dal vivo.
Poi, chitarra a tracolla, inizia a girare gli States: Pete Lawrence, il padrone dell’etichetta inglese Cooking Vynil, la registra con un sony portatile nel corso del festival folk di Kerville in Texas: il disco che ne risulta (The Texas Campfire Tapes) è un sorprendente successo indie (è il bestseller delle indipendenti inglesi nel corso del 1987), malgrado la registrazione comprenda anche rumori vari (grilli, automobili che passano, uccelli), Michelle mostra di avere un talento fuori dalla norma, le sue composizioni, lucide e piene di poesia, hanno il pathos e la fierezza di quelle dei grandi folksinger del passato.

Passa un anno e la Mercury, una multinazionale, la mette sotto contratto. Gli inizi non sano facili ma non si dispera e alla fine del 1988 esce “Short Sharp Shocked” il suo secondo album, ma il suo primo disco reale: è un piccolo trionfo per la giovane texana, in primo luogo perché vince la battaglia con la sua etichetta per la copertina, quindi perché il disco, ben supportato da buone composizioni. Il secondo album, fine 1989, è l’eclettico e difficoltoso “Captain Swing“, il disco completamente diverso dai due che lo hanno preceduto, ci consegna l’autrice alle prese con una robusta sezioni di fiati a ripercorrere sentieri musicali certamente non molto usuali.

E’ un omaggio alla tradizione texana dello swing, al blues fiatistico, ma l’album non ha l’impatto del lavoro precedente, vuoi per la diversità del materiale presentato, vuoi per il troppo eclettismo che la giovane lascia trasparire dal suo lavoro: la passione e la voglia di imporre le proprie idee questa volta sono preponderanti rispetto al risultato ultimo, certamente molto interessante, ma comunque inferiore rispetto al disco precedente.

Il suo quarto album: “Arkansas Traveler”, il terzo della sua trilogia, quello che la conclude, è il suo capolavoro. Arkansas traveler, è un disco lucido suonato con molto feeling, splendidamente attuale e strutturato con amore. Un lavoro che tratta con estremo rigore le radici della musica americana e le sue connessioni con la ballata tradizionale europea, quindi oltreché essere un album estremamente piacevole da ascoltare è anche un testo storico-educativo su cui ciascuno di noi può iniziare il suo apprendimento per conoscere più a fondo la vera musica tradizionale.

I dischi successivi anche se, alcuni di buona fattura, non riusciranno a eguagliare gli album sopra citati.

The Chieftains

Non sempre è possibile individuare con precisione il momento in cui un artista, o un gruppo di artisti, valica la linea d’ombra tra l’elité e il mito. Per i Chieftains, uno dei pochi ensemble musicali diventati il simbolo di una nazione, questo coincide con l’uscita e il successo di Barry Lyndon, il capolavoro con cui Kubrick prende atto dell’impossibilità dell’uomo di progredire. Nel 1975 il film al botteghino non fu un successo ma la colonna sonora agì da detonatore sullo spirito di un tempo in cui la musica popolare stava diventando rifugio sicuro per i tanti delusi da un rock che iniziava a dare i segni di una decadenza da Babilonia. Grazie ai Chieftains, il grande pubblico scoprì lo straordinario patrimonio musicale irlandese – qualcosa di molto simile a quello che ha fatto di Tolkien l’alfiere della riscoperta di miti e fiabe celtiche.

Negli anni ’50 l’Irlanda era percorsa dalla febbre per il rock’n’roll e farsi vedere in giro con un violino significava sembrare un gay agli occhi di tutti” racconta Sean Keane, il violista entrato nella band insieme a Peadar Mercier (bodhran) e Derek Bell (arpa celtica) in occasione della registrazione del quarto album, aggiungendosi così al nucleo originario formato alla fine degli anni ’50, oltre che da Moloney, da Sean Potts (tin whistle), Martin Tubridy (flauto, concertina) e Martin Fay (fiddle).

Per ricordare le difficoltà dell’inizio c’è un aneddoto che vale la pena di ricordare: nonostante la crescente popolarità di cui erano circondati, grazie soprattutto ai loro entusiasmanti concerti, ci sono voluti più di dieci anni prima che ciascun componente della band decidesse di lavorare nei Chieftains a tempo pieno, vincendo così la paura di “costringere le proprie famiglie a un futuro incerto”. Moloney, tanto per fare un esempio, per anni è andato in tournée prendendosi le ferie dal suo lavoro di dirigente d’azienda.

Oggi quella dei Chieftains, il cui organico ha subito diversi mutamenti, è la storia di un successo crescente, testimoniato dalla presenza in cartellone dei festival e di eventi più importanti della sfera musicale. Moloney & C. sono ormai identificati con la musica irlandese tradizionale. E, nonostante la disinvoltura con cui affrontano i repertori più disparati, non si sono mai allontanati dalla strada maestra delle proprie radici: è piuttosto il loro approccio al repertorio, quella speciale attitudine – patrimonio esclusivo dei grandissimi – che consente a un artista di svelare al pubblico più vasto tutti i segreti di un repertorio musicale considerato per pochi. Come Miles Davis con il jazz, “I Chieftains sono i Grateful Dead della musica tradizionale” ha detto Larry Kirwan, cantante dei Black 47, gruppo rock irlandese di stanza a New York.

Il successo dei Chieftains è l’ennesima conferma di quanto sterili possano essere le classificazioni troppo rigide: non a caso ormai nella bacheca sono allineati vari Grammy ottenuti in diverse categorie. Con il passare del tempo il gruppo sembra aver assunto un ruolo da testimonial non solo della cultura irlandese ma, più in generale, della musica popolare e della sua volontà di aprirsi al mercato.

Quanto al lavoro sulle possibili contaminazioni tra il proprio passato e la modernità, i Chieftains hanno raggiunto il massimo della creatività con “Irish Heartbeat” l’album capolavoro inciso con Van Morrison, ombroso quanto geniale patriarca musicale dell’Irlanda del blues, del jazz, del rhythm’n’blues e della sofferta spiritualità.

David Crosby

Ci sono personaggi la cui esistenza si dipana su un canovaccio ricco di svolte, di pieghe improvvise, di parabole inebrianti e di rovinose cadute, di successi fulminei e di paurosi sbandamenti. Il mondo del rock ne è pieno, anche se purtroppo, sovente queste vicende assumono inevitabilmente i contorni mitologici dell’eroe bello e dannato condannato a una morte prematura.
E’ solo per una serie di incredibili scherzi del destino o di karma direbbe un Buddista se oggi David Crosby è ancora qui con noi.

Una vita intensissima, estrema, spesso spericolata, ma che nel corso degli ultimi quattro decenni è stata testimone di pressoché tutti gli eventi chiave della storia del rock. Quasi quarant’anni nel corso dei quali David Crosby è sembrato morire diverse volte, preparando in più d’una circostanza i suoi irriducibili fans alla triste notizia che puntualmente non è arrivata: come un gatto a nove vite.
Musicalmente Crosby ha segnato almeno due decenni con una serie di capolavori culminati con quel “If I Could Only Remember My Name” (“Se solo potessi ricordare il mio nome”) del 1971 che tutt’oggi rimane come una pietra miliare indiscussa del panorama musicale di quel periodo.

La sua attività musicale inizia nella metà degli anni sessanta con il gruppo dei “The Byrds” con i quali pubblica sette album, senza contare le raccolte e quelli dal vivo. Nel ’69 con Stills e Nash forma l’omonimo gruppo per poi ampliarsi l’anno successivo con l’arrivo di Neil Young. Con questi musicisti a ruota, inciderà poco meno di una ventina di dischi. A cavallo degli anni duemila con Pevar e Raymond pubblicherà una manciata di dischi con la denominazione CPR.

Dal ’71 anno di pubblicazione del sopra detto “If I Could Only Remember My Name” passano diciotto anni prima di ascoltare un altro suo disco. In questi anni Crosby vive di tutto, da malattie a carceri da droghe a separazioni, accumula tanto di quel “curriculum vitae” da poter scrivere un libro. Ma, come sempre ogni volta rinasce e nel 1989 incide “Oh Yes I Can” (“Oh, si che posso”) cioè la risposta al primo disco “If I Could…” (“Se solo potessi ricordare il mio nome”), il titolo suona come una convincente dichiarazione d’intenti e riporta prepotentemente la figura di Crosby alla ribalta. Il disco suona bene e convince critici e fans non purtroppo come il successivo “Thousand Roads” del ’93 e ancor meno “It’s All Coming Back To Me Now” del ’95.

La musica di David Crosby, dalle prime avventure con i Byrds fino al recente sodalizio con i CPR passando attraverso la leggendaria epopea di Crosby Stills Nash & Young, è stata la colonna sonora di più d’una generazione. La sua vicenda artistica e umana ha spesso assunto contorni leggendari e mitologici e, seppur con le sue mille contraddizioni, Crosby ha sempre avuto un ruolo di primo piano nei momenti cruciali della storia del rock e del costume.
Da portavoce della controcultura hippie, eroe della generazione di Woodstock, superstar degli anni settanta fino alla discesa agli inferi di una tossicodipendenza quasi letale, Crosby si è sempre esposto in prima persona e oggi porta le cicatrici di una vita avventurosa, sempre al di sopra delle righe.

Frank Zappa

Nel vasto panorama della musica tutta, ci sono dei musicisti, cantanti o per meglio dire “distributori sonori” che si inoltrano in un angolo del nostro cuore e ci rimangono per molto tempo, a volte per sempre.

Frank Zappa è uno di questi. Conosciuto in età adolescenziale, ero più attratto dalla sua estroversione umana che per una reale emozione sonora. Poi con il tempo ho cominciato ad apprezzare anche i suoi dischi e maturato l’idea che la sua musica, oltre a non essere banale, aveva un’ossatura profonda e soprattutto personale.

Il duca della prugne, così era chiamato Frank Zappa, dal brano omonimo che comparve nel suo celebre secondo album “Absolutely Free”. Nessuno prima di lui fu maestro della sovversione musicale, il più illuminato e multiforme dei musicisti generati dalla rivoluzione degli anni sessanta. La parte più ludica e irriverente della cultura rock, l’esempio indomabile di una coscienza scomoda e indigesta al perbenismo americano. Alla cultura rock, Zappa ha insegnato cinismo e parodia, una visione fortemente laica e demitizzata della realtà, mescolando musica e rumori, parole e gemiti, telefonate e sirene. Con pari dignità dimostrava che si poteva eseguire un jodel tirolese e Stravinskij, un chicchirichi e il jazz.
Come per tutti i grandi della musica del nostro tempo, continueremo a domandarci se sia stato o meno un raro, isolato genio del bricolage musicale, oppure un perfetto prodotto della sua epoca, di quegli anni sessanta e settanta così sbeffeggiati dai suoi dischi. Di sicuro Zappa innalzò a suo modo un canto di dolore per una gioventù costretta a rivedere le proprie scelte di vita per sopravvivere. Rifiutava le mode e le etichette e diventò, suo malgrado, il re della controcultura statunitense, attraverso performance, dischi, e persino poster (il più celebre dei quali lo ritrae seduto sul gabinetto del suo appartamento). I suoi testi sono un’esplicita condanna dell’ipocrisia borghese e dell’intero stile di vita americano. Sono dissacranti e irriguardosi, sono una clamorosa dichiarazione di libertà assoluta, un appello ai giovani a liberarsi di certe mode, della musica idiota e, soprattutto, a non accettare di essere considerati solo in quanto “consumatori”.

Ry Cooder

Difficile è collocare un personaggio singolare come Ry Cooder, musicista, produttore, chitarrista, compositore, interprete, che dagli anni Settanta alla fine del secolo percorrerà in lungo e in largo le strade della musica, dal rock al country, dalla musica cubana a quella araba, dalle colonne sonore al pop, dal jazz al blues. Secondo lo schema tradizionale, non è un cantautore, non è un rocker, né un campione del pop. Sfugge, per natura, alle etichette e alle definizioni, ma il suo lavoro di recupero delle tradizioni musicali, quella americana in particolare durante gli anni Settanta, e il suo lavoro di musicista e produttore, avranno grandissima influenza. Come ha scritto su “Rolling Stones” Jon Landau: “Cooder è alla perpetua ricerca della nota magica, del sound giusto al momento giusto”.

Interprete sopraffino della tradizione musicale americana, nei primi anni della sua avventura musicale si concentrava sul repertorio più vicino al blues e al tex-mex, ma già verso la fine degli anni Settanta l’eclettismo delle sue scelte ne fa un preziosissimo outsider, in grado di muoversi liberamente tra generi e stili mantenendo saldissima la propria ispirazione, la capacità di far diventare diverse dall’originale le composizioni sulle quali lavora con certosina precisione.

I suoi album degli anni Settanta sono un incredibile catalogo dei linguaggi della musica popolare americana: da “Ry Cooder” (1970), intriso di folk e di blues, a “Into the Purple Valley” (1972), da “Paradise and Lunch” (1974) a “Chicken Skin Music” (1976), Cooder esplora la musica folk e il tex-mex, il blues e il rhythm’n’blues, la canzone e il gospel, per approdare al jazz con “Jazz” (1978) e alle origini del rock’n’roll con “Bop Till You Drop” (1979), primo disco nella storia della musica ad essere stato registrato totalmente in digitale. Negli anni Ottanta dedicherà molto del suo lavoro alla realizzazione di colonne sonore, girerà per il mondo collaborando con musicisti di estrazione e cultura diversissime, africani, indiani, arabi, per approdare al successo planetario, negli anni Novanta, quando farà scoprire al mondo intero la magia della musica cubana con “Buena Vista Social Club”. Negli anni duemila sono da rilevare i suoi “ Chavez Ravine” (2005) e “My Name Is Buddy” (2007), ma soprattutto alla collaborazione con Mavis Staples in “Well Never Turn Back” (2007).

CCCP, CSI e PGR

La saga di Giovanni Lindo Ferretti and co. 

I C.C.C.P. fedeli alla linea, nascono nel 1982 da un progetto di G.L. Ferretti e Massimo Zamboni, conosciutosi a Berlino un anno prima. L’idea provocatoria (vedi il nome) è di unire riferimenti dell’ideologia socialista al punk-casereccio del retroterra culturale emiliano. Il loro suono è dato dalla chitarra abrasiva di Zamboni unito ai testi di Ferretti, che altro non sono; un misto di efficaci slogan e di citazioni.

Dopo tre EP, pubblicano il loro primo disco: Affinità-divergenze tra il compagno Togliatti e noi (1986) radunando nuove versioni di brani già pubblicati. L’anno dopo esce il loro secondo disco: Socialismo e barbarie (1987) smussando certe asperità e con una contaminazione più orientaleggiante, il disco diventa più “morbido” e riesce a vendere 30.000 copie. Nell’89 esce: Canzoni preghiere danze del millennio sezione europa. Il disco è basato su un’idea di storia come eterno medioevo, contiene infatti citazioni religiose ed elementi etnici. Con l’aggiunta di Gianni Maroccolo, nel 1990 incidono: Epica etica etnica pathos, che non a caso riassume l’opera dei CCCP fin qui avvenuta, infatti poco dopo il gruppo si scioglie.

Nel 1992 il gruppo cambia ragione sociale è diventa C.S.I. acronimo di consorzio suonatori indipendenti (ma anche nuova sigla dell’ex Unione sovietica – CCCP ). E’ questo il momento più importante e se vogliamo anche musicalmente più felice di tutta l’intera saga.

Le emozioni e le tensioni dei CCCP, trovano un’espressione più quieta (la quiete del fuoco sotto la cenere) in KO de MONDO primo loro disco del ’94, altro non è che il prologo ad una splendida apertura acustica di IN QUIETE sempre del ’94, forse il loro capolavoro. Il disco è stato registrato in occasione del programma Acustica di videomusic. Quest’album con l’importante partecipazione di Ginevra di Marco alla voce, l’elegante fluidità del pianoforte di Magnelli, oltre ai sopra menzionati Ferretti & Zamboni, riesce a creare un pathos di rara bellezza. Linea gotica è un altro progetto, qui le chitarre elettrificate segnano il suono del nostro tempo siamo nel 1996, è l’elemento riconoscibile è un qualcosa che divide; la Jugoslavia per esempio, ma non solo. Il disco successivo Tabula Rasa Elettrificata del 1997 porta i C.S.I perfino in testa, per una settimana, alla classifica italiana, ed è il frutto di un viaggio che i due soci hanno fatto in Mongolia. Il disco è più lineare e anche se vogliamo più rock, ma non per questo meno suggestivo del precedente. Nel 2001 quando l’esperienza CSI è ormai chiusa, vengono pubblicati due volumi Noi Non Ci Saremo I e II, dischi altamente consigliati in quanto sono due antologie utili per avere un’idea abbastanza completa del gruppo.

P.G.R. acronimo di Per Grazia Ricevuta è l’ultima esperienza di Ferretti & co. Incidono due dischi più un live. Nel primo omonimo del 2002 rileggono lo stile CSI ma in una chiave molto più elettronica, il secondo D’amore e d’animali (2004) li riporta a un suono molto più diretto verso gli ultimi CCCP e i primi CSI. Nel framezzo di questi due dischi, viene pubblicato nel 2003 MONTESOLE, il live sopra citato.

L’essenza.

A Giovanni Lindo Ferretti & co. va riconosciuto il merito di una posizione limpida e chiara, il compito non facilissimo di allargare “l’area” di chi considera la musica, il rock, un linguaggio necessario per riflettere, crescere e andare avanti. La sua voce ha segnato come poche altre, un’epoca della nostra storia musicale, una voce con sfumature inedite. La musica dei CCCP e dei CSI rimane ancora nell’aria a distanza di diversi anni, trasmette più di ogni discorso le inquietudini, le incertezze e le speranze di quel periodo. Ci vengono offerti non soltanto spunti di amara riflessione (nei testi di Ferretti), ma anche un nuovo “suono” su cui soffermarci con attenzione e non con superficialità. Sono un pò lo specchio della società in cui viviamo, per cui hanno tutti i pregi e tutti i difetti che ha la società intorno a noi. Vivono delle stesse contraddizioni.

La saga di G.L.Ferretti ricorda delle anime-in-quiete, profondamente umane, calde e vibranti. Ricordano l’alternarsi di quiete e inquietudine, di pacificazioni e tempeste, di rasserenamenti e ansietà. Colpisce la loro religiosità pagana, la maledizione in preghiera.

BIOGRAFIA – DISCOGRAFIA – DEI C.C.C.P.

BIOGRAFIA – DISCOGRAFIA – DEI C.S.I.

BIOGRAFIA – DISCOGRAFIA – DI G. L. FERRETTI