Picasso

Una cosa è parlare di come e quando Picasso ha impiegato e impiega modi cubisti per esprimersi, ed altra cosa è parlare del periodo, dal 1907 al 1915, in cui egli ha elaborato e applicato, prevalentemente se non esclusivamente, tale sistema linguistico. Tuttavia i due argomenti sono strettamente collegati, interdipendenti. Per “dire le cose nel modo che gli sembra più naturale”, Picasso ha inventato nuovi modi di espressione, o ne ha interpretati altri di artisti e culture diverse, pronto sempre a cambiarli secondo le esigenze del motivo o dell’idea da esprimere.

Sino al 1913 si tratta di cambiamenti successivi di maniere, ma in seguito si assiste all’alternanza e all’uso simultaneo di stili differenti, persino entro una stessa opera. Tale “disponibilità formale” si dispiega in tutte le sue gamme soltanto dopo gli anni di elaborazione del cubismo analitico.
Se ne deduce che nell’applicazione di tale linguaggio Picasso aveva maturato un suo concetto fondamentale: l’arte è sostanzialmente segno e forma e colore che non riflettono la natura come essa è, ma che comunicano l’idea che un artista ha della natura. Sono ugualmente “convenzioni” (“bugie” che l’artista impiega per convincere gli altri della propria verità) sia le strutture formali che restituiscono l’immagine degli aspetti naturali, sia quelle che ne rendono per analogia la sostanza fisica o il significato ideale.

Anche le cose e la materia in sé, che a pari titolo e diritto del segno, del colore e della forma, l’artista può utilizzare come elementi del repertorio pittorico e plastico, hanno lo stesso significato e valore di sigle formali.
Fu proprio l’esperienza cubista, nel suo progressivo svolgimento verso adozioni sempre più diramate di strumenti di espressione, che condusse Picasso al recupero persino dell’apparenza fenomenica delle cose e della loro immagine convenzionale. Il Cubismo, banco di prova per anni della sua ansia di conoscere gli orizzonti e i confini della pittura, per farla uscire dalle secche dell’imitazione naturalistica e dell’astrazione simbolista, non fu per Picasso un traguardo di cristallizzazione linguistica, ma la verifica della necessaria libertà e disponibilità formale.

Modigliani

Amedeo Modigliani (Livorno, 1884 – Parigi, 1920) rientra in una categoria di artisti che decisero di lasciare il paese natale per traferirsi in Francia. Parigi, all’inizio del Novecento, era la culla della cultura, della modernità, nonché luogo di scambio e aggiornamento per poeti, scultori, pittori, filosofi. In questo clima, vivace e florido, giungono artisti da tutta Europa.

Amedeo Modigliani è stato uno degli artisti più importanti ed influenti del ‘900. Le sue opere sono talmente originali e uniche, che identificarle è facile anche per i meno esperti. Per la maggior parte si tratta di bellissimi ritratti femminili, ma questi capolavori si distinguono facilmente perché caratterizzati da colli allungati e volti stilizzati.
Impossibile non notarle, ma la vera particolarità dei quadri di Modigliani è da ricercare soprattutto negli occhi.
Si perché in quasi tutti i suoi ritratti, Modigliani dipingeva molto spesso occhi privi di pupille, piuttosto vitrei, tanto che questa scelta pittorica a dato adito alle più svariate interpretazioni. Da una parte c’è infatti chi vede una sua profonda difficoltà nel relazionarsi con le donne. Mentre un’interpretazione più “poetica”, racconterebbe come Modigliani non dipingesse mai gli occhi delle sue modelle, almeno finché non fosse in grado di capirne l’animo.

La vita di Modigliani non fu semplice: la tubercolosi non gli lasciava tregua, e faceva uso frequente di alcool e sostanze, come molti facevano nella Parigi dell’epoca. Questo aspetto ha contribuito a creare la figura del Modigliani “maledetto”.
La relazione con la Jeanne Hébuterne fu ricca e travagliata, e la donna visse con il pittore per tutta la sua esistenza, tant’è che non riuscì a reggere la morte dell’artista, avvenuta nel Gennaio del 1920: la donna si suicidò mentre era incinta del secondo figlio qualche giorno dopo.
La morte di Modigliani avvenne per meningite tubercolare, e al funerale parteciparono tutti i membri delle comunità artistiche di Montmartre. Oggi Modigliani è sepolto al Cimitero del Père Lachaise di Parigi insieme al corpo della sua amata.

Gustav Klimt

Gustav Klimt (1862 – 1918) può essere considerato colui che portò alle loro più radicali conseguenze quei fenomeni dell’arte del tempo comunemente indicati
come “simbolismo” e come “pittura dell’Art Nouveau”. L’arte simbolista tende a generalizzare, attraverso le immagini, un’esperienza individuale, o per dir meglio inconscia del mondo: benché il Simbolismo intenda formulare in termini figurativi l'”umano” in generale, può, in sé, arrivare a un’arte di un soggettivismo assoluto. La pittura dell’Art Nouveau, all’opposto, implica una rilevanza sociale della nuova arte, in quanto presuppone sì la volontà di portare alla luce impulsi interni, ma guarda soprattutto a un miglioramento della vita degli uomini per mezzo dell’arte stessa.

Nel 1936 il filosofo tedesco Walter Benjamin pubblicò un saggio dal titolo L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Il libro sostiene l’idea che nel momento in cui un dipinto, una scultura, un disegno non restano più unici, ma la loro immagine viene diffusa su larga scala in libri, cartoline, stampe, essi perdono l’aura, l’alone di sacralità e magia che circonda la creazione artistica.

La teoria di Benjamin viene spesso citata a proposito dei dipinti klimtiani, che sono stati usati più volte a scopo pubblicitario. Ognuno di noi ha visto una riproduzione del Bacio, anche se forse non tutti ne conoscono l’autore. Nonostante l’acutezza dell’analisi, le opere di Klimt continuano a sprigionare un grande fascino. Il loro stile raffinato, l’uso dell’oro, la cura dei particolari decorativi stregano ancora lo sguardo dell’osservatore contemporaneo.

Marc Chagall

“Io e il villaggio” (1911, MoMA di New York)

Marc Chagall (1887-1985) fa parte di quel più ristretto gruppo di indipendenti, curioso osservatore delle novità e capace di una sintesi originale tra le proposte avanguardistiche e la propria concezione stilistica: dai primi del Novecento agli ultimi anni della sua vita non concede alle metamorfosi dell’arte di invadere la sua produzione, ma si interessa alla loro evoluzione e involuzione cogliendo solo ciò che ritiene compatibile con il suo stile e i suoi soggetti, la cui coerenza non viene mai meno.
La sua carriera di pittore attraversa tutto il XX secolo, una lunga esistenza artistica corredata da un successo e un apprezzamento di pubblico enormi, destinata a non tramontare nonostante la morte e il trascorrere del tempo.

“Il violinista” (1912-1913, Stedelijk Museum di Amsterdam)

Capre, galli, uccelli, maiali, cavalli, pesci, cicogne. E vacche. Gli animali dell’adolescenza a Vitebsk accompagnano Chagall per tutta la vita. Marc parla con loro, sono anche i suoi compagni di gioco. Il nonno è un macellaio. Uccide le bestie secondo la religione ebraica, vale a dire come un rito sacrificale (“Tu, piccola mucca, nuda e crocefissa, tu sogni in Paradiso. Il coltello lampeggiante ti ha fatto salire in cielo”, dice Chagall).
Anche quando l’artista vive a Parigi nel quartiere bohémien della “Ruche”, dove si trasferisce negli ultimi mesi del 1911, a 24 anni, è raggiunto dai gridi degli animali scannati. Il suo atelier non è lontano dal mattatoio di Vaugirard: “Le due, le tre del mattino. Il cielo è blu. Sorge il giorno. Laggiù, poco oltre, si sgozzava il bestiame, le vacche muggivano e io le dipingevo. Vegliavo così per notti intere”, scriverà, nel 1921-192 nella sua autobiografia.

“Sopra la città” (1918, Galleria Tretjakov di Mosca)

La matrice dei soggetti ritratti da Chagall risiede fondamentalmente in due ambiti: la vita popolare russa e la Bibbia. Dal primo trae ricordi ed esperienze che trasmettono quello spirito fiabesco e incontaminato che spesso pervade le sue tele, mentre dal testo sacro – che dagli anni ’30 studia con sempre maggior dedizione – prende spunto per i diversi soggetti cruciali che costituiscono il corpus artistico della seconda metà della sua carriera. Lo stile del pittore viene inizialmente influenzato da movimenti avanguardisti come i Fauves – dai quali però rimane ai margini – optando poi per una progressiva semplicità delle forme che lo inseriscono nel neo-primitivismo a carattere russo. I colori proposti da Chagall con il tempo iniziano a valicare i confini delle forme disegnate diventando liberi e indipendenti da esse: ispirato forse dal Tachisme francese i suoi quadri si compongono di macchie e nette fasce di colore.

Doppio Profilo su Fondo blu e verde, 1950

Soichiro Tomioka

Soichiro Tomioka (1922 – 1994) è nato e cresciuto nel terra innevata della prefettura di Niigata in Giappone. Circondato dalla neve fin dall’infanzia, Tomioka ha continuato a dipingere la neve, simbolo dei suoi primi ricordi, per tutta la sua carriera. Influenzato dal suo amore e dalla sua conoscenza della neve, Tomioka ha trascorso molti anni a sviluppare una sua originale vernice bianca. Unica nel colore e nella consistenza e resistente allo scolorimento e alle crepe. A loro volta, i paesaggi innevati che Tomioka ha reso con questa pittura hanno dato forma al mondo di bianco di cui è stato testimone e che ha cercato di trasmettere nel corso della sua carriera.

Completamente autodidatta, Tomioka non ha mai ricevuto una formazione classica come pittore. Dopo aver ricevuto il New Art Society Award alla mostra Shin-seisaku nel 1926, l’artista ha dedicato la sua carriera alla pittura che, a sua volta, lo ha portato a ricevere vari premi di grande successo, sia a livello locale che internazionale. Dopo sette anni vissuti a New York dove si guadagnò una solida reputazione grazie alla sua partecipazione a numerose mostre tenutesi presso istituzioni rinomate, a causa della crescente minaccia della guerra del Vietnam e di un infortunio personale, Tomioka tornò in Giappone, per cercare vari paesaggi innevati giapponesi da dipingere.

Attraverso un utilizzo ambizioso di elicotteri e aerei, Tomioka catturò le varie vedute a volo d’uccello di montagne innevate, pianure, fiumi, laghi, mari e foreste. Queste opere rendono prospettive che presentano vedute di paesaggi naturali visti non dal punto di vista degli esseri umani, ma di qualcosa di più grande. Attraverso queste scene Tomioka presenta l’idea che l’umanità risiede in un mondo di fenomeni imprevisti che trascende la comprensione umana, esiste nell’abbraccio della natura ed è viva solo per un momento nell’eterno passaggio del tempo.

Francis Picabia

Per avere idee pulite bisogna cambiarle come le camicie”. Basta questa frase, scritta nel 1922 da Francis Picabia, per capire lo stile eclettico e dinamico di uno dei pittori più prolifici e particolari della prima metà del Novecento.

Francis Picabia (1879, Parigi – 1953, Parigi) è stato un pittore, designer e illustratore francese. Era anche uno scrittore. È stato coinvolto con l’impressionismo, il cubismo, il dadaismo e il surrealismo. Picabia era figlio di padre cubano e madre francese. Dopo aver studiato all’École des Arts Décoratifs (1895-1897), dipinse per quasi sei anni in stile impressionista.

Nel 1909 adottò il cubismo e, insieme a Marcel Duchamp, fondò nel 1911 la Section d’Or, un gruppo di artisti cubisti. Quando Picabia si allontanò dal cubismo all’orfismo (una variazione più lirica del cubismo), i suoi colori e le sue forme divennero più morbidi. Nel 1915, Picabia, Duchamp e Man Ray svilupparono una versione americana di Dada a New York. Questo movimento artistico fiorì in Europa e a New York dal 1915 al 1922 circa.

La fama di Picabia è legata al dadaismo, all’invenzione del ‘macchinismo’: meno conosciuti sono il resto della sua carriera artistica, la sua importanza storica. Ostinandosi ad evadere dalle etichette, ha messo in crisi categorie radicate fin dentro l’avanguardia di cui è stato uno dei campioni più provocatori, fino a scardinare quella stessa idea di avanguardia quando si fossilizza in una pigra stasi.

Compagno di strada e di scandali di Duchamp e Apollinaire prima, di Tzara e Breton poi, non si limita a dipingere, ma promuove e realizza riviste dall’impianto inedito, interviene in manifestazioni, fa teatro e cinema, ma soprattutto scrive poesie all’apparenza assurde, che gli guadagnano un posto di riguardo anche in campo letterario.

PICABIA, Francis_El apuro, 1914_703 (1982.41)

Etel Adnan

Etel Adnan era una pittrice e scrittrice contemporanea americana-libanese nota per le sue interpretazioni astratte, dai colori vivaci di montagne, oceani e cieli. Le opere di Adnan interpretano poeticamente il paesaggio della California settentrionale attorno alla Baia di San Francisco, dove ha trascorso gran parte della sua vita.

“Quando dipingo può sembrare un paesaggio, ma c’è di più“, ha detto. “Non riconosci di che paesaggio si tratta, perché non è un paesaggio particolare, forse è il ricordo di un paesaggio particolare. L’arte ha una funzione politica nel senso che porta con sé qualcosa che migliora la vita, un desiderio di vita”.

Nata il 24 febbraio 1925 a Beirut, in Libano, ha studiato filosofia alla Sorbona di Parigi e alla U.C. Berkeley prima di scrivere il suo famoso romanzo Sitt Marie-Rose, pubblicato a Parigi nel 1977. Il romanzo ha avuto un’enorme influenza e da allora è stato tradotto in più di 10 lingue. Adnan è stata presentata alla Biennale del Whitney del 2014 ed è incluso nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York, del Centre Pompidou di Parigi, del British Museum di Londra e del Museum of Contemporary Art di Los Angeles, tra gli altri. Adnan è morta a Parigi il 14 novembre 2021 all’età di 96 anni.

L’essenzialità artistica di Etel Adnan è lo scambio eterno tra pittura e poesia: due attività artistiche distinte, quasi come se fossero due lingue diverse, tanto che quando Adnan scrive, confessa di dimenticarsi di essere una pittrice, e viceversa.
La sua pittura è piuttosto astratta, è un omaggio alla bellezza dell’universo e dell’intenso legame che ha con esso; i suoi dipinti sono realizzati con tratti chiari e sicuri.
Etel Adnan è profondamente innamorata della natura e della simbiosi con la nostra esistenza, tanto da dipingere paesaggi senza figure umane. Al centro delle sue composizioni astratte spesso è presente un quadrato rosso: questo simboleggia la bellezza immediata del colore – che proprio perché è al centro si nota subito.

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Alexander Calder

Alexander Calder era un artista americano noto soprattutto per la sua invenzione delle sculture cinetiche conosciute come “mobiles”. Calder ha anche prodotto una varietà di opere d’arte bidimensionali tra cui litografie, dipinti e arazzi, come si vede nel suo Butterfly (1970).

“Tutta la mia teoria sull’arte è la disparità che esiste tra forma, masse e movimento”, ha detto una volta l’artista.

Nato il 22 agosto 1898 a Lawnton, Pennsylvania, Calder si dedicò all’arte negli anni ’20, studiando disegno e pittura. Successivamente Calder si trasferì a Parigi per continuare i suoi studi, dove venne introdotto all’avanguardia europea attraverso le esibizioni del suo Cirque Calder (1926-1931).

“Mi piacevano molto le relazioni spaziali”, ha detto del suo interesse per il circo. “L’intera faccenda del… il vasto spazio… l’ho sempre amato.” Con queste performance, insieme alle sue sculture in filo metallico, Calder attirò l’attenzione di figure importanti come Marcel Duchamp, Jean Arp e Fernand Léger. In particolare, fu il suo amico Duchamp a coniare il termine mobile – un gioco di parole in francese che significa sia “movimento” che “motivo” – durante una visita allo studio parigino di Calder nel 1931. I suoi primi “mobiles” si muovevano tramite motori, ma Calder abbandonò presto questi meccanismi. e pezzi progettati che si muovevano grazie alle correnti d’aria o all’interazione umana. Nel corso di settant’anni, insieme ai suoi “mobiles”, ha prodotto anche dipinti, sculture monumentali all’aperto, opere su carta, oggetti domestici e gioielli. L’artista ha vissuto sia a Roxbury, CT, che a Saché, in Francia, prima della sua morte avvenuta l’11 novembre 1976 a New York, NY. Oggi, le sue opere sono conservate nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York, della National Gallery of Art di Washington, D.C., del Whitney Museum of American Art, New York, dell’Art Institute of Chicago e della Tate Gallery di New York. Londra.

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Nicolas De Staël

“Io non oppongo la pittura astratta alla pittura figurativa. Un quadro dovrebbe essere al tempo stesso astratto e figurativo. Astratto in quanto muro, figurativo in quanto rappresentazione d’uno spazio.”

Intervista, 1952, in Marie du Bouchet, Nicolas de Staël. Une illumination sans précédent

Furono gli anni cinquanta il periodo d’oro dell’Espressionismo Astratto e New York era il centro mondiale. De Kooning, KLine e Rothko erano le stelle dell’arte americana che stava trionfando. Ma anche a Parigi si viveva una sorta di boom postbellico, testimoniato dallo slancio di una nuova generazione di pittori e scultori. Uno di quest’ultimi – una meteora, come lo definì un critico – fu Nicolas de Staël.

Nicolas de Staël è nato a San Pietroburgo nel 1914, da una famiglia nobile di origine baltica. I De Staël si trasferirono in Polonia, dove il padre di Nicolas morì, poi a Bruxelles, dove il giovane ricevette la sua prima educazione. Ma Nicolas trascorse gran parte della sua gioventù a giro per l’Europa, prima di stabilirsi a Parigi nel 1938.
Nella Francia occupata, de Staël visse momenti assai difficili, ma già nel primo dopoguerra si era guadagnato una notevole fama ed una certa indipendenza economica che lo indusse, nel 1953, a trasferirsi a Ménerbes, nel sud della Francia. Morì suicida ad Antibes il 16 marzo 1955.
De Staël è oggi un’icona dell’arte francese del dopoguerra e non solo per l’aura esistenzialistica che la sua figura pubblica ha sempre emanato. De Staël era infatti un artista autentico: il suo cromatismo romantico e tuttavia sempre emotivamente controllato, il suo talento nell’impasto materico e nel tocco lievissimo lo ha reso un pittore di grande energia, ma mai esplosiva, anzi sempre contenutissima e perfettamente dominata da uno spirito in qualche modo ascetico.

Il colore e la luce sono del resto i veri protagonisti nell’esperienza pittorica di de Staël e come nel caso di Klee, è dal Nord Africa (visitato a più riprese fra il 1936 ed il 1940, anno in cui prestò servizio nella Legione Straniera) che de Staël ne trasse le impressioni più indelebili. In luogo del disegno, il colore stesso diventò il fondamento dei suoi dipinti, il testo della sua esperienza sensibile.

De Staël visse gli anni in cui si consumava la diatriba fra figurativo ed astratto. L’impossibile conciliazione fra i due termini pareva allora questione assoluta. De Staël si gettò con tutte le sue forze alla ricerca di una possibile soluzione, creando una pittura di pure forme che, come le idee platoniche, vivono fuori dal tempo, ma sono ugualmente concrete e materiche quanto può esserlo la vita stessa.

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Salvador Dalí

In una realtà delirante abbiamo bisogno dell’arte del delirio per rappresentarla e rappresentarci.

Salvador Dalí ovvero l’arte del surrealismo.

L’arte surrealista è come un sogno danzante tra le pieghe della realtà, dove il pensiero si libera dalle catene della logica per attirarti nelle reti dorate delle sue dimensioni alternative. Le immagini si fondono e ci confondono, creando visioni misteriose e suggestive che puntano all’incantamento. Un viaggio nei cunicoli ammalianti dell’inconscienza, dove la razionalità cede il passo all’irrazionale e l’ordinario si trasforma in straordinario. I colori, le forme e le idee si svelano come segreti nascosti nell’ombra di un sogno, invitandoci a esplorare i confini della mente umana e dei nostri spazi interiori che fanno da specchio deformante alla vita che brulica e arranca là fuori.

Il surrealismo ci aiuta a illustrare la realtà attraverso una lente unica e affascinante, svelando – per lo più in modo inconsapevole – i reconditi aspetti dell’esistenza umana che spesso sfuggono alla nostra percezione.
Mette in luce l’irrazionale che nascondiamo tra la polvere sotto il tappeto della nostra quotidianità. Mostra come i sogni, i desideri repressi e le paure possano influenzare le nostre azioni e le nostre percezioni nella realtà diurna.
Sfida le convenzioni spingendoci a riconsiderare le norme e i presupposti che governano la nostra vita e, al tempo stesso, fa da specchio rivelatore alle contraddizioni e alle irrazionalità che permeano le nostre relazioni sociali e la società in cui trasciniamo le nostre esistenze.

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