Il Buddambulo #5

Il Karma può suddividersi in positivo e negativo. Nel primo caso produrrà gioia, nel secondo sofferenza. Secondo l’intensità e la gravità dell’azione il karma sarà più o meno pesante: un conto è ferire, un altro uccidere. Fondamentale è anche la persona o la cosa verso cui è diretta l’azione: diversa sarà la retribuzione se viene ucciso un animale, un altro uomo o addirittura un genitore.

«Per spiegare con un esempio, se qualcuno colpisce l’aria con un pugno non si fa male, ma se colpisce una roccia si fa male… La gravità di un peccato dipende da chi viene offeso

A livello negativo i pensieri producono effetti più leggeri delle parole; le azioni generano il karma più pesante. A livello positivo invece tutti e tre sono determinanti: senza una buona intenzione nessuna azione può definirsi veramente positiva.

«La sfortuna viene dalla bocca e ci rovina, la fortuna viene dal cuore e ci fa onore.»

Il karma presenta tre aspetti. La causa karmica è il karma considerato sotto il profilo della singola azione. Parliamo invece di tendenza karmica quando un certo tipo di azione ripetuto costantemente produce una predisposizione verso un certo tipo di comportamento. Infine la relazione karmica regola i rapporti con gli altri individui e con l’ambiente in cui viviamo. Dipende infatti dalla relazione karmica se nasciamo in una certa famiglia, se viviamo in un certo stato, se entriamo in rapporto con certe persone piuttosto che con altre.

Il karma può anche essere classificato in base al tempo che intercorre fra la causa e l’effetto. La causa, chiamata anche seme karmico, resta latente nella nostra vita per un periodo più o meno lungo. L’effetto talvolta appare subito, talvolta nel corso della vita dopo svariati anni, frequentemente erompe improvviso e apparentemente immotivato nelle vite successive. Solitamente tanto più le cause sono pesanti, tanto più lontano nel tempo si manifesteranno gli effetti in tutta la loro gravità: un grosso debito comporta maggiori interessi e quindi più tempo per essere estinto.

Le cause più leggere producono inoltre effetti variabili nel tempo, cioè non prestabiliti o predeterminati, come un frutto che matura prima o dopo secondo le circostanze climatiche di quell’anno. In questo caso parliamo di karma mutabile. Più grave è il karma immutabile che esplode nei suoi effetti predeterminati come una bomba a orologeria nel tempo prefissato.

La lunghezza della vita umana è l’aspetto più importante del karma immutabile. E possibile cambiare il karma o dobbiamo rassegnarci ai suoi effetti (che per altro non conosciamo)?
Un karma leggero e mutabile può essere vinto dagli sforzi umani, ma solo la pratica buddista può incidere sul karma immutabile. (Continua)

Il Buddambulo #4

L’elemento, la funzione, la colonna portante del Buddismo è il Karma. Parola ultra usata e per lo più a sproposito, visto che tanti non conoscono il significato e la usano esclusivamente perché fa “chic”.
Il termine deriva dal sanscrito Karman ed è tradotto come “atto compiuto” che produce sempre un effetto “compiuto”. Il concetto nasce prima del Buddismo: largamente accettato nella società indiana era pervaso però di determinismo che spingeva le persone ad accettare la loro condizione di vita più che spingerle verso una trasformazione positiva.

Il Budda aveva scoperto che nell’universo esiste un principio di causalità cui fa riferimento anche la scienza, ma la causalità del Buddismo non si limita all’oggettività della scienza: essa si allarga alla natura nel senso più largo del termine e alla vita dei singoli individui.
Shakyamuni insegnava che la nobiltà di una persona era determinata dalle sue azioni e non dalla sua nascita.

Questo principio è l’opposto di una concezione fatalista, al contrario appare come un mezzo per agire nel presente creando le migliori condizioni per un futuro positivo. Un testo Buddista afferma: “Se vuoi capire le cause del passato, guarda i risultati che si manifestano nel presente. E se vuoi capire gli effetti che si manifesteranno nel futuro, osserva le cause poste nel presente”.

Sinteticamente si può affermare che il karma è una sommatoria di azioni. Qualsiasi azione mentale, verbale o fisica, compiuta da qualunque essere vivente, produce un effetto corrispondente. L’insieme degli effetti inerenti alla vita di una persona costituisce il suo karma.

Semplicemente si può affermare che il karma è un po’ simile a quello che in occidente e nella religione cattolica si chiama “destino” con una grande e profonda differenza; il destino per i cattolici è immutabile, non può essere modificato e quindi mette il fedele (o chi ci crede) in una posizione di passività, inerzia, se vogliamo in una condizione di comodo, mentre il karma è mutabile, è possibile modificarlo, esiste quindi la possibilità di trasformarlo. Per il karma: nessun destino è cieco da maledire né esiste provvidenza divina da venerare e neppure esiste il meccanico agire della natura o il fortuito presentarsi degli eventi. A livello profondo, ciascuno è l’artefice del bene e del male che subisce. (Continua ancora con il karma)

Il Buddambulo #3

Non si può parlare, in questo caso scrivere di Buddismo senza accennare al suo profilo storico.
Sulla storicità di Gautama Siddharta (questo il nome del Budda prima dell’illuminazione: in seguito fu Shakyamuni, cioè “il saggio degli Shakya” o lo “sramana Gautama” come era definito nelle più antiche fonti) sono tutti d’accordo.
Non tutti gli studiosi sono concordi nello stabilire le date esatte di nascita e morte del Budda, quindi si può collocare la sua vita tra il VI e il V secolo a.C. Alcuni specificano tra il 586 e il 486 a.C.

Sembra certo però che nacque a Kapilavastu, capitale di un piccolo regno confinante con il Nepal, da genitori molto ricchi. Gautama Siddharta venne educato alle discipline guerriere, sportive e alle arti dello spirito.
Spinto da un carattere introspettivo, Siddharta cominciò a sentire inutile la vita che conduceva. Malgrado le precauzioni usate dal padre per nascondergli la sofferenza, durante una gita si scontrò proprio con questo aspetto della vita che non conosceva, rimanendone profondamente turbato.

Fu proprio l’incontro con questo aspetto della vita che fece nascere in lui il desiderio di trovare una soluzione alla sofferenza umana. Al suo ventinovesimo compleanno abbandonò la sua regia per intraprendere la vita ascetica.
Diventato monaco errante, Siddharta conobbe vari maestri: brahmani, eremiti e saggi senza mai trovare risposte soddisfacenti. Intraprese molteplici dottrine e tecniche meditative ma anche in questo caso fu sempre insoddisfatto.

Scartate tutte queste prove, decise di trovare in se stesso la via all’illuminazione e, con cinque discepoli si diresse in una foresta presso il villaggio di Sena. Lì, vicino al fiume Nairanjana, iniziarono severissime pratiche ascetiche. Si dice che Siddharta le abbia perseguite per sei anni, poi, allo stremo delle forze, le abbandonò giudicandole inutili. I suoi discepoli, intanto, delusi e scandalizzati lo abbandonarono.
Fu allora che Siddharta si preparò alla grande prova. Fonti diverse identificano nella città di Gaya il luogo dell’illuminazione. Sotto un albero ashvatta (fico sacro) si costruì una stoia con dell’erba, si sedette nella posizione del loto e, rivolto a oriente, iniziò a meditare.

Le leggende parlano di demoni, serpi, frecce e montagne che sputavano fuoco. Shakyamuni, nel corso della meditazione, comprese da solo la reale natura di tali forze demoniache presenti in lui.
Superati questi ostacoli, nel corso della meditazione, Shakyamuni acquisì la saggezza riguardo al futuro comprendendo la legge del karma. All’alba del plenilunio del mese vaisakh (aprile-maggio), Shakyamuni completò il suo cammino verso l’illuminazione diventando un Budda (da bodhi, illuminazione). (Continua)

l Buddambulo #2

Se il mio essere marxista apparteneva a un passato e neanche tanto recente, dove la religione era l’oppio dei popoli, le due “a” invece: agnostico e antireligioso, erano ancora presenti.
Più passava il tempo, più il Buddismo lo sentivo nelle mie “corde” e più mi apparteneva. Agnostico lo ero ancora ma presto lo avrei messo in discussione (lo vedremo più avanti), mentre antireligioso lo ero e lo sarei rimasto ancora.

Se a “religione” attribuiamo il significato di “legarsi” (dal latino “religo”) a un Dio trascendentale, allora senz’altro il Buddismo non è una religione. Il Budda, infatti, non è una divinità, e l’azione spirituale del Buddista è volta a manifestare il potenziale “illuminato” presente dentro la sua esistenza.
Il Buddismo è soprattutto una via spirituale, un’esperienza mistica nella quale l’essere umano realizza se stesso “da solo”, con le sue forze e senza alcun aiuto esterno. Questo percorso è caratterizzato da “benevolenza” o “compassione”, cioè da un interesse attivo per gli altri, per l’ambiente e per la società, dal sentirsi parte di un legame profondo e inscindibile che unisce tra loro tutti gli esseri viventi e l’universo.

E’ grazie a questa grande e profonda differenza con le religioni monoteiste dove si ha fede in una sola divinità identificata (Dio per esempio), che sentivo l’appartenenza, la vicinanza e la profondità del Buddismo e la consapevolezza che non l’avrei mai abbandonato.
Da quella prima riunione nel lontano 1999, non ho più smesso di essere, di sentirmi Buddista. Ci sono stati dai momenti di crisi, dei momenti “down” ma mai nei confronti della pratica Buddista, ma solo ed esclusivamente con dei “modi” e/o con delle “persone” come è normale che sia.

Anzi più il tempo passa più mi rendo conto di quanto sia importante l’umanesimo Buddista. Quanto sia interconnessa la nostra vita con la natura, con il mondo, con l’universo.
Sempre più mi sono reso conto e continuo ad esserlo, della “non dualità” tra noi e la fauna, tra noi e la flora, tra noi è l’essere umano qualunque esso sia. Se ci si rende conto che facciamo parte di un tutt’uno, che non può esistere l’altro senza di noi e viceversa, che è attraverso le nostre scelte, le nostre azioni che possiamo cambiare le sorti del mondo, allora si ha capito cosa sia il Buddismo.

«La rivoluzione umana di un singolo individuo contribuirà al cambiamento nel destino di una nazione e condurrà infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità» (Daisaku Ikeda, RU, IV)

Cercherò, nei prossimi post, di dare il mio piccolo contributo sulla conoscenza di questa filosofia di vita, cercando, vista la grande vastità di contenuti, di dare spazio essenzialmente ai principi basilari. (Continua)

Il Buddambulo #1

Alle medie inferiori, quando ancora la geografia era materia di studio, si imparava quali fossero le caratteristiche, le peculiarità di ogni nazione; quale fosse la capitale, quanti abitanti aveva, quale fosse il clima, cosa produceva, cosa esportava ecc. ecc. …e quale fosse la religione principale.
Imparavamo a memoria tutte le proprietà, e come una cantilena, le ripetevamo, nel caso fossimo interrogati. Nelle nazioni orientali spesso veniva specificata la religione Buddista e sebbene la ricordavamo, in realtà manco sapevamo cos’era questa religione e quasi sicuramente manco ci interessava.
Erano gli anni settanta i miei, e del Buddismo in Italia c’era solo l’ombra. Nello stato italiano, nelle scuole italiane, impadroniva la religione cattolica, e del Buddismo quindi non si sapeva nulla o quasi.

Personalmente venni a conoscenza del Buddismo nel 1999, come avviene quasi sempre, con il passa parola. Me ne parlarono infatti degli amici appena conosciuti. Mi invitarono a una riunione e, come spesso accade, fui circonfuso. Ebbi un senso di smarrimento e allo stesso tempo di attrazione. Smarrimento in quanto, lontano fisicamente e psicologicamente da rituali “mistici”, pensai che i presenti alla riunione fossero un po’ “bacati”. Attrazione in quanto la fiducia che riponevo nei neo amici, l’aria compassionevole, il desiderio di condivisione, comprensione e aiuto era talmente palpabile che mi prese e mi diede una sensazione nuova, mai provata.

Per un ateo e agnostico come il sottoscritto non era per nulla semplice e ancor meno facile appropinquarsi a un momento “mistico” come avveniva in quelle riunioni ma non c’era solo questo, c’era di più. L’aria che si respirava, l’attenzione che i presenti riservavano, il sostegno che davano superava lo scoglio del “mistico” e ti portava in uno stato di benessere, comprensione e aiuto, tutto alimentato da una profonda novità. Era una delle prime volte o forse la prima volta se escludevo alcuni momenti avuti nel passato in collettivi dove il personale diventava politico.

La parte mistica, per il momento l’avevo assecondata ma il resto no, anzi mi incuriosiva sempre di più. Man mano che conoscevo i principi apprendevo quanto fossero attuali e soprattutto reali. Psicologia, filosofia, medicina e chi ne ha più ne metta, erano elementi portanti del Buddismo. Il Buddismo racchiudeva tutto quello che la vita quotidiana offre, noi esseri umani, parte integrante della natura, dell’universo, e soprattutto, “elementi” della natura che possono “cambiare” le sorti del mondo, rivoluzionando prima di tutto noi stessi.

Ero preso da questa filosofia come non mai avvenuto prima. Studiavo e praticavo, dove per pratica si intende recitare alcune parti del Sutra del Loto (che vedremo più avanti) due volte al giorno e allo stesso tempo mi chiedevo che fine avesse fatto il mio essere agnostico, antireligioso e a suo tempo marxista. (Continua)

Desideri e felicità

La vita dovrebbe essere come la si desidera, dovrebbe essere felice. Desideri e felicità vanno a braccetto.

“I desideri terreni sono illuminazione” insegna il Buddismo.

Anche se alcune scuole tradizionali sottolineano la necessità di eliminare i desideri e liberarsi da tutti gli attaccamenti, questo non vale per la filosofia Buddista di Nichiren Daishonin.

Gli attaccamenti dopo tutto sono sentimenti umani, e i desideri sono un aspetto della vita indispensabile. Per esempio, il desiderio di proteggere se stessi e i propri cari ha ispirato una vasta gamma di miglioramenti io sociali e il desiderio di comprendere il ruolo dell’umanità nel cosmo ha guidato allo sviluppo della filosofia, della letteratura e del pensiero religioso. In questo senso, eliminare i desideri non è possibile e nemmeno, di fatto, desiderabile. Se si fosse completamente liberi dal desiderio, si finirebbe per minare la propria voglia di vivere sia individuale che collettiva.

Gli insegnamenti di Nichiren sottolineano la trasformazione, piuttosto che la soppressione dei desideri. I desideri e gli attaccamenti sono visti come il combustibile della ricerca della felicità.

L’approccio di Nichiren ha l’effetto di rendere il Buddismo praticabile da tutti, anche da chi invece di ritirarsi in meditazione desidera continuare ad avere un ruolo attivo nel mondo. Le aspirazioni, i sogni e le frustrazioni della vita quotidiana secondo Nichiren sono il “carburante” del processo di Illuminazione.

Per chi vive in realtà stressanti e sempre mutevoli, i problemi non sono più ostacoli ma stimoli per la pratica buddista, più efficaci di un obiettivo astratto di “illuminazione” che si raggiunge attraverso il distacco da tutti i desideri e attaccamenti. Superare i problemi, realizzare sogni e obiettivi a lungo serbati nel cuore, questo è il tipo di vita quotidiana da cui deriva il senso di realizzazione e di felicità. È importante non separarsi dagli attaccamenti ma comprenderli e, in definitiva, servirsene.