Il Buddambulo #15

L’insegnamento buddista

L’insegnamento buddista non può essere inteso come mera speculazione intellettuale. Piuttosto diventa un orientamento che viene messo alla prova e applicato costantemente nella vita quotidiana. Ciò non prescinde dalla conoscenza dei principi fondamentali che abbracciano tutte le tradizioni buddiste e che, in qualche modo, le uniscono in una prospettiva sociale al di là delle differenti interpretazioni della dottrina e della pratica religiosa. La visione buddista della vita universale presenta agli umani del nuovo millennio una chiave per uscire dalla gravissima crisi in cui versa il nostro pianeta.
La compassione, per esempio, non è un semplice richiamo etico, ma è la capacità di tornare a vivere in modo simbiotico con tutti gli esseri viventi.
La Terra e le specie che la popolano, non sono separate ma, al contrario, strettamente unite in un destino comune (interconnessione). La diversità non è una minaccia, ma un grande valore che può portare progresso e pace perché ogni singola forma di vita è indispensabile a tutte le altre e alla vita del macro-universo in cui viviamo.

Il Buddismo insegna che una Legge o principio universale sottostà a tutti i fenomeni e si applica a ogni popolo, indipendentemente dal tempo, dall’etnia, dalla diversità culturale e dal luogo. Però, la modalità specifica con cui il Buddismo viene espresso e propagato è relativa alla società, alla cultura e ai costumi della regione in cui si pratica.

Il Buddismo rispetta profondamente la diversità culturale, nella misura in cui gli aspetti della cultura non siano in contrasto con lo spirito del Buddismo come insegnato nel Sutra del Loto, il cui nucleo essenziale è la fede che nella vita di ogni persona sono presenti una dignità e un potenziale illimitati. Nichiren, fondatore nel tredicesimo secolo del Buddismo scrive: «Esaminando attentamente i sutra e i trattati, scopriamo che esiste una dottrina che corrisponde a questo, quella che riguarda il precetto chiamato “seguire i costumi del luogo”. In sostanza questo precetto insegna che, a meno che ciò non implichi una grave mancanza, bisognerebbe seguire gli usi e costumi del paese anche se si discostano leggermente dagli insegnamenti buddisti»

Il Buddambulo #14

Nichiren Daishonin

Il più grande riformatore buddista del Giappone, vissuto nell’epoca di Kamakura, è Nichiren Daishonin (1222-1282). Nato da un’umile famiglia di pescatori, fin da piccolo fece il voto di voler sradicare la sofferenza di nascita, invecchiamento, malattia e morte e mettere tutte le persone in grado di manifestare la propria innata buddità.
Determinò così da subito l’indirizzo del suo buddismo rivolto alla felicità delle persone comuni. Diventato monaco, si recò a Kamakura, Kyoto, Nara e in altri centri di studio buddista, dove approfondi la conoscenza dei sutra e dei commentari conservati nei templi più importanti.

In questo modo Nichiren Daishonin approfondì la conoscenza delle dottrine fondamentali di tutte le scuole buddiste. Ebbe così la conferma che il Sutra del Loto era il supremo fra tutti i sutra e che la Legge di Nam-myoho-renge-kyo, alla quale si era risvegliato, era l’essenza e il mezzo per liberare tutte le persone dalla sofferenza al livello più profondo.

Monaco di straordinaria cultura, Nichiren Daishonin scrisse grandi trattati di buddismo, ma il suo interesse fu sempre per la gente comune: anche se colpito da durissime persecuzioni, aggressioni ed esili comandati dal governo non smise mai di inviare lettere ai suoi discepoli dove spiegava i fondamenti del suo buddismo e offriva incoraggiamenti per vivere coraggiosamente senza lasciarsi sconfiggere dalle difficoltà.
Tutto il suo insegnamento è un formidabile compendio di una visione della vita universale che può essere definita “umanesimo buddista”.

Il Buddambulo #13

Una scrittura Mahayana

Molti studiosi di buddismo considerano il Sutra del Loto la punta più alta del Mahayana. Ma, essendo stato scritto nella sua forma definitiva circa nel I secolo d.C. molti lo ritengono non aderente all’insegnamento originale di Shakyamuni. Interpretazioni a parte, è interessante chiarire perché questo sutra goda ancora ai nostri giorni di grande considerazione. Già eminenti filosofi buddisti come Nagarjuna e Vasubandhu, comparandolo ad altre scritture lo giudicavano “superiore” per la dottrina e la profondità dell’insegnamento.
Il testo fu tradotto dal sanscrito al cinese dal monaco Kumarajiva, persona di grande ingegno che non operò alcuna manomissione.
La sua traduzione che risale al 406 d.C., si compone di 8 volumi e 28 capitoli e viene considerata la migliore. Oltre al fatto di possedere la perfetta padronanza di numerose lingue, egli commentava quotidianamente con i suoi collaboratori il lavoro di traduzione, limandolo e perfezionandolo in una sorta di opera collettiva.

La traduzione è un elemento di fondamentale importanza nella trasmissione del Dharma.
I contenuti dei sutra cambiano a seconda del modo di pensare del traduttore: in un passaggio del Sutra del Nirvana il budda afferma:
«Quando il mio insegnamento sarà propagato in un’altra terra, sarà facile che ci siano errori».
I cinesi erano grandi sistematizzatori e studiavano direttamente i sutra senza passare attraverso opere esegetiche. Il gran Maestro T’ien-t’ai (538-597 d.C.), dopo un’accurata analisi e classificazione di tutte le scritture buddiste, stabilì che il Sutra del Loto era l’insegnamento definitivo di Shakyamuni. Nel VI secolo d.C. il buddismo arrivò in Giappone attraverso la Corea e il principe Shotoku (547-622 d.C.) fece diffondere il Sutra del Loto in tutto il Paese.

Questo sutra è di particolare importanza per alcuni motivi fondamentali: dichiara che tutti gli esseri viventi possiedono la natura di budda, perciò tutti possono raggiungere l’illuminazione nella vita presente; poi chiarisce che il budda non esiste in qualche luogo speciale e non è un essere soprannaturale; inoltre dimostra che la natura essenziale della vita esiste continuamente attraverso passato, presente e futuro; infine dichiara che non esistono categorie di persone che non possono ottenere la buddità: negli insegnamenti precedenti le donne, per esempio, o i pratyekabudda (gli “intellettuali”, affetti da egoismo), non potevano ottenerla.

Il Buddambulo #12

Piccolo e grande veicolo.
Oggi non si parla più di differenza tra Hinayana e Mahayana, ma tra Theravada (“dottrina degli anziani”, la sola tradizione Hinayana sopravvissuta) e Mahayana.
L’ideale perseguito dal Theravada era quello dell’arhat (“essere perfetto”), meta che si poteva raggiungere dopo aver ascoltato e praticato severamente l’insegnamento del budda. Una via difficile, per pochi. In contrasto, il “grande veicolo“, rivalutando la figura del laico, puntava direttamente allo stato di “buddità” al quale si poteva arrivare praticando la via del bodisattva, un essere la cui essenza, “sattva“, nasce dalla diretta percezione della Verità ultima, “bodhi“, l’illuminazione.

Il bodhisattva non cerca l’illuminazione solo per se stesso, ma si propone di salvare tutti gli esseri. Egli è dotato di grande saggezza (prajna) e compassione (metta-karuna). In un commentario al Grande sutra del nirvana totale si legge: «Colui che cerca la via del budda per liberare tuti gli esseri senzienti da nascita, vecchiaia e morte è chiamato bodhisatva l…I Egli prende il grande Voto, non consente che il suo cuore sia rimosso, non vacilla mai nelle pratiche religiose. Per questi tre motivi è chiamato bodhisattva».
Nel Theravada il budda è quello storico, nel Mahayana la figura del budda è sfrondata dei suoi elementi umani e cristallizzata nella condizione vitale di “buddità“, un potenziale presente nella vita universale, e in quella degli esseri umani.

La “missione” del bodhisattva, per sua scelta, è quella di tornare tra gli esseri umani per liberarli dalla sofferenza. Il raggiungimento della sua illuminazione è indissolubilmente legato e motivato dal desiderio di salvare le persone, che è poi l’azione concreta svolta dal budda. La posizione dell’arhat è diversa: divenuto un essere perfetto, infatti – per usare un’analogia cara allo storico delle religioni Henri-Charles Puech – entra nel parinirvana, cioè nell’estinzione completa, dove svanisce per sempre come il fuoco quando si spegne.
Il Canone buddista (in pali) del Theravada è composto di tre “canestri” (Tipitaka): quello della disciplina (vinaya), dei discorsi del budda (sutta) e quello dottrinale (abbidarma).

La letteratura Mahayana si suddivide in sutra (l’insegnamento del budda) e sastra (trattati o commenti). I sutra sono divisi secondo due criteri: in “grandi collezioni”, cioè Prajnaparamita (La saggezza che è giunta oltre), Buddhavatamsaka (La ghirlanda del budda), Ratnakuta (L’ammasso di gioielli) oppure in “grandi sezioni” cioè Saddharmapundarika (Sutra del Loto), Mahaparinirvana (Il grande parinirvana), Mahasamnipata (La grande assemblea).
Gli originali in sanscrito dei sutra Mahayana si collocano circa all’inizio dell’epoca cristiana.

Il Buddambulo #11

L’inseparabilità di vita e ambiente

Le dieci direzioni sono l’ambiente (eho) e gli esseri senzienti sono la vita (shoho). L’ambiente è come l’ombra e la vita come il corpo. Senza il corpo non può esistere ombra. Allo stesso modo, senza vita non può esistere ambiente, anche se la vita è sostenuta dal suo ambiente.

Ogni vita presuppone un ambiente. L’ambiente è l’habitat degli esseri viventi. Vita e ambiente sono inseparabili. Per questo motivo, per completare la descrizione di tutte le possibilità della vita, bisogna porre come ultimo regno l’ambiente (kokudo seken).
Vita e ambiente sono inseparabili. La tendenza vitale di una società si riflette sull’ambiente e lo modifica.
Contemporaneamente l’ambiente agisce come causa esterna sulla vita degli esseri viventi, facendo scaturire gli effetti manifesti. Per questo motivo Nichikan Shonin scrive: «Il regno dell’ambiente (kokudo seken) è il luogo in cui vivono le persone nei Dieci Mondi.»
La tradizione lo descrive metaforicamente come fuoco o gelo sotterraneo, come acqua, aria o terra, oppure come un magnifico palazzo, secondo il sentiero che le menti degli uomini stanno percorrendo. In realtà non è il fuoco dell’inferno a causare la sofferenza delle persone; è il loro stato vitale distruttivo a trasformare qualunque giardino in un inferno. Viceversa la gioia dell’estasi riesce a trasformare qualsiasi tugurio in un palazzo. L’ambiente è incapace di manifestare autonomamente uno stato vitale. E lo stato vitale della società a determinare il mondo ambientale.
«Se la mente degli uomini è impura, lo è anche la terra. Non ci sono terre pure e terre impure di per sé: la differenza sta unicamente nella bontà o malvagità della nostra mente.»
Questo legame fra vita e ambiente è espresso dal principio di esho funi (unicità di ambiente e vita). E è l’abbreviazione di eho, l’ambiente oggettivo; sho di shoho, il soggetto. Ambedue i termini contengono l’elemento ho (di nyo ze ho), che non è altro che la retribuzione che appare sia nella vita degli uomini sia nell’ambiente in cui vivono.
Ambedue sono l’effetto del karma. Perciò, questa unità comincia all’atto stesso della nascita. Infine funi è l’abbreviazione che indica l’unità essenziale al di là della differenza fenomenica, cioè vita e ambiente sono due ma non due, non due ma due.
Con la nostra mente oscurata distinguiamo vita e ambiente come elementi separati che eventualmente interagiscono, benché oggi alcune discipline scientifiche, l’ecologia anzitutto, tentino di afferrarne l’unitarietà. Invece per il Buddismo individuo e ambiente costituiscono essenzialmente un’unità, tanto che lo stato vitale dell’uno diventa automaticamente lo stato vitale dell’altro.
Ma se l’ambiente delle persone che percorrono i sei cattivi sentieri è facilmente individuabile, più difficile è definire l’ambiente dei quattro mondi nobili. Scrive a questo proposito Nichikan Shonin: «Gli individui nello stato di Apprendimento o di Illuminazione Parziale vivono su una terra di transizione, i bodhisattva su una terra di ricompensa reale e il Budda sulla terra eterna e illuminata.»
Questi termini non indicano utopici mondi lontani, fantastici o irreali. Il primo ambiente, chiamato più esattamente “Terra di transizione e di rimanenza”, indica l’ambiente in cui gli individui sono pienamente coscienti dell’impermanenza dei fenomeni e sono liberi dalle illusioni. La realtà, che appare per quello che è, vuota, non stimola i desideri dei mondi più bassi. Gli uomini vivono questo ambiente con distacco, come viandanti momentaneamente alloggiati in un palazzo non di loro proprietà. Ma non tutte le illusioni sono sradicate; rimane (di qui il nome ‘rimanenza’) l’oscurità fondamentale, cioè l’ignoranza della propria natura di Budda.
La “terra della ricompensa reale e del non impedimento” è il prodotto delle compassionevoli azioni dei bodhisattva. La ricompensa reale è il frutto delle fatiche e degli sforzi per costruire una società giusta, libera e felice. Il non impedimento significa che la jihi riesce ad abbattere qualunque ostacolo sia fisico sia spirituale che impedisce di trasformare la terra delle illusioni nella pura terra del Budda.
Infine i Budda vivono nella terra della luce eternamente tranquilla, in cui regna la perfetta armonia e la liberazione totale dalle sofferenze di nascita e morte. Ma non è un paradiso. Qualunque ambiente può essere trasformato, grazie al Buddismo, nella pura terra del Budda. Se la mente degli uomini che lo abitano è pura, cioè basata sul decimo mondo, anche la terra lo sarà. Così tutte le differenze fenomeniche si ricompongono nell’unità della Legge dell’universo, immutabile sia quando, basandosi sul mondo d’Inferno, gli esseri umani costruiscono una società infernale in una terra impura, sia quando riescono a far emergere la natura di Budda presente in ogni terra e in ogni forma di vita dell’universo.

Il Buddambulo #10

La tradizione filosofica dominante in Occidente tende (nel mondo greco a partire da Platone, che ha influenzato in maniera determinante il Cristanesimo; nel mondo moderno a partire da Descartes) a separare corpo e anima, materia e spirito, estensione e pensiero. Spesso il primo termine veniva collegato al male e alla morte, il secondo al bene e all’immortalità. Teoricamente sarebbe quindi possibile separare il bene dal male, la morte dalla vita, combattere contro l’aspetto negativo e far trionfare solo l’aspetto positivo. Ironia della sorte, la società occidentale ha conseguito i suoi più splendidi successi in campo scientifico e tecnologico, mentre in campo spirituale il bilancio è stato più discutibile.

All’opposto i filosofi monisti, che riducono tutto il reale a uno solo dei due aspetti (tutto è materia oppure spirito) si trovavano poi in difficoltà a spiegare la complessità della vita in tutte le sue forme. Per il Buddismo invece materia e spirito, corpo e mente, non sono che due aspetti della medesima entità. Questo principio, conseguenza diretta dell’unificazione delle tre verità, è detto unione o inseparabilità di corpo e mente (shikishin funi).

Questo termine compare per la prima volta nel commento di Miao-lo all’Hokke Gengi di T’ien-t’ai. Shiki, contrazione di shiki-ho (fenomeni fisici) indica tutto ciò che può essere percepito esteriormente: in altre parole l’aspetto visibile. Shin, contrazione di shin-po, corrisponde a ciò che è invisibile, alla mente. Funi è l’abbreviazione sia di nini funi (due ma non due) che di funi nini (non due ma due). Ciò significa che corpo e mente appaiono distinti senza esserlo, sono due solo fenomenicamente, ma formano un’unità inscindibile a livello di entità. L’intelletto umano li percepisce e li analizza separatamente; ma agli occhi del Budda sono semplicemente due manifestazioni della stessa realtà.

Solo la psicanalisi ha tentato di superare il tradizionale dualismo, mentre la psicosomatica ha dimostrato come la mente possa influire sul corpo dando origine a molte malattie. Ma il Buddismo si spinge oltre. Non si tratta di stabilire come un fattore influenzi l’altro, perché in questo caso si ragionerebbe ancora in termini dualistici. Non esistono una materia pura e uno spirito puro che interagiscono secondo modalità non ancora del tutto chiarite scientificamente; esiste solo l’entità fondamentale della vita che si manifesta come materia o energia, come corpo o pensiero.

Corpo e mente appartengono al livello fenomenico, l’unicità è il livello della “vera entità”. Ne consegue che, agendo tramite la pratica buddista (a livello di entità), avremo la possibilità di migliorare la nostra salute e di guarire da malattie, sia fisiche sia psichiche, di fronte alle quali la scienza medica si è dimostrata impotente.

Il Buddambulo #9

Il Buddismo esplicita la verità che la nostra vita non è ristretta nei confini di ciò che comunemente percepiamo come io, ma include gli altri, il mondo esterno e addirittura l’intero universo. La migliore concettualizzazione di questa verità si trova nella teoria dei tremila regni in un singolo istante di vita, che descrive l’illimitato potenziale della vita.

Da questa teoria derivano molti altri principi chiave del Buddismo, come il principio di non dualità di corpo e mente e quello di non dualità della vita e del suo ambiente. Poiché la teoria dei tremila regni colloca i dualismi in un più ampio contesto dove è possibile armonizzare gli opposti, comprenderla può aiutarci a risolvere i problemi che sorgono dal pensiero dualistico.

Il sistema filosofico dei «tremila regni» fu sviluppato in Cina da T’ien-t’ai, straordinario teorico buddista del VI secolo. Il sistema di T’ien-t’ai si basa sul Sutra del Loto e offre una visione del mondo che da conto della relazione di reciproca inclusione tra tutti i fenomeni e la realtà fondamentale della vita. Ciò significa che la vita del Budda è universalmente inerente a tutti gli esseri e che la distinzione tra una persona comune e un Budda esiste solo a livello fenomenico.

In giapponese la teoria di Tien-t’ai è chiamata ichinen sanzen. Ichinen, che letteralmente significa “un pensiero” o “una mente”, indica il vero aspetto della vita, o la realtà fondamentale che si manifesta in ogni momento nell’esistenza dei comuni mortali. Sanzen invece significa “tremila” e indica la molteplicità delle leggi invariabili che governano i fenomeni attraverso i quali la realtà fondamentale si manifesta.

Il numero tremila deriva dalla moltiplicazione dei differenti componenti che costituiscono il principio di ichinen sanzen: i dieci mondi, cioè i dieci stati della vita, ognuno dei quali contiene al suo interno, oltre a se stesso, gli altri nove, per un totale di cento mondi; i dieci fattori, dei quali è dotato ognuno dei cento mondi, e che diventano quindi mille fattori: e i tre regni dell’esistenza in cui ognuno di questi mille fattori opera, arrivando così al totale di tremila.

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Descrizione:

I dieci mondi sono:

  1. di inferno,
  2. degli spiriti affamati (avidità),
  3. degli animali (animalità),
  4. degli asura (collera),
  5. degli esseri umani (umanità),
  6. degli esseri celesti (cielo),
  7. degli ascoltatori della voce (apprendimento),
  8. dei risvegliati all’origine dipendente (realizzazione),
  9. dei Bodhisattva (bodhisattva),
  10. dei Budda (buddità).

Essi rappresentano stati vitali distinti, ma fluttuanti, che ognuno di noi sperimenta, e descrivono le possibili circostanze della vita; in ogni momento ci troviamo in uno o nell’altro di questi “mondi”. L’Inferno è il mondo dell’infelicità che sprofonda in se stessa; l’Avidità è caratterizzata da un desiderio insaziabile; le persone nel mondo di Animalità cercano di adulare o dominare gli altri, a seconda che li ritengano più o meno potenti di loro; il mondo di Collera è il mondo della rivalità e dell’invidia mascherate da apparente virtuosità; l’Umanità è uno stato di calma razionale; il mondo di Cielo è quello dei desideri appagati; il mondo di Apprendimento è caratterizzato dal piacere di ampliare il proprio sapere. La Realizzazione è il mondo assorto dell’elaborazione creativa; Bodhisattva incarna lo spirito di dedizione agli altri e la Buddità rappresenta la capacità più creativa e totalmente positiva. Ciascuno di questi mondi contiene potenzialmente tutti gli altri, ciò significa che possiamo far emergere la Buddità in qualunque momento della nostra vita di normali esseri umani.
Mentre i dieci mondi descrivono le differenze fra gli individui e i fenomeni, i dieci fattori descrivono gli elementi comuni a tutte le forme di vita in ciascuno dei dieci mondi.

I primi tre fattori sono:

  1. aspetto (ciò che è visibile),
  2. natura (le predisposizioni interiori, che non sono visibili)
  3. entità (l’essenza della vita che permea e integra aspetto natura)

Questi primi tre fattori costituiscono l’esistenza e l’essenza di un determinato essere vivente.

I successivi sette fattori esprimono i meccanismi e le funzioni, il modo in cui la nostra vita interagisce con l’ambiente circostante e con gli altri. Sono: potere, influenza, causa interna, relazione, effetto latente, effetto manifesto e la coerenza dall’inizio alla fine

Per fare un esempio semplice, la causa interna potrebbe essere paragonata a un sedimento sul fondo di un bicchiere d’acqua e la relazione a un cucchiaino che rimescola l’acqua. Il risultato è che l’acqua si intorbida. Senza la causa interna rappresentata dal sedimento l’acqua non diventerebbe mai torbida, per quanto la rimescoliamo. Allo stesso modo, un commento o un particolare episodio possono far infuriare o ferire profondamente una persona, mentre per qualcun altro lo stesso stimolo esterno non produce alcun effetto. Il decimo fattore, la coerenza dall’inizio alla fine, sta a significare che i dieci fattori sono coerenti in ciascuno dei dieci mondi. Quindi il mondo di Inferno ha l’aspetto, la natura, l’entità, l’effetto manifesto ecc. del mondo di Inferno, e ognuno di questi differisce da quelli degli altri mondi.

I tre regni sono

  1. il regno delle cinque componenti,
  2. il regno degli esseri viventi,
  3. il regno dell’ambiente.

Dal punto di vista dell’essere umano, possono essere sintetizzati come “individuo”, “società” e “ambiente”. T’ien-t’ai ha ricavato la teoria di ichinen sanzen dai principi esposti nel Sutra del Loto, la scrittura buddista che è alla base del Buddismo di Nichiren Daishonin.

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Benché la teoria dei tremila regni sia un’analisi complessa e dettagliata di ogni istante di vita, Nichiren era convinto che chiunque sarebbe stato in grado di comprendere questi concetti, da lui riassunti o condensati nella frase: “Nam Myoho Renge Kyo”. 

Attraverso lo studio della teoria dei tremila regni possiamo comprendere meglio il fondamento filosofico e culturale degli insegnamenti di Nichiren e anche capire perché la recitazione di Nam myoho renge kyo sia una pratica efficace.

La teoria dei tremila regni rivela che tutti i fenomeni, senza eccezione, esistono in ciascuno degli istanti di una vita individuale, e che in ogni istante è perciò contenuto un potenziale infinito.

Nichiren spiegò che una vita individuale in ogni istante simultaneamente permea l’intero universo e racchiude in sé tutte le leggi e tutti i fenomeni. Perciò, la vita di ogni persona coincide letteralmente con l’universo. La teoria dei tremila regni in un singolo istante di vita fornisce la struttura concettuale per esprimere questa verità. (Continua)

Il Buddambulo #8

Benché la parola Budda possa richiamare l’immagine di una figura storica o gli studi di religione che abbiamo compiuto, essa è anche la descrizione della più alta condizione vitale che ognuno di noi può raggiungere. Il termine Budda significa “il risvegliato” e il Budda storico (conosciuto come Shakyamuni o Siddhartha Gautama) scoprì che tutti gli esseri umani hanno dentro di sé il potenziale per ottenere l’illuminazione, chiamata anche Buddità.

Questo può essere paragonato all’immagine di una pianta di rose in inverno: sappiamo che nelle gemme vi è il potenziale per fiorire, ma durante l’inverno non è possibile ammirare i fiori.

Allo stesso modo, risvegliando il nostro potenziale, possiamo attingere a saggezza, coraggio, speranza, fiducia, compassione, vitalità e perseveranza senza limiti. Invece di tentare di evitare o di temere i nostri problemi, impariamo a confrontarci con essi con gioioso vigore, sicuri della nostra capacità di superare qualsiasi ostacolo si presenti sul nostro cammino.

Il Buddismo ci mostra inoltre il modo più soddisfacente di vivere insieme alle altre persone. Spiega che quando aiutiamo gli altri a superare i loro problemi, le nostre stesse vite ne traggono giovamento.
Quando le nostre capacità aumentano e il nostro carattere si rafforza, l’origine dei nostri problemi rientra sotto il nostro controllo. Poiché attuiamo un cambiamento interiore, anche la relazione con i nostri problemi cambia, producendo soluzioni positive in modi sorprendenti e tangibili.

Attraverso questo processo di autoriforma, possiamo anche realizzare i nostri sogni e i nostri desideri.
Invece di spingerci a eliminare i desideri alla radice, il Buddismo di Nichiren riconosce che è tipico della natura umana avere dei desideri e che attraverso la nostra rivoluzione umana eleviamo il nostro stato vitale, così che le nostre vite diventino “magneti” in grado di attrarre ciò che ci renderà sempre più felici.

Non solo realizziamo i nostri desideri attraverso il cambiamento prodotto dalla pratica buddista; quegli stessi desideri diventano il propellente che ci conduce all’illuminazione.
La vita è in continuo movimento, cambia in ogni istante. L’unica costante nella vita è il cambiamento.
Le nostre menti sono in continuo fluire e, se in un certo momento ci sentiamo capaci di conquistare il mondo, in quello seguente potremmo sentirci schiacciati dalle più comuni difficoltà. Ma perseverando nella pratica buddista rafforziamo la nostra determinazione e la capacità di vivere con piena soddisfazione.

In ogni caso una vita felice non è una vita priva di problemi. Il solo fatto di essere umani, per definizione, significa incontrare nuove sfide ogni giorno. La vera felicità o la vittoria nella vita consiste nell’avere gli strumenti per affrontare ogni difficoltà, superarla, e diventare più forti e più saggi grazie a questo processo. In ognuno di noi si celano le risorse che ci rendono capaci di superare qualsiasi problema. Il Buddismo è la pratica che ci permette di accedere a questo “magazzino” interiore e di far emergere la forza necessaria per superare qualsiasi sfida. (Continua)

Il Buddambulo #7

Noi tutti possediamo un potenziale per realizzare una vita felice. Dentro di noi possiamo scoprire la capacità di vivere con coraggio, di avere relazioni soddisfacenti, di godere di buona salute e prosperità, di sentire e mostrare una sincera compassione per le altre persone, e la forza che occorre per affrontare e superare i nostri problemi più profondi.

Fondamentale per vivere una vita felice è compiere una trasformazione interiore che ci permetta di manifestare le nostre più nobili qualità umane e di cambiare le nostre circostanze. Questo processo consiste nel rinnovare noi stessi, nel compiere la nostra rivoluzione umana.

Per capire meglio questo pensiero proviamo a considerare questa situazione: forse non vi sentite apprezzati nel vostro posto di lavoro.
Il vostro superiore vi tiene in scarsa considerazione oppure vi ignora e questa situazione vi porta a demoralizzarvi e ad autocommiserarvi. Anche se siete esperti nel nascondere la vostra negatività, ogni tanto questa fa capolino. Magari i vostri colleghi o il vostro capo credono che non siate abbastanza determinati ad avere successo nel vostro lavoro, o che abbiate un brutto carattere. Esistono molte ragioni che giustificano il vostro umore negativo e tutte sono “valide”. Ma quali che siano le ragioni, questa situazione nel suo insieme vi fa perdere delle opportunità di crescita. Al giorno d’oggi questa è una situazione che si riscontra in molti ambienti lavorativi.

Ma immaginate di cominciare a recarvi al lavoro con un atteggiamento del tutto diverso, che non è semplicemente una condizione mentale, quanto l’espressione di un senso profondo di vitalità, fiducia in se stessi e compassione. La vostra compassione vi porta a provare empatia per la situazione del vostro capoufficio. Osservando la situazione da un altro punto di vista, sviluppate con il vostro superiore una relazione diversa, gli offrite il vostro supporto e vi scoprite sempre meno scoraggiati dalla negatività che lui o lei mostra talvolta nei vostri confronti.
Il vostro capo comincia a vedervi sotto una nuova luce e cominciano a sbocciare nuove opportunità.

Questo ovviamente è solo un esempio molto semplice e molti di noi converrebbero che si tratti del modo naturale di affrontare le cose, ma vivere in questo modo ogni giorno richiede un cambiamento radicale nei nostri cuori e nel nostro atteggiamento. Una volta che il cambiamento è avvenuto, come un effetto domino che non si arresta mai, possiamo esercitare un’influenza positiva sulle persone intorno a noi.

La trasformazione interiore influenza il nostro ambiente

La pratica del Buddismo come insegnata da Nichiren è il catalizzatore che attiva questa rivoluzione interiore. Fornisce un immediato accesso al potenziale illimitato che è inerente alle nostre esistenze, attraverso il quale possiamo condurre una vita felice.
Il Buddismo di Nichiren Daishonin assicura che possiamo ottenere noi stessi una condizione vitale libera e felice e allo stesso tempo agire per sviluppare l’armonia intorno a noi.

Il Buddismo è una filosofia di vita che, a un livello fondamentale, non fa distinzioni tra l’individuo e l’ambiente in cui questi vive. Come un pesce nell’acqua, i due aspetti non solo sono inseparabili ma l’uno fa da specchio all’altro. Quindi, per un buddista, il miglioramento personale e di tutto ciò che circonda ognuno di noi vanno di pari passo. I due aspetti in realtà sono così interconnessi che non è corretto considerarli delle entità distinte. Aiutando le persone a superare le loro sofferenze e le illusioni si ottiene il beneficio di migliori condizioni sociali, poiché dalle une originano le altre, nel bene e nel male. (Continua)

Il Buddambulo #6

Benché i libri che pretendono di spiegare come diventare felici siano numerosi, nel complesso gli esseri umani sono ancora tormentati dagli stessi problemi che assillavano i loro antenati. Il povero cerca la ricchezza, il malato desidera ardentemente la salute, coloro che sono afflitti dalle discordie familiari vorrebbero vivere in armonia, e via dicendo. I problemi, comunque, non sono in se stessi la causa fondamentale dell’infelicità: secondo il Buddismo, la causa reale dell’infelicità non è l’esistenza dei problemi ma il fatto che manchiamo del potere e della saggezza per risolverli.

Il Buddismo insegna che tutti gli individui possiedono un potere e una saggezza illimitati, e insegna il modo di sviluppare l’uno e l’altra. Piuttosto che cercare di eliminare la sofferenza e le difficoltà, che sono considerate intrinseche alla vita stessa, il Buddismo si concentra invece sul modo di sviluppare il nostro infinito potenziale allo scopo di vivere una vita realmente felice.
Potere e saggezza, spiega il Buddismo, derivano dalla forza vitale, perciò se sviluppiamo una forza vitale sufficiente saremo in grado di fronteggiare le avversità della vita e di trasformarle in una sorgente di felicità e di gioia.

Quando cadiamo in una profonda disperazione o siamo alle prese con un problema difficile, è arduo credere che la nostra vita possieda un potenziale illimitato. Ma questa è l’essenza di uno dei più profondi insegnamenti buddisti, noto come «i tremila regni in un singolo istante di vita», che vedremo nel prossimo post.
Per tutta l’epoca moderna, lo sviluppo della civiltà scientifica occidentale è stato sorretto, e forse persino dominato, dall’umanesimo, una dottrina che accentua la superiorità dell’uomo in quanto essere razionale. Ma l’umanesimo non sempre si è fondato su una visione globale della vita. In definitiva, l’idea che l’essere umano sia il centro dell’universo è ristretta ed egocentrica.

Non possiamo negare che il senso dell’io sia necessario per condurre una vita soddisfacente, ma l’attaccamento all’idea che l’io costituisca la totalità dell’esistenza secondo il Buddismo è non soltanto limitata ma addirittura pericolosa. Il Buddismo insegna invece che la strada per la liberazione dalla sofferenza sta nel risvegliarsi a una vita più grande che trascende i ristretti confini dell’io.

La coscienza dell’io costituisce la struttura che supporta la nostra visione del mondo. La percezione dell’universo diviso in due parti contrapposte – io e altri o interno ed esterno – sorge dalla nostra coscienza dell’io. Questa stessa coscienza dà origine agli altri dualismi come, ad esempio, il dualismo di mente e corpo (che ci fa credere che la mente sia il nostro vero io, mentre il corpo non lo è), quello di materia e spirito o quello di umanità e natura. Il pensiero dualista è stato il fondamento dell’evoluzione della civiltà moderna, ma è anche la radice di gran parte dei suoi attuali problemi. (Continua)