Riflessione

In generale, la vita è un viaggio in continuo cambiamento, pieno di sfide, opportunità e momenti preziosi. Ogni giorno ci offre l’opportunità di imparare, crescere e connetterci con il mondo che ci circonda. È importante essere consapevoli delle nostre azioni, delle scelte che facciamo e delle relazioni che coltiviamo.

La riflessione può aiutarci a comprendere meglio noi stessi, a valutare le nostre esperienze e a sviluppare una prospettiva più profonda sulla vita. A volte, prendersi il tempo per pensare a ciò che è davvero importante può portare a decisioni più consapevoli e appaganti.

Ricordiamoci che la vita è un processo di apprendimento continuo, e anche nei momenti difficili possiamo trovare opportunità di crescita e resilienza. Siamo aperti alle sfide, abbracciamo le esperienze con gratitudine e cerchiamo di vivere in modo autentico, seguendo i valori che sono significativi per noi.

Fragilità

La fragilità è il grande tabù del nostro tempo: entrare in contatto con la propria fragilità, quindi essere in grado di sentire anche quella dell’altro, è difficile. È importante sentire la fragilità – come recita Mariangela Gualtieri – perché “è breve il tempo che resta“.

Quindi che senso ha essere duri? Perché sprecare energia nell’indifferenza? Nel togliere la parola ad una persona che abbiamo amato, o nell’umiliare l’altro, quando un dolore non trova la sua via di uscita? In quanto modi, ci feriamo. Forse la tenerezza è proprio questo: il legame di consapevole finitezza, con la vita.

C’è qualcosa di molto misterioso nel fatto di sentirsi toccati da qualcuno, o provare tenerezza per qualcuno. Le persone e le cose, si illuminano nella loro semplicità.

È scegliere di vivere senza maschere, senza rigidità. E si intensifica, attraverso questa postura, questo sguardo, il nostro desiderio di prenderci cura, di creare protezione, affezione.

Reagire alla ferita del mondo attraverso la tenerezza. Un mantra, che voglio ricordare oggi.

Febbraio

Anche oggi, in pieno Inverno, c’è un sole abusivo che spunta, prepotente, dietro nuvole timide. I venditori di ombrelli sono in sciopero della fame, le città soffocano sotto una cappa di inquinamento, i laghi si stanno prosciugando, la neve artificiale ha sostituito quelle belle nevicate di una volta, le allergie da polline sguazzano nei nasi colanti, il freddo marca il cartellino e se ne va al mare e gli alberi sono in fiore.

La primavera è donna ma, stranamente, è in anticipo all’appuntamento con l’Inverno.

Polis

Uno sguardo alle origini della parola “politica” per ricordarsi quali ideali meravigliosi significhi.
Se cerchiamo in un qualsiasi motore di ricerca il significato della parola “politica”, la frase che più troveremo accomunata molto sinteticamente, sarà “bene comune”.

Etimologicamente la lingua antica che dobbiamo ringraziare è senza dubbio il greco antico, la civiltà ellenica e, in particolare, la parola “polis“.
Questo sostantivo è tra i più ricchi di significati all’interno del lessico greco e quello che purtroppo crea più problemi d’interpretazione e traduzione in quanto muta completamente accezione a seconda del contesto nel quale si trova.

Il suo significato passa con disinvoltura da “città” a “città fortificata”, a “regione”, “cittadinanza”, “città a regime democratico”, “repubblica”, “condizione di cittadino”, “abitanti”, eccetera.
Nella civiltà ellenica, in particolare ad Atene, la ”polis” era fondamentale non solo dal punto di vista politico, sociale ed economico, ma anche, e soprattutto, sotto il profilo psicologico ed etico-morale.

Cosa significava “polis” per un Greco? Essere un “polites” cioè un cittadino, nel pieno dei suoi diritti e doveri, indipendentemente dagli avi che lo hanno preceduto, che ha la facoltà di prendere parte alle decisioni comuni, proponendo, attraverso la libertà di parola, quello che ritiene sia il consiglio migliore per la comunità.

Il “polites” si sente coinvolto nella gestione della vita della sua città in prima persona: soffre, ama, combatte con ardore per i suoi concittadini quasi fossero membri della sua stessa famiglia. La meta finale della politica era infatti conseguire “il vivere bene”. È proprio questa la qualità che si riconosce ancora oggi ai greci: essi sperimentarono molto raramente quel conflitto fra società ed individuo che è causato dalla distanza fra chi è al potere e chi è sottomesso, ed è palese come gli interessi dell’individuo coincidessero con quelli della comunità. Ognuno trovava la propria realizzazione nella partecipazione alla vita collettiva e nella costruzione del “bene comune”.

Meditiamo gente, meditiamo.

Scelte

…E ci capita di pensare come sarebbe stata la nostra vita se, davanti ad uno dei tanti bivi, avessimo scelto una strada diversa.
Se, invece di prendere la decisione che ci ha condotto per mano fino a quel punto, ne avessimo afferrata un’altra.
Magari con un colpo di coda finale, con un impensabile cambiamento di idea allo scadere del tempo.
Se, non avessimo dato retta alla parte razionale di noi, a quella stupida, ma saggia vocina che sussurra sempre cosa è meglio fare per noi, per i nostri genitori, amici o compagni.
O se invece, al contrario, non avessimo seguito l’istinto, quanto c’è di più animale, passionale ed irragionevole nell’uomo, ciò che ci indica, senza un motivo apparente, una determinata direzione.
E ci chiediamo se avremmo fatto bene… se davvero abbiamo preso la decisione giusta…

Nella nostra mente si affollano ricordi, istantanee di scelte prese, attimi di una vita fatta di decisioni forzate, non desiderate, di tempo passato a tentare di scappare da qualcosa di inevitabile, da una scelta obbligata.
La direzione della vita non dipende da quelle che noi comunemente chiamiamo “scelte importanti” perché non esistono scelte più importanti di altre. Ogni piccola, minima, decisione è un passo incerto verso il nostro futuro, un tuffo nell’ignoto.
Esistono forse scelte che racchiudono un numero di conseguenze, domande e bivi maggiori di altre, ma non per questo più importanti. Anche un minuto di ritardo ad un appuntamento, una strada sbagliata nel tornare a casa o una uscita imprevista può cambiare il corso di una vita.
…E ci accorgeremo che, ci vuole un grande, enorme, immenso coraggio in un qualsiasi tipo di decisione che una qualsiasi persona, con un minimo di coscienza e razionalità, prende.

Che ci vuole una grandissima fiducia in sé stessi e nelle proprie potenzialità per continuare il cammino, per non arrendersi e rannicchiarsi nell’angolino più buio della nostra stanza, per avanzare a testa alta nell’intricato labirinto di possibilità e decisioni chiamato vita.

Questo è il gioco della vita e se vogliamo rimanere in gara dobbiamo rassegnarci a rispettarne le sue regole. Dobbiamo continuare a prendere decisioni sperando che siano le migliori, sperando che la strada intrapresa, non ci porti soltanto verso un burrone pieno di rimpianti.
Abbiamo preso la decisione giusta? Ne siamo sicuri? Siamo pronti ad affrontarne tutte le eventuali conseguenze? Forse no, ma del resto non ha importanza. Possiamo continuare a chiederci se abbiamo fatto bene, ma di certo non dobbiamo lasciarci torturare dall’illusione che la scelta scartata sarebbe stata la migliore, perché questo non potremmo mai saperlo.

Comunità

Quando saremo diventati anziani, cosa avrà dato un significato alla nostra vita?
Il fatto di essere rimasti in ufficio fino a tardi per anni e anni?
Oppure il fatto di aver posseduto un’auto da 40.000 euro?
Oppure l’aver sedotto molte donne?
Molto probabilmente guardando indietro ci accorgeremo che in tutti i momenti che hanno avuto un forte significato per noi vi era coinvolta una persona cara.
Sono le persone che ci sono vicine a rendere indimenticabili i momenti belli e meno pesanti quelli brutti. Le persone ed il tipo di relazione che abbiamo con loro sono ciò che completa una vita piena.
Sfortunatamente, siamo ormai tutti troppo indaffarati e le città sono troppo grandi e dispersive per permetterci di trascorrere del tempo ed investire delle energie nell’entrare in connessione uno con l’altro ad un livello meno superficiale.
Le nostre vite impegnate ci disconnettono dagli altri, anche da coloro con i quali viviamo, e perdiamo l’opportunità di provare una relazione che arriva ai sentimenti.
Parlando di relazione che arriva ai sentimenti ma che ti fa sentire grato per la presenza di una certa persona nella tua vita.
È la mancanza di questo tipo di relazioni che ci fa dare gli altri per scontati.
Non possiamo sentire la mancanza di ciò che non abbiamo.
Quando proviamo la gioia ed il calore di un rapporto più profondo con gli altri, sentiamo come una priorità il poter far parte di un circolo, di un gruppo di persone, quello che in inglese viene definito “community”.
Una comunità che ci supporta (la traduzione in italiano non rende appieno il senso di un gruppo affine, che incoraggia, condivide, aiuta e rispetta) è ciò che rende piena la nostra vita.
Ci protegge, ci sfida ad essere autentici e, cosa più importante, ci insegna ad amare, noi stessi e gli altri.
La base della creazione di una comunità è la qualità delle relazioni che si instaurano tra le persone.
In una relazione di qualità, ci sentiamo supportati, ispirati, e ci sentiamo sfidati a tirar fuori il meglio di noi stessi.
Troppo spesso, invece, alcune delle persone che ci stanno vicine prosciugano le nostre energie e ci fanno sentire inadeguati, demotivati e anche depressi.
Quando siamo su un percorso di crescita personale, cerchiamo in modo naturale di entrare in relazione con una categoria “positiva” di persone, allo scopo di costruire una relazione profonda e che arriva ai sentimenti.

Compagni libri

Ci sono libri che ci seguono da anni. Seguono le nostre stagioni, il nostro tempo, il nostro umore, il nostro essere. Li teniamo sempre vicini senza leggerli o meglio li iniziamo ma non riusciamo, non siamo mai riusciti a portarli a termine. Uso il plurale perché so per certo che questi libri appartengono a molti di noi.

Io ne ho una manciata. Non potrei disfarmene, li tengo sempre vicino, viaggiano con me, mi accompagnano in vacanza, sono una presenza rassicurante, fidata. Inizio a leggerli in momenti diversi, in quelli “brutti” per trovarne supporto e conforto, in quelli “belli” con il desiderio di leggerli fino alla fine per utilità e beneficio. Ma niente, non ce la fo.

Ma allora non sono interessanti, coinvolgenti, se non si riesce a leggerli completamente, qualcuno potrebbe obbiettare.

Sono saggi, niente a che vedere con i romanzi di qualsiasi colore, e richiedono anche un certo impegno celebrale, è questo il motivo principale. Ma sono importanti, di questo sono sicuro, almeno per me. Sono illuminanti, hanno valore come il faro per la nave, il radar per l’aereo.

Non so se un giorno li terminerò… ma, se quel giorno non avverrà, avranno avuto comunque un ruolo importante nella mia quotidianità, quella di avermi fatto compagnia, dato tranquillità e infuso speranza.

Compromessi

Fra i vari pensieri, molte volte insignificanti, che attraversano la mia mente, quando passeggio con il mio Forte, stamane riflettevo sul passaggio all’eta adulta.
Per molti questo momento avviene la prima volta in cui si fa sesso, quando si prende la patente o la prima sbronza, quando si dice il primo ti amo o con il primo cuore spezzato.
Io credo che il diventare adulti inizia quando si ha la consapevolezza che non è ottenere esattamente ciò che vogliamo ma il saper plasmare ciò che vorremmo su ciò che abbiamo. E’ il momento in cui, pur rendendoci conto di non poter avere esattamente ciò che vogliamo, proseguiamo per la nostra strada senza rinunciare al nostro sogno, ma modificandolo al punto di renderlo fattibile. Essere adulti, significa questo. Scendere a compromessi con se stessi, senza pensare che sia denigratorio, sbagliato o umiliante.

Uomini no

Si espande la follia che domina nell’uomo. Non passa giorno che le città vengono abbagliate da ferite mortali. Donne non trovano scampo da killer apparentemente rispettabili. Omiccioli, illusi astuti, soddisfano le loro deficienze, abbagliati da effimere aspettative che dimostrano il loro insignificante intelletto.
Non facile rimedio a questa mancanza di civiltà, “non ci resta che piangere” diceva il titolo di una pellicola, ma di rassegnazione non c’é bisogno, di insegnamento e formazione si.

L’ umanità è una

Non esiste solo l’antisemitismo. E’ questo l’errore, marchiano, che la stampa e i social media stanno, al solito, veicolando. La questione Palestinese non è abbassabile ad un mero sdegno nei confronti di un popolo che ha subito l’odio più profondo e la persecuzione più sanguinosa della storia. Rimangono due binari separati e anche piuttosto nettamente. L’intrico eterno, purtroppo, del Medio Oriente merita un’attenzione così profonda che ridurre il tutto a questo non fa che portare confusione nella confusione.

Sarà banale, ma mai come dall’avvento delle Rete quasi ogni argomento è divenuto solo un chiassoso contrapporsi di urla, insulti e denigrazione. Complici per primo politicanti, mozzaorecchie e giornalisti proni che danno alle “menti semplici” (*) l’opportunità di mostrarsi, pavoneggiarsi sulle vicende mondiali. Quelle altrui ed intricate sono le migliori. Qui nessuno ha nulla da insegnare, se non i fatti, che sempre dovrebbero essere edulcorati dalle opinioni personali. I diritti umani sopra ogni cosa andrebbero incorniciati nella maniera più corretta e neutra possibile.

L’ umanità è una, con tutte le variabili infinite della singola persona, del pensiero proprio ed unico di ognuno. Naturalmente la formazione e la cultura fanno la differenza, così come -purtroppo- i credo religiosi, l’ambiente circostante, tutto. Proprio per questo, dal 1948, non esiste solo lo Stato di Israele, ma anche la Palestina. Anzi, prima di Israele era la Palestina.

La via più semplice sarebbe il silenzio, ma chi ha voglia di tacere? Io (noi) per primo trovo le scorciatoie per veicolare il “mio” pensiero, che non può mai essere così arrogante da credere di essere quello corretto, quello che scopre una verità che nessuno ha in tasca. Tutti colpevoli? In un certo senso sì, ma anche con il diritto inviolabile di esprimersi. Un’espressione che dovrebbe far crescere, portare all’approfondimento, al confronto. Un’utopia disdegnata per la vacuità dell’esposizione, del riscontro, dei pollici all’insù.

Per cui no e no. Non c’è solo l’antisemitismo. C’è anche l’anti mussulmano, l’anti cristiano, l’anti ragionamento, l’anti intelligenza, l’anti umanità in senso lato. Tutto un universo di incomprensione e odio che conduce all’unico risultato di fare dell’unico mondo che abbiamo un disastro di eccellente auto distruzione. Con il benestare di coloro che, in un anfratto della loro testa, pensano di essere immortali, evidentemente. La storia non insegna, perchè non si ascolta, non si legge: si vuole cambiarla per la propria opportunità, per un fine supremo volatile come il pensiero univoco.

Il singolo esiste come parte di una comunità globale. Abbastanza lineare da esprimere, quasi impossibile da capire.

(*) “The Jean Genie”, David Bowie, 1973.