Elvis Presley

In un certo senso, col rock’n’roll cambiò tutto. Le implicazioni furono enormi, ma in senso stretto l’avventura vera e propria del rock’n’roll non durò molto. C’era in esso qualcosa di confusamente sovversivo a cui i giovani aderirono con entusiasmo, ma che spaventò l’America «adulta» e benpensante. Volendo cercare una data, fatidica come tutte le altre che riguardano la storia del rock, dobbiamo prendere di nuovo come riferimento la vicenda di Elvis Presley, che con le sue contraddizioni ben rappresenta la duplicità e la fragilità di questa musica.
Elvis era davvero un personaggio psicologicamente complesso, diviso tra un istintivo senso di ribellione e la voglia di consenso, di accettazione da parte di tutto il pubblico americano. Proprio quando il suo mito era definitivamente consolidato nell’immaginario giovanile, si pose il problema del servizio militare, era il 1958. Elvis accettò di buon grado di servire la patria, sottolineando anzi il suo gesto con plateale patriottismo. La strategia gli fu suggerita dal suo manager, il famigerato colonnello Parker che aveva assunto il controllo totale della sua carriera e che aveva intuito perfettamente che, per accedere alla totalità del mercato musicale, Elvis Presley non poteva essere considerato un oltraggioso sovversivo. Bisognava modificare quell’immagine e l’occasione del servizio militare fu sfruttata nel migliore dei modi. Non solo Elvis si sottomise a tutti gli obblighi di leva, ma rinunciò a qualsiasi privilegio, mostrandosi umile e obbediente, in altre parole un bravo ragazzo americano, moderato e amante della patria. Per questo molti hanno preso quella data come la fine del rock’n’rol, o almeno la fine della fase più autentica e sovversiva del fenomeno.
Nel frattempo, l’industria della musica, inizialmente spiazzata dal boom del nuovo sound, aveva potuto prendere le misure del mercato giovanile e riacquistare il pieno controllo della situazione. Già nuovi idoli giovanili, molto piú innocui e addomesticati, si affacciavano alle porte. Il rock’n’roll, stemperando tutti i lati piú pericolosi e imprevedibili, stava per diventare la base per la nuova industria del divertimento.
Nonostante il leggendario «comeback» del 1968, con il quale torna alla musica dal vivo dopo innumerevoli e inutili film, viene letteralmente travolto dall’avvento del rock. Poche, pochissime le cose da ricordare e tutte più o meno negli anni Sessanta. Nel decennio successivo, l’ultimo della sua carriera, Elvis si limita a diventare la caricatura di se stesso. Ma il suo successo rimane inalterato e il suo culto cresce fino alla sua morte, nel 1977, quando nel mondo del rock sta infuriando il punk.

Project Smok – The Outset (2024)

Dopo l’album di debutto Bayview del 2020, i Project Smok hanno ritenuto che il resto del 2020 e gran parte del 2021 non fossero particolarmente favorevoli allo sviluppo di una band alle prime armi. Ma, imperterriti, hanno pubblicato un EP di sei tracce, Esperanza, nel marzo 2021 e hanno continuato a suonare ogni volta che se ne presentava l’opportunità. Ora, con l’uscita di The Outset, si ha una visione approfondita di come i Project Smok siano maturati negli ultimi anni.

Il nucleo del loro suono è immutato, costituito dai flauti e altri strumenti a fiato di Ali Levack, dal bodhrán di Ewan Baird e dalle chitarre acustiche ed elettriche di Pablo Lafuente.

La registrazione di The Outset ha avuto luogo presso i GloWorm Studios di Glasgow, dove il ricercato ingegnere del suono Euan Burton è stato in grado di utilizzare l’attrezzatura analogica degli studi per catturare esattamente il suono richiesto da Project Smok. Per il loro album precedente, si erano recati nell’estrema costa nord-orientale della Scozia per utilizzare lo studio analogico di Edwin Collins, questa volta sono riusciti a stare molto più vicini a casa.

Quando i membri di Project Smok si sono riuniti per la prima volta nel 2017, probabilmente erano profondamente consapevoli di correre il rischio di non soddisfare né la loro base di fan tradizionale né il pubblico più giovane e all’avanguardia che speravano di corteggiare. Ora, più di sei anni dopo, stanno producendo musica che non suona più come un miscuglio ma hanno sviluppato una struttura per le loro composizioni che garantisce che gli strumenti tradizionali ed elettronici si adattino comodamente insieme, producendo un suono che può alternativamente energizzare o calmare l’ascoltatore.

Ascolta l’album

Jaco Pastorius: un mito del basso Jazz

Il 21 Settembre del 1987, a Fort Lauderdale, in Florida. U.S.A., moriva il grande bassista Jazz Jaco Pastorius vero nome John Francis Anthony Pastorius III. E’ stato un bassista, compositore e produttore discografico statunitense di jazz, fusion e funk, considerato uno dei più grandi bassisti di tutti i tempi e un simbolo del genere fusion.
Nato il 1º dicembre 1951 a Norristown, Pennsylvania, Jaco era il primogenito di Jack Pastorius, di origini tedesche, e Stephanie Haapala, di origini finlandesi. Il nonno di Jaco, John Francis Pastorius Sr., era un batterista che suonava nella banda locale a Bridgeport, vicino a Filadelfia. Il padre di Jaco, Jack, era anch’egli un musicista che aveva suonato la batteria e aveva compiuto tour in giro per l’America. Jaco iniziò a suonare la batteria a dodici anni, ma una frattura al polso durante un allenamento di football lo costrinse ad abbandonare questo strumento. A quindici anni, ispirato dal bassista locale Kenny Neubauer, iniziò a suonare il basso elettrico e ne acquistò uno con i soldi ricavati dalla consegna dei giornali. Cominciò a esibirsi a Fort Lauderdale, ma rimase sconosciuto. Il suo primo basso era un Fender Jazz Bass del 1960, che successivamente trasformò in un fretless togliendo i tasti e riempiendo le scanalature con mastice navale per dare al suono una sfumatura vocale.
Jaco si unì ai Weather Report nel 1976 e realizzò con loro l’album “Heavy Weather”, che divenne un successo. Nel 1979, durante il tour mondiale, Jaco si sposò con Ingrid Hornmuller e realizzò con i Weather Report il doppio album “8:30”. Tuttavia, i rapporti con la moglie peggiorarono e le sue dipendenze aumentarono. Nel 1981, Jaco lasciò il gruppo e realizzò l’album da solista “Word of Mouth”, che vinse il Golden Disc Award giapponese come miglior disco jazz dell’anno.
Nel 1982, Jaco riunì i componenti della sua band per il debutto formale della Word of Mouth Big Band. Il gruppo ebbe successo, ma Jaco iniziò a manifestare problemi di salute mentale e dipendenze. La Warner Bros. sciolse il contratto con Jaco nel 1983, e nel 1984, al Playboy Jazz Festival, Jaco alzò il volume dell’amplificatore suonando note fuori dall’armonia, causando l’abbandono dei componenti della band. Jaco in seguito sciolse la band e si recò a New York per esibirsi con il nome della vecchia band, ma la sua attività musicale si interruppe a causa dei debiti generati dalle dipendenze.
Il 21 settembre 1987, Jaco morì a Fort Lauderdale a causa di un violento trauma cranico dopo una rissa in un locale notturno. Il funerale si tenne il 24 settembre a Fort Lauderdale.

Spencer Segelov & Great Paintings – You’re A Lighthouse, I’m At Sea (2024)

You’re A Lighthouse, I’m At Sea del gallese Spencer Segelov e il suo gruppo Great Paintings, ha quel tipo di fascino retrò-pop che bene si abbina a qualsiasi epoca.

All’ascoltatore viene offerto un viaggio attraverso il sussidiario del pop-rock di ieri, i brani infatti, sono immersi tra gli anni ’60, ’70 e ’80.

Sono le chitarre elettriche (quattro su cinque strumenti) a costruire la trama sonora del disco, creando melodie intense e vivaci con quel “sentito” che non crea nostalgia ma che invece ha una portata futuribile.

Figlio del blocco del covid, i brani di questo album hanno sostituito le serate di Spencer nei pub gallesi e, di sicuro, lo lanceranno definitivamente verso quell’aurea musicale di matrice pop che tanto facilmente gli riesce bene.

Ascolta il disco

Pink Floyd – The Dark Side Of The Moon (1973)

Meddle, uscito nel 1971, indica la strada, soprattutto con Echoes, la suite di 23 minuti che occupa tutto il lato B. Ma per lasciarsi davvero alle spalle Syd Barrett e la sua psichedelia, i Pink Floyd devono prenderla di petto. Lo fa per tutti Roger Waters, che con quel singolo atto diventa capo assoluto della band: i prossimi cinque album avranno tutti testi suoi, le idee saranno sue, così come le scelte artistiche piú significative. Alla fine del 1971, in una sala prova di West Hampstead, Londra, i quattro Pink Floyd si ritrovano con un po’ di brani ancora da mettere a punto, idee musicali, melodie. Una (Us And Them) l’ha scritta Rick Wright per la colonna sonora di Zabriskie Point, ma non è stata usata, un’altra (si chiamerà Breathe) l’ha composta Waters. Suonano, provano, finché Waters non se ne viene fuori con un’idea, l’Idea: il prossimo album parlerà della follia e dei condizionamenti sociali che rendono folli gli esseri umani. Il denaro, la religione, il tempo che passa, le ambizioni e i fallimenti. Un tema insolito per una rock band, ma non così strano per quattro musicisti che hanno visto il talento del loro primo leader, Syd Barrett, disperdersi e poi rinchiudersi in un morboso isolamento, avvitarsi su se stesso e morire (Barrett morirà per davvero solo nel 2006, ma non uscirà mai piú dalla villetta di Cambridge in cui si è richiuso). Ecco allora di che cosa tratterà l’album, scritto in quelle settimane nella sala prove ma piú ancora nei mesi seguenti, durante un tour mondiale che serve piú che altro a mettere a punto le nuove canzoni. Così, quando tornano in studio — questa volta a Abbey Road — le idee sono abbastanza chiare, se non fosse per alcune sperimentazioni sul processo di registrazione che Waters vuole inserire. Tipo i cartellini con alcune domande a sorpresa, un po’ filosofiche, un po’ no (Quando hai picchiato qualcuno per l’ultima volta? Avevi ragione? Che cosa è il lato oscuro della Luna?) a cui risponde chiunque passi di lí, anche Paul e Linda McCartney (le loro risposte — troppo evasive – non verranno usate): i frammenti di dialogo, insieme con le incisioni della band, che utilizza i sintetizzatori senza risparmio di mezzi, faranno dell’album un punto di svolta epocale. Qualcuno dice che con The Dark Side Of The Moon finisce il rock figlio del blues e comincia la musica elettronica. Per i Pink Floyd comincia l’era Roger Waters, nuovo leader della band che fu di Syd Barrett. 

I cinquant’anni di “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd

The Dark Side of the Moon racconta la grandezza delle retrovie della psiche umana, tanto grande e tanto fragile. Nel 1973 a New York un grande tesoro inestimabile di arte musica e filosofia veniva messo al mondo, e seppur tanto omaggiato, tanto criticato, ha reso giustizia ad una lisergica parentesi della storia della musica. Chissà se a distanza di cinque decenni ne sia stato colto il totale significato, la totale sfumatura cupa e il lato nascosto, quello che non si vede. Il lato oscuro, buio e cupo è di sicuro quanto di più straordinario non sia mai stato percepito, e quanto di grande sia nascosto da quella luna pallida che ogni volta, ad ogni ascolto sembra parlarci. Se non tra i più belli, The Dark Side of the Moon oltre che essere l’outsider di un’intera discografia musicale, è di certo il disco dei record e dei numeri con tante cifre dall’irripetibile eccellenza.

Il dualismo di un disco come questo viene fuori raramente se non ci sono mani sapienti a plasmare con tanta arte e tanta dedizione le sette note in un così vasto repertorio di strumenti e suoni. Le idee sono figlie dei tempi ma sono rese grandi solo da chi ha la capacità di renderle tali e rimangono nel tempo immutate solo se concepite in miniera spirituale. Le delicate urla, le voci e i discorsi scanditi dalle tastiere e dai bassi sono il picco massimo di un disco come questo. Non abbiate paura di scoprire cosa c’è dietro quella palla luminosa o dentro il vostro inconscio, perché in quel momento avrete forse scoperto qualcosa di grande, avrete scoperto l’essenza non percepibile e non tangibile. The Dark Side of the Moon è l’onirico racconto di una tragica storia che non ha necessariamente un epilogo, ma che racconta il lento declino dell’umanità ancora tanto immatura da scoprire il lato oscuro della luna.

Pearl Jam

E’ una bella storia, quella dei Pearl Jam, una storia che si è fatta ancora più interessante nel corso degli anni.

Ammetto di non averla compresa fin da principio. Quando avevo messo le mani su Ten, alla fine del 1992, infatuato di quella musica fantastica che le riviste specializzate chiamavano grunge. Delle varie bands che hanno fatto la storia della scena di Seattle nei primi anni Novanta, i Pearl Jam restano l’unica ancora in attività. Una ragione c’è. I Pearl Jam hanno un carattere completamente diverso dalle altre formazioni: musicalmente classificabili come un tentativo di rileggere l’antico, il “classic rock”, in particolare nelle varianti folk e hard core, si distinguono per aver un rapporto aperto con il proprio pubblico, cercando un’alleanza profonda, fondata su lealtà, onestà, rispetto e passione, per molti versi simile a quella che caratterizza gli irlandesi U2.

I Pearl Jam non evitano sguardi introspettivi, ma non si piangono addosso come la spirale autodistruttiva di “Seattle”, anzi. Scrutano l’America, scavano nei mali del Grande Paese, trattano temi come i senzatetto e le armi, arrivando a sfidare l’amministrazione Bush. Lottano contro l’industria discografica, contro il monopolio della vendita dei biglietti, per la libertà della musica, degli artisti e degli stessi giovani.

Sarebbe comunque riduttivo ricondurre le ragioni del loro successo a un’irriducibile integrità. Qualcosa di più profondo e misterioso vive nella loro musica, nell’alchimia tra la voce baritonale di Eddie Vedder e un rock chitarristico in bilico tra passato e presente. La voce di Eddie Vedder conquista molti, grazie a un timbro scuro che comunica emozioni sincere, commozione, rabbia, forza e debolezza, una voce capace di esaltarsi nei momenti più rock e di toccare le corde emotive nelle lente e inesorabili ballate.

Qual è la vera essenza del rock’n’roll? Ognuno può dare una risposta diversa: spesso si utilizzano parole differenti che finiscono per essere sinonimi di una medesima idea madre. Per me la vera essenza del rock’n’roll è la semplicità. Alla luce soprattutto degli ultimi lavori discografici, sento di poter azzardare che la storia dei Pearl Jam sia stata dettata da una costante ricerca della semplicità, non solo per quanto riguarda gli aspetti meramente stilistici e tecnici. Semplicità per esprimere il proprio pensiero. Credo sia inutile chiedersi se siano il più importante gruppo dei nostri tempi o solamente un’onesta rock band come tante. A me i Pearl Jam ricordano cos’è il rock’n’roll, e perché non posso proprio farne a meno.

Police — Reggatta de Blanc (1979)

Ci sono dei dischi che più di altri rimangono nella mente perché legati a forti emozioni. Questo è uno di quelli, un disco legato soprattutto a ricordi… pensate; vent’anni e un nuovo amore… ho detto tutto, no?

Restiamo negli anniversari con questo disco quarantenne, portati bene, Reggatta de Blanc, probabilmente il loro capolavoro uscito nel ’79 dopo “Outlandos d’amour” del ’77.

All’inizio c’è il punk, anche se per sottrazione: ”Il punk mi interessa come fatto di costume, la musica invece mi fa veramente schifo”, osserva Sting mentre sfrutta lo stesso circuito di club utilizzato da Clash, Stranglers e Sex Pistol. E’ il 1977, e il fenomeno Police esplode in Inghilterra. Sting avverte che è giunto il momento per esprimere cose originali, per superare il guado in cui s’è cacciato il movimento punk, cui per altro non appartiene. Sente di avere un mucchio di cose nuove da dire. Ci crede, e con lui Stewart Copeland. Ha anche dato un calcio alla sua carriera di insegnante per dedicarsi alla musica. Scrive di getto una ventina di pezzi in vista prima dell’esordio e di questo “Raggae dei Bianchi” poi.

Sono stati definiti gli inventori del Reggae rock; il chitarrista Andy Summers, con il suo ricamo sonoro, fatto di fraseggi e accordi di ampio respiro, il bassista Gordon Sumner, in arte Sting sostenitore implacabile nonché voce principale e il batterista Stewart Copeland, con le sue alterne e geniali rullate trascinatore brano per brano.

E così, Message in a bottle, Reggatta de blanc, Deathwish, It’s al right for you, Bring on the night e Walking on the moon, solo per citare le principali e più riuscite canzoni del disco, firmano un’opera che verrà venduta e ascoltata in tutta europa e nel mondo. La caratteristica principale dell’album è la sincronicità, i brani pur andando a tempo prendono vie di fuga diverse e sempre nuove per poi fare ritorno alla base principale, alla melodia iniziale. Si è parlato di reggae perché è elemento fondamentale di tutto il disco, in tutti i brani riecheggia il sound caraibico, che diverrà il loro marchio di fabbrica in barba a tutte le contaminazioni che all’epoca venivano criticate.

I Police dovettero giustificarsi in una conferenza stampa dall’accusa di aver rubato le idee agli artisti reggae. “Sì, abbiamo preso energia dal reggae, ma gliene abbiamo anche data”, dissero.

Pere Ubu — Modern Dance (1978)

La “danza moderna” opera prima dei Pere Ubu, rimane a distanza di oltre quarant’anni un disco straordinario. Ecco sì, straordinario è l’aggettivo che più gli si addice. Straordinario il nome Pere Ubu (Ubu Roi, pièce teatrale del commediografo francese di fine ‘800 Alfred Jarry), che non diceva niente a nessuno ma aveva un bel ’suono’. Straordinaria la voce di David Thomas, un gigante con i capelli a cespuglio che cantava con un vocione da orco. Straordinari i musicisti Revenstine, un cercarumori quando l’elettronica era tutt’altro che facile, il chitarrista Herman, un trasformatore elettrico da 125 in 380volts, la sezione ritmica di Krauss alla batteria e Maimone al basso che scandiscono una musica complessa e alienata. Straordinario il suono, un turbinio di note, con scenari post-industriali, schizofrenici e avanguardistici.

Gli Ubu si auto producono quattro singoli, uno più feroce dell’altro, prima di giungere a questo favoloso esordio. Il disco è tirato in poche copie, non entra mai in classifica, ma abbaglia subito i cercatori di rock diverso. Thomas e i suoi portano il rock verso nuove frontiere, senza dimenticare l’essenzialità delle sue origini. Producono una musica con la devastante energia del punk, il ruvido calore del blues e presagi di quelli che un giorno sarebbero stati chiamati ‘paesaggi immaginari’ dell’electro-music. La voce squassata del leader e mente del gruppo David Thomas, l’anti — Sinatra per il suo ‘mal di canto’ si diverte a scrivere alla rovescia la storia della canzone tipo, e fa della sua sgraziata e disarmonica vocalità il marchio di fabbrica del gruppo.

Difficile, assurdo e insignificante catalogare il loro suono, avanguardia, jazz, rock, folk, tutto questo e il contrario, un meraviglioso variopinto minestrone musicale condito in maniera razionale da una melodia strabiliante, unica e invidiabile. Una visione ‘forse’ troppo forte e troppo ‘avanti’ per l’epoca. Un disco che resta ancora straordinario per la sua forza, ancora attuale e influente.

Pere Ubu: David Thomas

Domiciliato in Inghilterra, dove i Pere Ubu vennero attratti da un vantaggioso contratto offerto loro dalla Rough Trade, David Thomas è quello “grasso” con la voce baritonale, tanto per intenderci. Le cronache ce lo raccontano difficile e scontroso, tanto litigioso da portare allo scioglimento una delle più belle bands anarchiche della nostra epoca. Da anni a capo dei Pere Ubu, una band “rumorista”, cerca di abbandonare “il rock” come formalismo, scegliendo un’avventura musicale in bilico tra passione e tecnologia. Lontano dal music business e dalla pubblicità in generale, è tutt’altro che un’arrampicatore Thomas. Fare la musica che gli piace e lavorare solo per questo è il suo modo d’essere.

Nulla di essenziale accade ove non sia presente il rumore“, è in questa celebre frase di Jacques Attali l’essenza sonora che i Pere Ubu cercano di mettere in pratica. Una nuova tendenza verso “un rock” totalmente liberato da schemi tonali, capace di padroneggiare il rumore senza timori. Una filiazione diretta del punk, perché in qualche modo si configura ancora come forma di resistenza alla progressiva espropriazione del linguaggio del rock da parte dell’industria.

I Pere Ubu, figli di quella incredibile e prolifica quanto misconosciuta scena di Cleveland, di cui facevano parte formazioni in netto anticipo sui tempi, non sono dunque una punk band in senso stretto. I critici definiscono la loro musica “art rock, intellettuale“, in realtà manca nel vocabolario il termine adatto a definire un interesse verso una forma musicale non convenzionale, multilivello, come quella da loro prodotta.