Pere Ubu — The Tenement Year (1988)

A dieci anni da The Modern Dance il loro primo album che pare suonato da una combriccola di marziani burloni e un po’ storditi, una delle pietre miliari del suono avanguardistico e contemporaneo esce questo The Tenement Years — e toglietevi dalla testa immediatamente che il disco abbia delle ambizioni commerciali — fa tesoro delle esperienze passate, riprendendo suoni e sensazioni degli esordi, compiendo però uno sforzo ammirevole in direzione di una maggiore comprensibilità (che non vuol dire banalità) pur conservando un linguaggio musicale di estrema rottura. Fa un certo effetto risentire la voce strozzata di un David Thomas che canta, al solito, come se stesse camminando sui chiodi o Allen Ravenstine sbuffare con rinnovata violenza nel suo intasatissimo sax: tutto a prima vista pare immutato rispetto al passato, per entrambi dieci anni sembrano trascorsi come una ibernazione. Il disco nel complesso risulterà traumatico per chi non si è mai avventurato in passato nel mondo deformato dei Pere Ubu. E’ un’esperienza nuova, alla fine vi sentirete come dopo aver esagerato col whisky. Se invece le rumorose divagazioni di The Modern Dance, Datapanik, Dub Housing sono state vostre compagne di inquietudini in passato tutto quanto vi apparirà come ovattato e stranamente ammorbidito. Momenti come “Something Gotta Give”, “The Hollow Earth” sono quanto di più vicino al concetto di canzoni sia mai stato composto dai Pere Ubu; ma le contorsioni cerebrali di “George Had A hat” o le spigolature di “Busman’s Honeymoon” paiono degli scherzi concepiti da saccenti computer in tilt. “We Have The Tecnology” e “Miss You” sfiorano l’orecchiabilità evocando edulcorate atmosfere da catena di montaggio.
Ancora una volta un disco geniale.

Mel Powell

Mel Powell, nato Melvin D. Epstein il 12 febbraio 1923 nel Bronx, New York, è stato un compositore statunitense vincitore del Premio Pulitzer e pioniere nell’educazione musicale. Iniziò come pianista jazz, diventando professionista già a 14 anni, suonando con bandleader come Benny Goodman e Glenn Miller durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo una carriera iniziale legata al jazz come pianista, compositore e arrangiatore, si dedicò alla musica classica, studiando composizione con Paul Hindemith a Yale e diventando un docente influente in prestigiose istituzioni come Mannes College, Queens College, Yale e California Institute of the Arts, dove fu il primo preside del dipartimento di musica.
Powell ha scritto composizioni importanti sia per il jazz che per la musica colta, ed è ricordato per aver trasformato la sua carriera da musicista jazz a compositore classico seriale di rilievo. È morto il 24 aprile 1998 a Sherman Oaks, Los Angeles. La sua carriera testimonia una fusione tra innovazione nel jazz e rigore accademico nella musica classica.

Truck Parham

Truck Parham, il cui vero nome era Charles Valdez Parham (nato il 25 gennaio 1911 a Chicago, Illinois, e morto il 5 giugno 2002 a Chicago), è stato un rinomato contrabbassista jazz americano con una carriera che si estese per sette decenni. Prima di dedicarsi alla musica, fu anche pugile e giocatore di football con i Chicago Negro All Stars.
Iniziò la carriera musicale suonando la tuba, ma con l’evolversi del jazz passò rapidamente al contrabbasso, studiando con figure come Walter Page e Nate Gangursky della Chicago Symphony Orchestra. Parham suonò con grandi nomi del jazz come Earl Hines, Jimmie Lunceford, Zutty Singleton, Roy Eldridge, Art Tatum e Bob Shoffner. Tra il 1940 e il 1947 fu membro dell’orchestra di Earl Hines e successivamente di quella di Jimmie Lunceford.
Nel dopoguerra fu molto attivo suonando con musicisti come Muggsy Spanier e Art Hodes, e rimase una presenza costante nella scena jazz di Chicago fino agli ultimi anni della sua vita, continuando a esibirsi anche nei primi anni 2000. Pur non avendo mai inciso come leader, Parham ha lasciato un’impronta importante come bassista in numerose registrazioni e performance live.

Pere Ubu — The Tenement Year (1988)

A dieci anni da The Modern Dance il loro primo album che pare suonato da una combriccola di marziani burloni e un po’ storditi, una delle pietre miliari del suono avanguardistico e contemporaneo esce questo The Tenement Years — e toglietevi dalla testa immediatamente che il disco abbia delle ambizioni commerciali — fa tesoro delle esperienze passate, riprendendo suoni e sensazioni degli esordi, compiendo però uno sforzo ammirevole in direzione di una maggiore comprensibilità (che non vuol dire banalità) pur conservando un linguaggio musicale di estrema rottura. Fa un certo effetto risentire la voce strozzata di un David Thomas che canta, al solito, come se stesse camminando sui chiodi o Allen Ravenstine sbuffare con rinnovata violenza nel suo intasatissimo sax: tutto a prima vista pare immutato rispetto al passato, per entrambi dieci anni sembrano trascorsi come una ibernazione. Il disco nel complesso risulterà traumatico per chi non si è mai avventurato in passato nel mondo deformato dei Pere Ubu. E’ un’esperienza nuova, alla fine vi sentirete come dopo aver esagerato col whisky. Se invece le rumorose divagazioni di The Modern Dance, Datapanik, Dub Housing sono state vostre compagne di inquietudini in passato tutto quanto vi apparirà come ovattato e stranamente ammorbidito. Momenti come “Something Gotta Give”, “The Hollow Earth” sono quanto di più vicino al concetto di canzoni sia mai stato composto dai Pere Ubu; ma le contorsioni cerebrali di “George Had A hat” o le spigolature di “Busman’s Honeymoon” paiono degli scherzi concepiti da saccenti computer in tilt. “We Have The Tecnology” e “Miss You” sfiorano l’orecchiabilità evocando edulcorate atmosfere da catena di montaggio.
Ancora una volta un disco geniale.

ps. David Thomas ci ha lasciato pochi mesi fa.

Robert Plant – Saving Grace (2025)

Recensioni 2025

Chiunque si sia sorpreso quando l’ex frontman hard-rock dei Zeppelin e artista solista di lunga data Robert Plant si è tuffato nel folk/country/blues americano in due album premiati con Alison Krauss e uno con la Band of Joy, rimarrà ancora più sorpreso da questo progetto in lavorazione da sei anni. Invece di attingere a una vena americana, però, ha spostato la sua base oltreoceano per unirsi al gruppo folk acustico britannico (principalmente) “Saving Grace”. Come Krauss, Plant condivide la voce con la cantante Suzi Dian. I quattro musicisti di ‘Saving Grace’ (batteria, due chitarre e violoncello …nessun basso) stendono un letto generalmente sottile di musica per archi mentre Plant e Dian si occupano delle delicate voci in dieci cover, spesso interpretate in modo radicale e per lo più oscure. Plant e Dian si alternano come voci soliste in armonie incantevoli e portentose e ballate malinconiche.
Plant pioniere del rock, che ora ha 77 anni e continua a spingersi oltre i limiti, musicalmente e, in modo sorprendente, vocalmente. Ancora una volta, amplia la sua già ampia gamma di orizzonti artistici, qualcosa che pochissimi artisti della sua statura iconica e della sua età sono disposti, o in grado, di fare.

Ascolta il disco

Perz Prado, il Re del mambo

Il 14 settembre 1989 a Colonia del Valle in Messico muore il direttore d’orchestra Pérez Prado, il Re del mambo, principale artefice della diffusione nel mondo del più popolare ritmo afrocubano degli anni Cinquanta. Al momento della sua morte i giornali sorvolano sull’età. L’unica certezza è che ha più di settant’anni, ma la sua vera età resta un mistero, dato che diverse sono le date di nascita che di volta in volta vengono diffuse.
Dámaso Pérez Prado (1916-1989) è stato un musicista, compositore, pianista e direttore d’orchestra cubano naturalizzato messicano, noto come il “Re del Mambo”. È celebre per aver reso popolare il mambo negli anni ’50 grazie alle sue innovazioni nella big band e a successi internazionali come “Mambo No. 5”, “Cherry Pink (and Apple Blossom White)” e “Patricia”.
Prado iniziò la carriera come pianista e arrangiatore per l’orchestra Sonora Matancera a Cuba, poi si trasferì in Messico dove sviluppò vari stili di mambo e divenne una figura di spicco della musica latino-americana, anche nel cinema. La sua musica ha influenzato profondamente il panorama musicale degli anni ’50 e rimane un punto di riferimento per il mambo e la musica latina.

Pinetop Perkins: una vita in Blues

Oggi è il 7 Luglio ed in questo giorno, nel 1913, a Belzoni, nel Mississippi (U.S.A,), nasceva il grande pianista e vocalist Blues “Pinetop” Perkins (nome d’arte di Joseph William Perkins). Il soprannome “pinetop” gli venne dato perché da bambino si arrampicava in cima ai pini. Uno dei momenti più importanti della carriera di Perkins fu la sua lunga collaborazione con il leggendario chitarrista e cantante blues Muddy Waters. Nel 1943, si unì alla sua band e divenne il pianista principale, portando il suo stile distintivo al gruppo. Questa collaborazione contribuì notevolmente a definire il suono del Chicago Blues e rese Perkins una figura rispettata e stimata nella scena musicale blues. Dopo la morte di Muddy Waters (avvenuta nel 1983), Pinetop Perkins intraprese la carriera solista. Continuò a suonare e registrare musica blues, guadagnandosi una reputazione come uno dei pianisti più abili e influenti del genere. Durante la sua lunghissima carriera ebbe occasione di collaborare con i principali musicisti e cantanti Blues e Rock, ricevendo vari premi e riconoscimenti, tra i quali, nel 2005 il “Grammy Award” alla Carriera e nel 2010 il “Grammy Award” per il miglior album Blues pubblicato insieme a Willie “Big Eyes” Smith, diventando il musicista più anziano ad aver ricevuto il premio. Nel 2002 fece parte di due film: “The Blues: Godfathers and Sons” e “The Blues: Piano Blues”. È stato inserito nella “Blues Hall of Fame”. Morì nel 2011, ad Austin, in Texas.

Sissoko, Segal, Parisien, Peirani – Les Égarés (2023)

Les Égarés è un gruppo formato da due coppie di musicisti che da anni eccellono nell’arte di incrociare i suoni e trascendere i generi, e sono: Ballaké Sissoko (kora) e Vincent Segal (violoncello) da un lato e Vincent Peirani (fisarmonica) ed Émile Parisien (sax) dall’altro.
La grandezza di questi “maghi” sta sicuramente un’unità di spirito, un suono unico e fluido che disdegna ogni forma di competizione egoistica e mette ogni partecipante al servizio di un bene musicale comune. Né jazz, né tradizione, né cameristica, né avant-garde, ma un po’ tutti insieme, Les Egarés è quel tipo di album che fa dell’orecchio il re di tutti gli strumenti, un album dove il virtuosismo si esprime in arte della complicità, dove l’idea semplice e grandiosa di ascoltarsi l’un l’altro porta alla nascita di una splendida raccolta sonora.
I quattro si sono conosciuti nel giugno del 2019, al Festival Les Nuits de Fourvière, mentre si stavano preparando per celebrare l’anniversario dell’etichetta “No Format”. Quel pomeriggio, sotto un pergolato che li riparava dal sole cocente, iniziarono a suonare, solo per il gusto e il piacere di farlo, e la musica scorreva come una sorgente, fresca e limpida. È stato il ricordo di questa session spontanea che ha fatto nascere l’idea di formare un quartetto di Egarés (“coloro che si sono smarriti”), e successivamente anche il progetto di registrare un’album, questo, per l’appunto.
Fin dalle prime note del disco, traspare una rara bellezza sonora, vibrante e volatile. A nessuno di questi quattro “free styler” piace essere imprigionato, che sia in un ruolo particolare, o in uno stile o suono particolare a cui il loro strumento potrebbe essere così facilmente confinato. Ognuno estrae i diamanti dal proprio zaino e li presenta al gruppo fornendo materiale per un autentico e comune tesoro di musica, oro musicale appunto, fuso in una singolare lega di toni, tocchi, respiri e fraseggi.
Un universo sonoro che parte da melodie africane a base di kora per passare in Armenia e scivolare in direzione della Transilvania attraverso la Turchia. Respiri intrecciati di fisarmonica e sax. Una mescolanza di melodie con echi jazz e di blues ancestrale, che conferiscono l’inebriante sensazione di maestosità e mistero. Un camminare senza sapere dove si sta andando, lasciandosi andare alla deriva e cedendo al piacere di perdersi, un piacere che, da solo, riassume bene la filosofia di questo disco.

Art Pepper, ponte fra due ere del jazz 

Art Pepper nome Arthur Edward Pepper (morto il 15 giugno 1982) è stato un sassofonista statunitense, tra i più importanti esponenti del jazz West Coast. Il suo stile distintivo, caratterizzato da un suono lirico ed espressivo, lo ha reso una figura chiave del cool jazz, pur avendo subito anche l’influenza del bebop.
Pepper ha iniziato la sua carriera suonando con Stan Kenton negli anni ’40, ma ha raggiunto la notorietà come leader negli anni ’50 con album come Art Pepper Meets the Rhythm Section (1957), registrato con la sezione ritmica di Miles Davis (Red Garland, Paul Chambers e Philly Joe Jones). Questo disco è considerato un capolavoro del jazz.
La sua carriera è stata segnata da problemi personali, tra cui una lunga dipendenza dalla droga, che lo ha portato a diversi periodi di detenzione. Nonostante questo, ha avuto una straordinaria rinascita artistica negli anni ’70, con album come Living Legend (1975) e la serie The Complete Galaxy Recordings, che mostrano una maturità espressiva ancora più intensa.
La sua autobiografia, Straight Life (scritta con la moglie Laurie), è un resoconto crudo e potente della sua vita tra la musica e le difficoltà personali.

Elvis Presley

In un certo senso, col rock’n’roll cambiò tutto. Le implicazioni furono enormi, ma in senso stretto l’avventura vera e propria del rock’n’roll non durò molto. C’era in esso qualcosa di confusamente sovversivo a cui i giovani aderirono con entusiasmo, ma che spaventò l’America «adulta» e benpensante. Volendo cercare una data, fatidica come tutte le altre che riguardano la storia del rock, dobbiamo prendere di nuovo come riferimento la vicenda di Elvis Presley, che con le sue contraddizioni ben rappresenta la duplicità e la fragilità di questa musica.
Elvis era davvero un personaggio psicologicamente complesso, diviso tra un istintivo senso di ribellione e la voglia di consenso, di accettazione da parte di tutto il pubblico americano. Proprio quando il suo mito era definitivamente consolidato nell’immaginario giovanile, si pose il problema del servizio militare, era il 1958. Elvis accettò di buon grado di servire la patria, sottolineando anzi il suo gesto con plateale patriottismo. La strategia gli fu suggerita dal suo manager, il famigerato colonnello Parker che aveva assunto il controllo totale della sua carriera e che aveva intuito perfettamente che, per accedere alla totalità del mercato musicale, Elvis Presley non poteva essere considerato un oltraggioso sovversivo. Bisognava modificare quell’immagine e l’occasione del servizio militare fu sfruttata nel migliore dei modi. Non solo Elvis si sottomise a tutti gli obblighi di leva, ma rinunciò a qualsiasi privilegio, mostrandosi umile e obbediente, in altre parole un bravo ragazzo americano, moderato e amante della patria. Per questo molti hanno preso quella data come la fine del rock’n’rol, o almeno la fine della fase più autentica e sovversiva del fenomeno.
Nel frattempo, l’industria della musica, inizialmente spiazzata dal boom del nuovo sound, aveva potuto prendere le misure del mercato giovanile e riacquistare il pieno controllo della situazione. Già nuovi idoli giovanili, molto piú innocui e addomesticati, si affacciavano alle porte. Il rock’n’roll, stemperando tutti i lati piú pericolosi e imprevedibili, stava per diventare la base per la nuova industria del divertimento.
Nonostante il leggendario «comeback» del 1968, con il quale torna alla musica dal vivo dopo innumerevoli e inutili film, viene letteralmente travolto dall’avvento del rock. Poche, pochissime le cose da ricordare e tutte più o meno negli anni Sessanta. Nel decennio successivo, l’ultimo della sua carriera, Elvis si limita a diventare la caricatura di se stesso. Ma il suo successo rimane inalterato e il suo culto cresce fino alla sua morte, nel 1977, quando nel mondo del rock sta infuriando il punk.