Art Pepper, ponte fra due ere del jazz 

Art Pepper nome Arthur Edward Pepper (morto il 15 giugno 1982) è stato un sassofonista statunitense, tra i più importanti esponenti del jazz West Coast. Il suo stile distintivo, caratterizzato da un suono lirico ed espressivo, lo ha reso una figura chiave del cool jazz, pur avendo subito anche l’influenza del bebop.
Pepper ha iniziato la sua carriera suonando con Stan Kenton negli anni ’40, ma ha raggiunto la notorietà come leader negli anni ’50 con album come Art Pepper Meets the Rhythm Section (1957), registrato con la sezione ritmica di Miles Davis (Red Garland, Paul Chambers e Philly Joe Jones). Questo disco è considerato un capolavoro del jazz.
La sua carriera è stata segnata da problemi personali, tra cui una lunga dipendenza dalla droga, che lo ha portato a diversi periodi di detenzione. Nonostante questo, ha avuto una straordinaria rinascita artistica negli anni ’70, con album come Living Legend (1975) e la serie The Complete Galaxy Recordings, che mostrano una maturità espressiva ancora più intensa.
La sua autobiografia, Straight Life (scritta con la moglie Laurie), è un resoconto crudo e potente della sua vita tra la musica e le difficoltà personali.

Anthony Braxton, è la somma che fa il totale

Anthony Braxton (nato il 4 giugno 1945) è un compositore, sassofonista e teorico musicale statunitense, noto per la sua straordinaria versatilità e il suo contributo all’avanguardia jazz e alla musica sperimentale.
Braxton ha esplorato una vasta gamma di strumenti a fiato, dal sassofono contralto al clarinetto basso, e ha sviluppato un linguaggio musicale altamente originale, spesso basato su notazioni grafiche e sistemi numerici. Il suo stile fonde elementi di free jazz, musica contemporanea e persino influenze classiche ed elettroniche.
Tra i suoi lavori più celebri ci sono gli album For Alto (1971), uno dei primi dischi interamente per sassofono solo, e le sue monumentali Composition Series, che sfidano le convenzioni tradizionali della musica improvvisata e scritta. Ha collaborato con artisti come Derek Bailey, Roscoe Mitchell, Max Roach e molti altri.
Oltre alla carriera di musicista, Braxton è anche un teorico influente, con scritti complessi sulla semiotica musicale e sulle strutture compositive. Ha avuto un impatto duraturo sulla musica d’avanguardia e continua a essere una figura centrale nella sperimentazione sonora.

Ornette Coleman

Coleman fu un sassofonista sui generis. Quando apparve sulla scena, alla fine degli anni Cinquanta, fu oggetto di diffidenza, persino di scherno, se non altro perché si presentava sul palco con un sassofono di plastica, cosa che per un jazzista sembrava poco meno che un insulto. Ispirato dal lavoro di Charlie Parker, Coleman iniziò a suonare il sax alto a quattordici anni e poi il tenore, mettendosi alla prova con formazioni rhythm’n’blues come quelle di Red Connors e Pee Wee Crayton, ma il suo stile originale e la ricerca di nuove sonorità lo portarono in rotta di collisione sia con i leader sia con il pubblico. Fu a Los Angeles che Coleman trovò i giusti compagni d’avventura, musicisti che come lui volevano sperimentare il nuovo. Conobbe Don Cherry, Charles Moffett, Ed Blackwell, Charlie Haden, Billy Higgins, ma fu solo nel 1958 che mise a fuoco le proprie idee e organizzò un gruppo stabile di musicisti per suonare la propria musica. Suonò quindi con Paul Bley, si iscrisse con Cherry alla Lenox School of jazz e, insieme al suo gruppo, nel 1959 approdò finalmente a New York, al Five Spot.
Dopo alcune prove di incisione in formazione ridotta, spigolose e geniali improvvisazioni che lasciavano intuire un lessico totalmente rinnovato, Coleman ritenne che fosse giunto il momento adatto per dare vita a un esperimento fondamentale. Siamo nel 1960, data ovviamente non solo fatidica, ma anche simbolica riguardo al cambiamento d’epoca. Coleman riuní in studio un’anomala formazione di otto musicisti, strutturata come un doppio quartetto, con due batteristi, due contrabbassisti e quattro fiati, tra cui il grandissimo Eric Dolphy, e propose come indicazione di lavoro la libera improvvisazione di tutti i musicisti, legati da una non restrittiva fluttuazione ritmica in qualche modo riconoscibile. Il resto era affidato all’estro del momento, senza temi prefissati. Ne venne fuori una interminabile session di quaranta minuti, che occupava senza soluzione di continuità ambedue le facciate del disco, simile a uno «stream of consciousness», con un evidente e provocatorio senso di libertà totale. In copertina Coleman decise di mettere un quadro di Jackson Pollock, trovando affinità di linguaggio con l’astrattismo informale della pittura contemporanea. Curiosamente, poco tempo prima, Bill Evans, nel commentare le sessions di Kind of Blue, altro disco in qualche modo elevato a rango di manifesto, aveva paragonato il metodo di improvvisazione a quello dei pittori tradizionali giapponesi. Il disco fece scalpore, rimase oggetto di discussione per anni nel mondo del jazz, una specie di spartiacque che provocò per la prima volta, in maniera così dichiarata, una profonda spaccatura tra gli appassionati e tra gli studiosi. Non c’erano mezzi termini. O lo si accettava o lo si rifiutava con vigore.

Benny Goodman: the “King of the Swing”

Benny Goodman  (30 maggio 1909 – 13 giugno 1986) è stato un clarinettista e bandleader americano, celebrato come “Re del Swing” per la sua influenza nello sviluppo e nella diffusione del jazz swing negli anni ’30 e ’40. Nato a Chicago, Goodman ha iniziato a suonare professionalmente a 12 anni, affinando le sue abilità tecniche e l’impegno per la perfezione. Il suo trio (1935–1938) e successivamente la sua big band (1935–1946) sono diventati icone, trasformando il jazz da un fenomeno di nicchia a un fenomeno culturale mainstream.
Goodman è stato pioniere nel jazz di alto livello, fondendo swing con un’eleganza orchestrale. La sua interpretazione di “Sing, Sing, Sing” (1937), registrata con la sua band, è diventata iconica, evidenziando la sua energia dinamica e la sua leadership. Ha anche aperto la strada alla fusione del jazz con la musica classica, suonando concerti con orchestre sinfoniche e promuovendo i compositori jazz.
Un aspetto significativo della sua carriera è stata la formazione della prima band jazz integrata, che includeva artisti come Teddy Wilson, Lionel Hampton e Gene Krupa. Questo atto progressista ha sfidato le norme di segregazione dell’epoca, contribuendo a cambiare le percezioni sociali della musica jazz.
Il suo concerto del 1938 al Carnegie Hall è stato uno dei primi concerti di jazz a registrare un sold-out, segnando un momento storico per il genere. Anche dopo aver smesso di suonare con la sua band, Goodman ha continuato a esibirsi e registrare fino alla morte, mantenendo il suo amore per la musica.

Peggy Lee, l’altra Norma Jean

Il 26 maggio 1920 nasce a Jamestown, nel North Dakota, Norma Jean Egstrom destinata a diventare, con il nome d’arte di Peggy Lee, una delle più popolari cantanti del periodo d’oro del rock and roll. Bionda e bianchissima, ancora adolescente si innamora della musica nera, in particolare del jazz.
Peggy Lee è stata una cantante, compositrice e attrice jazz americana, le cui performance emotivamente profonde e il suo timbro caldo e versatile hanno lasciato un segno duraturo sulla musica del XX secolo.
La voce di Peggy Lee è ricordata per la sua profondità emotiva, la sua versatilità e la sua capacità di mescolare jazz, pop e teatro. È stata introdotta nell’Hall of Fame dei compositori (1999) e nel Songwriters Hall of Fame (1970). Le sue canzoni trattano temi di perdita, malinconia e introspezione, rendendola un simbolo dell’angoscia artistica del XX secolo.
Peggy Lee rimane un’icona della musica jazz e popolare, celebrata per la sua voce e il suo talento compositivo.

Eric Dolphy

Nei Sessanta venne fuori una generazione interamente nuova di jazzisti oltraggiosi, perentori, sfacciatamente rivoluzionari, decisi a seguire mille strade diverse grazie alla liberazione operata dalla rottura del free jazz, che in un certo senso, al di là del suo specifico contenuto, funzionava come un invito a essere letteralmente liberi di scegliere qualsiasi strada. Come di fatto avvenne. Molti leader intrapresero percorsi originali e differenziati. Tra i primi ci fu Eric Dolphy, schivo, inquieto e nomade californiano di Los Angeles, emigrato prima a New York poi in Europa, come «one-man-band» disposto ai più avventurosi incontri con i musicisti più diversi, dagli immancabili «americani di passaggio» ai jazzmen scandinavi, olandesi e tedeschi, non sempre allo stesso suo livello. Gli anni più creativi di Dolphy non furono neanche cinque, dal I960 alla fine prematura. Troppo pochi per imporre definitivamente la sua straordinaria classe, ancora indecisa tra ordine e disordine, tra musica tonale e atonale, tra melodia e trasgressione, tra musica di gruppo e solitaria, proprio negli anni a cavallo tra l’hard bop e il free jazz. Il mite Eric prefigurò magnificamente e sostenne con lungimiranza tutto questo, brillando come uno dei fari più sfolgoranti del cambiamento. Il suo polistrumentismo, sviluppato poi fino alle estreme conseguenze dai jazzisti di Chicago, ha emancipato il sax alto, il clarinetto basso e il flauto, trasformati in voci autonome d’inaudita bellezza da lui riunite in un’unica, struggente personalità. Come flautista, rimane senz’altro il più raffinato di quegli anni con buona pace del più estroverso e funambolico Rahsaan Roland Kirk. Un fascino che rimase inalterato anche con gli altri strumenti, misurato in una fulminea ma intensa carriera divisa tra le imprese personali e quelle al servizio di eccellenti leader come Chico Hamilton, Oliver Nelson, George Russell, Max Roach, Charles Mingus, Ornette Coleman e John Coltrane.

Ian Curtis, il fragile cuore dei Joy Division

Il 18 maggio 1980, alla vigilia del primo tour statunitense della sua band, Ian Curtis, il cantante dei Joy Division, si impicca nella sua abitazione di Manchester. La crisi del suo matrimonio e, soprattutto, i primi chiari ed evidenti sintomi di un’epilessia progressiva hanno minato la sua voglia di vivere.
La sua eredità è legata alla sua lotta contro la depressione e l’epilessia, che ha influenzato profondamente il suo lavoro e la sua vita personale. La sua scrittura era metaforica e intimista, trattando temi come l’isolamento, la malattia e la morte. La sua voce divenne un simbolo dell’angoscia e dell’angoscia della generazione.
All’età di 23 anni, si suicidò legandosi delle corde attorno al collo. La sua morte colpì profondamente la band, che, con la sopravvivenza del bassista Peter Hook, dei fratelli Sumner e Gillespie, si trasformò in New Order.
Ian Curtis rimane un’icona dell’angoscia artistica e un simbolo di come la bellezza possa emergere dall’oscurità.

Carla Bley, la determinazione di un donna in jazz

L’11 maggio 1938 nasce a Oakland Carla Bley, uno dei grandi talenti musicali femminili del Novecento. Il suo nome alla nascita è quello di Carla Borg. È suo padre, organista e maestro del coro in una chiesa di Oakland, che la spinge prestissimo a cantare e a imparare il pianoforte.
Carla Bley è nota per le sue composizioni avanguardistiche, l’uso innovativo della big band, le sue trascrizioni jazz e il suo lavoro come leader di etichetta discografica.
Bley inizia a suonare il piano da bambina e si avvicina al jazz negli anni ’50. La sua musica combina elementi di jazz, musica classica e sperimentale, spesso con arrangiamenti complessi e testi ironici. È particolarmente conosciuta per le sue composizioni per big band e orchestra.
Ha collaborato con artisti come Charlie Haden, Michael Mantler e Steve Swallow (suo marito). Ha contribuito a progetti come “Liberation Music Orchestra”, che mescola jazz e musica politica.
Nel 1971 fonda l’etichetta discografica Watt, che pubblica lavori di Jan Garbarek, John Zorn e altri. L’etichetta ha promosso la musica sperimentale e la musica jazz non commerciale.
Bley è stata una pioniera nel ruolo della compositrice nello jazz, sfidando le norme di genere e i confini musicali. La sua musica è apprezzata per la sua originalità e profondità emotiva.

Paul Simon

Paul Simon, il genio compositivo, esordí in coppia con Art Garfunkel all’indomani dell’esplosione del rock’n roll, con un leggero repertorio pop. Ma è con l’ondata del folk revival con un repertorio che mescolava saggiamente brani tradizionali e composizioni originali che il duo arrivò al successo, prima con un buon album d’esordio, nel 1964, poi con il capolavoro The Sound of Silence, che nel 1966 scalò le classifiche di mezzo mondo. Le armonie vocali del duo sono diventate un modello e certamente rappresentano uno dei punti più alti dello sviluppo della canzone moderna, una faccia completamente diversa da quella rappresentata da Dylan, più levigata e gradevole, adatta all’approfondimento di una dimensione esistenziale ed elegantemente sentimentale, non priva però di spunti narrativi ed epicamente descrittivi, come in America, American Tune, Homeward Bound e The Boxer (che fu pretesto per un sorprendente contatto con Dylan, che incise il brano nel suo bizzarro album Selfportrait, doppiando la sua voce per fare il verso al duo). A modo loro, le composizioni di Simon furono un’altra delle voci che interpretarono perfettamente i sentimenti del tempo: quando il duo firmò la colonna sonora di The Graduate (Il laureato), di Mike Nichols, con Dustin Hoffman, la loro fama esplose, stabilendo una delle più forti associazioni tra cinema e pop music. Nel 1970 Simon & Garfunkel pubblicarono Bridge over Troubled Water, uno dei dischi piú venduti nella storia della musica popolare, una straordinaria sintesi di raffinatezza e comunicativa, di singoli avvicenti e brani memorabili Il disco rappresenta il vertice creatino del duo, ma anche la fine della loro stabile collaborazione.

Carey Bell: tra i massimi armonicisti Blues di ogni epoca

Carey Bell è stato un rinomato chitarrista e armonicista blues americano, nato William Leonard “Carey” Bell Jr. il 14 dicembre 1936 a Chicago, Illinois, ed è deceduto il 6 maggio 2009. Era soprannominato “il Maestro”, in riconoscimento della sua eccezionale maestria nella musica blues.
Bell è stato una figura chiave nel blues di Chicago degli anni ’50 e ’60, lavorando con artisti come Buddy Guy, Otis Rush e Muddy Waters. La sua musica è caratterizzata da un’influenza distintiva e appassionata, sia nella chitarra che nell’armonica. Si è distinto per l’uso di tecniche innovative che incorporavano elementi jazz e swing, facendolo risaltare nella scena blues.
Nel corso della sua carriera, ha pubblicato oltre 15 album e ha collaborato con artisti di diversi generi, tra cui Eric Clapton, B.B. King e John Lee Hooker. Alcuni dei suoi brani più noti includono “I Got to Go” e “Your Good Thing (Is About to End)”.