B.B. King

Il 16 settembre 1925 nasce a Itta Bena, nel Mississippi Riley Ben King, destinato a diventare, con il nome di B.B. King, uno più grandi musicisti di tutti i tempi. Le sue scuole di musica sono la strada e la chiesa. A nove anni strimpella già con sufficiente autonomia le corde della sua chitarra e a quindici è il leader di un gruppo gospel.
B.B. King ha rivoluzionato il modo di suonare la chitarra elettrica blues con uno stile sofisticato basato su bending fluidi delle corde, vibrato scintillante e picking staccato, influenzando profondamente generazioni di musicisti blues e rock. La sua carriera iniziò negli anni ’40 come DJ a Memphis, dove ottenne il soprannome “Blues Boy”, abbreviato poi in B.B..
Tra i suoi più grandi successi c’è il brano “The Thrill Is Gone” (1969), che gli valse un Grammy e lo portò alla fama internazionale, facendolo diventare uno dei primi bluesman ad entrare nel mainstream pop. Nel corso della sua vita ha vinto 18 Grammy Awards, è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1987 e ha ricevuto numerosi altri riconoscimenti, tra cui la Presidential Medal of Freedom.
B.B. King ha suonato in media più di 200 concerti all’anno anche in età avanzata, collaborando con artisti di vari generi come Eric Clapton, U2, Elton John e molti altri. La sua chitarra, chiamata affettuosamente “Lucille”, è diventata un’icona del blues.
È morto il 14 maggio 2015 a Las Vegas, Nevada, lasciando un’eredità musicale immensa che continua a influenzare il blues e la musica moderna.

Perz Prado, il Re del mambo

Il 14 settembre 1989 a Colonia del Valle in Messico muore il direttore d’orchestra Pérez Prado, il Re del mambo, principale artefice della diffusione nel mondo del più popolare ritmo afrocubano degli anni Cinquanta. Al momento della sua morte i giornali sorvolano sull’età. L’unica certezza è che ha più di settant’anni, ma la sua vera età resta un mistero, dato che diverse sono le date di nascita che di volta in volta vengono diffuse.
Dámaso Pérez Prado (1916-1989) è stato un musicista, compositore, pianista e direttore d’orchestra cubano naturalizzato messicano, noto come il “Re del Mambo”. È celebre per aver reso popolare il mambo negli anni ’50 grazie alle sue innovazioni nella big band e a successi internazionali come “Mambo No. 5”, “Cherry Pink (and Apple Blossom White)” e “Patricia”.
Prado iniziò la carriera come pianista e arrangiatore per l’orchestra Sonora Matancera a Cuba, poi si trasferì in Messico dove sviluppò vari stili di mambo e divenne una figura di spicco della musica latino-americana, anche nel cinema. La sua musica ha influenzato profondamente il panorama musicale degli anni ’50 e rimane un punto di riferimento per il mambo e la musica latina.

Cecil Taylor

A portare oltre ogni accettabile convenzione stilistica le possibilità del pianoforte fu Cecil Taylor, vulcanico, travolgente improvvisatore, incurante di ogni regola, che iniziò a essere conosciuto per le sue lunghissime, deliranti esecuzioni dal vivo, a volte lunghe più di un’ora e senza alcuna possibile riconoscibilità di temi e strutture, un magma continuo che trasformava lo strumento in una devastante macchina sonora. Completamente al di fuori dei rapporti consueti tra melodia e armonia, Taylor usava il pianoforte come un caleidoscopio cromatico e percussivo, con una forte intellettualizzazione che rendeva la sua musica difficilmente accettabile se non a una ristretta cerchia di appassionati. La sua è stata forse la musica più difficile del periodo, prossima a quello che poi è diventato uno stereotipo, di gran lunga esagerato, che ha interpretato la rivoluzione free come musica ostile e inascoltabile, priva di reali intenti comunicativi e perfino sospettata di essere un bluff totale.
Lo stereotipo derivava da certi eccessi di radicalità, tipici di una stagione che incoraggiava estremismi di ogni genere.

Peter Tosh

L’11 settembre 1987 a Kingston in Giamaica tre uomini entrano nella casa di Peter Tosh per rubare. Qualcuno ha detto loro che il cantante è all’estero e che l’abitazione è vuota, ma l’informazione è falsa. Tosh è in casa e non è solo. Con lui ci sono il cuoco vegetariano che l’accompagna ovunque e un amico disk jockey. È un problema che si può risolvere. Spianano le pistole e li uccidono.
Peter Tosh, nato Winston Hubert McIntosh il 19 ottobre 1944 a Grange Hill, Giamaica, è stato un cantante e musicista giamaicano fondamentale per la storia del reggae. È stato uno dei membri fondatori del gruppo The Wailers insieme a Bob Marley e Bunny Wailer, con cui iniziò la carriera musicale nei primi anni Sessanta a Trenchtown, Kingston.
Tosh era noto per la sua voce profonda e per le sue capacità di chitarrista, oltre che per il suo carattere militante e il forte impegno politico e sociale. Dopo lo scioglimento dei Wailers nel 1973, intraprese una carriera solista di successo, con album celebri come Legalize It (1976), che promuoveva la legalizzazione della marijuana, e No Nuclear War (1987), con cui vinse un Grammy Award.
Peter Tosh è ricordato anche come un attivista rastafariano e un simbolo della lotta contro l’apartheid e per i diritti civili.

Fred Below: Il Batterista Fondamentale del Blues di Chicago

Il 6 settembre 1926 nasce a Chicago, nell’Illinois, il batterista Freddie Below, famoso in tutto il mondo per il suo modo di accompagnare le esecuzioni di blues, singolare e carico di swing trascinante.
Fred Below (Frederick Below Jr., 6 settembre 1926 – 13 agosto 1988) è stato uno dei batteristi più influenti nella storia del blues di Chicago. Nato e cresciuto a Chicago, Below ha contribuito in modo decisivo a definire il sound e la ritmica del blues elettrico, portando il backbeat e una sensibilità jazzistica alla batteria blues.
Considerato l’artefice del “Chicago shuffle” e ha dato una nuova dimensione al ruolo della batteria nel blues, portando groove, swing e dinamiche raffinate.
Ha suonato in molti classici del rock and roll, inclusi i successi di Chuck Berry come “School Days”, “Roll Over Beethoven”, “Sweet Little Sixteen” e altri.
La sua tecnica, caratterizzata da un uso innovativo del ride e del cross-stick, ha influenzato generazioni di batteristi blues e rock.

Dave Liebman, un sax libero

Il 4 settembre 1946 nasce a Brooklyn, New York, il sassofonista David Liebman detto Dave, uno dei protagonisti della scena internazionale degli anni Settanta.
Celebre sassofonista, flautista, compositore e didatta jazz americano è considerato una figura di spicco nella musica contemporanea, noto per la sua versatilità stilistica e l’innovazione nell’uso dell’atonalità e delle linee melodiche.
Liebman ha iniziato la sua carriera negli anni ’70, suonando con gruppi leggendari come quello del batterista Elvin Jones e, successivamente, con Miles Davis, partecipando a tour e registrazioni fondamentali per la storia del jazz. Parallelamente, ha fondato propri gruppi come Lookout Farm, Quest, Dave Liebman Group ed Expansions, collaborando con musicisti come Richie Beirach, John Scofield, Vic Juris e molti altri.
Il suo stile abbraccia numerosi generi: jazz, jazz fusion, bebop, hard bop, post-bop, jazz modale e avanguardia. Ha inciso oltre 500 album, di cui più di 200 da leader o co-leader, e composto centinaia di brani originali. Liebman si è distinto anche per le sue reinterpretazioni di autori come Coltrane, Monk, Miles Davis, Puccini, Jobim e i Beatles.

I Madness, sette pazzi scatenati

Il 1° settembre 1979 i Madness entrano per la prima volta nella classifica dei dischi più venduti in Gran Bretagna con il singolo The Prince, un brano dedicato al giamaicano Prince Buster, re del bluebeat. Inizia così il successo commerciale di uno dei più contraddittori e discussi gruppi ska.
Gruppo storico musicale britannico, nato nel quartiere di Camden, Londra, nel 1976. Sono tra i principali rappresentanti del movimento 2 tone ska, un genere che fonde ska, rock, punk, rocksteady e reggae. Insieme a band come The Specials e The Selecter, hanno contribuito a rendere popolare lo ska revival nel Regno Unito alla fine degli anni ’70 e nei primi anni ’80.
La formazione originale comprendeva Mike Barson (tastiere), Chris Foreman (chitarra), Lee Thompson (sax), Graham “Suggs” McPherson (voce), Mark Bedford (basso), Chas Smash (voce e ballerino) e Daniel Woodgate (batteria). Il nome “Madness” è un omaggio al musicista ska giamaicano Prince Buster.
Il gruppo ha avuto il suo periodo di massimo successo tra il 1980 e il 1986, raggiungendo la top ten inglese con ben 16 singoli, tra cui “One Step Beyond”, “Baggy Trousers”, “It Must Be Love” e “House of Fun”, quest’ultimo arrivato al primo posto in UK. Il brano “Our House” è stato il loro più grande successo negli Stati Uniti.
I Madness sono noti per il loro stile energico e ironico, soprannominato “nutty sound”, che ha saputo mescolare ritmi ska con influenze pop e new wave. La loro musica e i loro testi, spesso umoristici e legati alla vita quotidiana londinese, hanno avuto un forte impatto sulle sottoculture giovanili britanniche e internazionali.

Warren Smith

Il 28 agosto 1975 muore a Santa Barbara, in California, il trombonista Warren Doyle Smith, più conosciuto con il nome di Warren Smith.
Nato il 17 maggio 1908 a Middlebourne, nel West Virginia, in una famiglia di musicisti Warren inizia a suonare il pianoforte all’età di sette anni. Nel 1920 la sua famiglia si trasferisce a Dallas e qui il giovane Warren inizia a cimentarsi con la cornetta e il sassofono, sotto la guida del padre. Poco tempo dopo però opta definitivamente per il trombone pur continuando occasionalmente a suonare il sax. Nel 1924 ottiene la sua prima scrittura professionale in seno agli Harrison’s Texans, con i quali suona per diversi anni. Alla fine degli anni Venti si stabilisce a Chicago entrando a far parte del complesso di Abe Lyman. Nel 1936 si aggrega all’orchestra di Bob Crosby. È proprio questo sodalizio a portargli fortuna e a far salire le sue quotazioni. Nei quattro anni trascorsi con Crosby, Warren Smith ha occasione di esibirsi nei più eleganti ritrovi di New York, Chicago e Los Angeles e di registrare un gran numero di dischi nei quali ha ampio modo di emergere come solista, rivelando notevoli capacità sia sotto il profilo tecnico-strumentale sia dal punto di vista espressivo.
Nella prima metà degli anni Quaranta suona a Chicago con vari leaders tra cui Wingy Manone, Bud Jacobson, Paul Jordan, ecc… Nel 1945 si sposta sulla West Coast riaggregandosi alla formazione di Crosby che si era nel frattempo trasferito a Los Angeles. Lo si ritrova successivamente nella jazz band del cornettista Pete Dailey, con la quale incide dei buoni dischi per la Capitol, stilisticamente inquadrabili nella scuola Chicago. All’inizio degli anni Cinquanta suona con Jess Stacy, Lu Watters e Nappy Lamare. Nel 1955 viene scritturato per un breve periodo dall’orchestra di Ellington e, successivamente, da Joe Darensbourg, Wild Bill Davison, Ben Pollack, Johnny Lane. Negli anni Sessanta entra a far parte dell’orchestra di Red Nichols con la quale effettua, nell’estate del 1964, una tournée in Giappone. Nei suoi ultimi anni di vita continua regolarmente a esibirsi in seno al clan dei dixielanders della California.

Carrie Smith

Carrie Louise Smith, nata il 25 agosto 1925, è stata una cantante statunitense di jazz e blues, apprezzata per la sua voce potente e la capacità di fondere il gospel con il jazz tradizionale.
Nata a Fort Gaines, Georgia, Smith iniziò la sua carriera musicale nel coro della chiesa, esibendosi al Newport Jazz Festival nel 1957 con il Greater Harvest Baptist Church Choir . Negli anni ’60, apparve nel programma televisivo TV Gospel Time, rivolto al pubblico afroamericano. Il suo primo riconoscimento arrivò negli anni ’70, quando cantò con Big Tiny Little. Nel 1974, ottenne fama internazionale interpretando Bessie Smith (senza legami di parentela) nello spettacolo Satchmo Remembered al Carnegie Hall, prodotto da Dick Hyman .
Negli anni successivi, Smith intraprese una carriera solista, collaborando con la New York Jazz Repertory Orchestra, Tyree Glenn, Yank Lawson e la World’s Greatest Jazz Band. Dal 1989 al 1991, fu protagonista del musical di Broadway Black and Blue, dove interpretò brani classici come “Big Butter and Egg Man”, “Am I Blue” e “I Gotta Right to Sing the Blues” .
Sebbene meno conosciuta negli Stati Uniti, Smith godeva di una solida reputazione in Europa, dove si esibì frequentemente. La sua interpretazione del repertorio di Bessie Smith e la sua presenza scenica le valsero l’ammirazione di critici e appassionati di jazz. Morì il 20 maggio 2012 a Englewood, New Jersey, all’età di 86 anni .

Albert Ayler

Albert Ayler, scomparso prematuramente e in circostanze ancora oggi non del tutto chiarite, creò uno stile inconfondibile che ricordava quello delle antiche fanfare: lanciava richiami evocativi, sembrava chiamare a raccolta gli ascoltatori da una giungla tribale nascosta nella modernità dei tempi. Nelle sue incisioni la struttura musicale era interamente destabilizzata, lasciava spazio a una sorta di primitivismo dadaista. Ayler spiccava su scenari selvaggi con un suono squillante, un richiamo ancestrale, ribattuto in sequenze essenziali e frammentarie. Era un perfetto esempio di come spesso, nell’apparente eccesso di intellettualizzazione operata da molti protagonisti dell’era «free», si nascondesse un forte slancio primitivo. Pur nella sua radicale distanza dalle regole comuni della comunicazione musicale, Ayler si sentiva in fondo molto vicino ai suoi antenati africani, o meglio a un’idea mitizzata della giungla primordiale, dell’Eden dal quale i neri erano stati strappati a forza.
Ma c’era anche, come abbiamo già ricordato, l’imponente presenza di John Coltrane, il quale a partire dal 1960 cominciò a inseguire l’informalità, abbinata a una prodigiosa tecnica di improvvisazione, che influenzò profondamente i sassofonisti dell’epoca, con molti epigoni, tra cui Pharoah Sanders. Ma era implicito nell’estetica free, votata a destabilizzare anche le gerarchie interne alle formazioni, che tutti gli strumenti subissero una profonda revisione stilistica, anche quelli, come la batteria e il contrabbasso, in genere legati a un ruolo di semplice accompagnamento.