Il titolo non tragga in inganno: non si tratta di un omaggio ad Elvis, nativo di Tupelo, Mississippi. Tupelo Honey è una ricercata qualità di miele, a cui Van paragona la sua dolce Janet. Tutto i testi, qua, vertono sullo stesso tema: miele ed amore. In quanto a “radiofonicità”, questo è il seguito di Moondance, ma è un disco tutto diverso. E’ un tipico prodotto del periodo, sulla scia dei successi di James Taylor e Carole King. Van si diverte a fare il cantante romantico, e ci riesce incantevolmente bene, circondato da un’orda di validi strumentisti. Il soul lascia lo spazio al country, gli arrangiamenti si sprecano, i coretti femminili non si risparmiano. Dal punto di vista della musicalità e della produzione, questo disco soddisfa ampiamente. Delle composizioni spicca solo l’iniziale “Wild Night”, una melodia facile su un ritmo contagioso, con la quale Van dimostra la sua abilità nello scrivere pezzi da classifica e la sua incapacità di promuoverli adeguatamente. Il singolo, infatti, non entrò nelle top ten. Delle altre canzoni si fanno notare quelle più lunghe, organizzate come piccole suite. La critica italiana ha, per sua tradizione, bersagliato di offese questo lavoro, molto oltre il suo unico demerito, che è quello di contenere troppo miele. Questo è un disco che nessun appassionato di Van dovrebbe lasciarsi scappare.
Tutti i critici reagirono entusiasticamente ad Astral Weeks. La rivista Rolling Stones lo nominò album dell’anno. Tutte belle parole, intanto Van era costretto a chiedere i soldi in prestito per mangiare. Infatti le vendite erano di appena 15.000 copie ed i discografici, forti di contratti capestro, bloccavano i pagamenti dei suoi diritti. Ancora oggi Van aspetta le sue royalties di “Brown Eyed Girl”! Passarono due anni prima che arrivasse il disco successivo. Van era pieno di dubbi e diffidava del mondo dell’industria discografica. Scoprì che, se le sue canzoni fossero state trasmesse per radio, avrebbe ricevuto le royalties direttamente dalla BMI (l’equivalente della nostra SIAE). Abbandonò le sperimentazioni e decise di fare della semplice musica soul, dove le canzoni avrebbero mantenuto la canonica forma strofa-ritornello. La svolta sarà sbalorditiva, ma non si può dire che Van si svende. Non è il tipo di fare qualcosa che non senta suo o qualcosa di cui si possa in seguito vergognare. Decise di fare a meno di un produttore, perchè non si fidava più di nessuno. Aveva inoltre bisogno di una band stabile con cui poter sia incidere che esibirsi. Scelse Jeff Labes al piano, John Platania alla chitarra, Garry Malabar alle percussioni Jack Schrorer a guidare i fiati. Come è troppo facile notare, quest’ultimo doveva ancora imparare a suonare. Questi quattro musicisti suoneranno con lui, ad intermittenza, per i successivi 4–5 anni. Il suono di Moondance, rispetto al contemporaneo soul di Aretha Franlin e Otis Redding, è molto più morbido e rilassato. Van si ispirava al soul gentile del defunto Sam Cooke, comunque in maniera del tutto originale. Il suo potrebbe essere chiamato “soul celtico”, ma la definizione non aiuterebbe a capire. In confronto ad Astral Weeks tutto è più levigato, pulito, meno emozionale. Gli arrangiamenti dei fiati sono mosci e noiosi, a volte irritanti. Le composizioni abbracciano più stili. Il pezzo che dà il titolo al disco è puro jazz, come composizione e come esecuzione. “And It Stoned Me” sembra uscita del disco precedente. “Crazy Love” è una tenera nenia sussurrata in falsetto. “Brand New Day” è un gospel appassionante, con piano e coriste in primo piano e sassofonisti in castigo (per fortuna!). “Caravan” e “These Dreams of You”, registrate dal vivo tre anni dopo, saranno perfette, ma qui sono troppo fredde. “Into the Mystic” è una sognante ballata rovinata, come al solito, da un breve intermezzo dei sassofoni. Nulla di personale, credetemi. La colpa io non la dò a Jack Schrorer, io la dò al suo insegnante! Gli ultimi due pezzi son puri riempitivi di nessun valore. I testi sono brevi ed ottimistici: Van era da poco felicemente sposato. Moondance è l’album più sopravvalutato della carriera di Van Morrison. In realtà egli stava ancora imparando a produrre un disco. Comunque sia, dopo questo disco i suoi problemi di sussistenza furono risolti.
Se la matematica non è un’opinione e quindi uno più uno è uguale a due, così non è in musica. Infatti la somma musicale di due “colonne” come Morrison e i Chieftains dà senz’altro due, ma al quadrato. Quando si ha in mano un disco come questo si ha in mano una pietra miliare della musica. E non sono queste, parole buttate a caso, tanto per acclamare un disco che mi piace, che mi ha dato e continua a darmi emozioni sempre profonde, ma è la realtà che si percepisce dopo averlo ascoltato, intensamente ascoltato. Van, oltre ad essere uno dei più grandi autori dell’era rock, è anche uno dei pochi autori che ha cercato di esplorare nuove aree musicali e testuali. L’album in questione è comunque qualcosa di diverso rispetto alle precedenti incisioni di Morrison: l’uomo ha già avvicinato la musica celtica, ha già suonato con gruppi irlandesi (vedi Moving Hearts), ma è la prima volta in assoluto, che divide la leadership di un suo lavoro con qualcun altro. Il disco contiene dieci canzoni superbe, due originali di The Man, cioè “Irish Heartbeat” (da Inarticolate speech of the heart) e Celtic Ray (da Beautiful Vision), mentre le restanti otto canzoni sono dei tradizionali: “Star of the country down” “To mo chleamhnas decanta” “Raglan road” “She moved through the fair” “I’ll tell me ma” “Carrickfergus” “My lagan love” “Marie’s wedding”. La capacità di far rivivere ricordi e sensazioni attraverso la melodia popolare è la straordinaria potenza dell’opera. Le ballate riescono a dipingere i paesaggi, e quindi le atmosfere, i sentimenti ed i ricordi, tanto cari all’irlandese. E se in età giovanile aveva più volte confermato il suo rifiuto verso le tradizioni del suo paese, con il volgere dell’età e della maturità, il richiamo della propria terra si è fatto molto più forte. La scelta dei Chieftains per dar suono a queste sue esigenze musicali non è avvenuta a caso. I Chieftains rappresentano la vera tradizione irlandese e anche loro come Morrison non sono mai scesi a compromessi artistici e si sono mantenuti fedeli per anni ad un loro preciso credo musicale. Capitanati dal piccolo grande Paddy Moloney, virtuoso delle cornamuse, proprio quest’anno (1988) celebrano il loro 25° anniversario. Sono i più longevi portavoci di una musica che è espressione autentica dei suoni e dei colori della loro terra. Accostarsi ad un’opera come questa suscita un gran senso di sollievo. Perché è la prova che in una società in cui i valori di riferimento vanno sempre più impoverendosi (vedi l’imporsi di ciò che è effimero, passeggero, superficiale, senza anima né spessore) c’è ancora spazio per le certezze. Il disco è suonato come meglio non si può, Morrison non si limita a donare la propria voce a queste composizioni ma le arricchisce di emozioni e sentimenti, canta questi motivi tradizionali irlandesi con stupefacente intensità e pathos. Ascoltate il disco, lasciatevi andare, lasciatevi cullare dalle onde sonore e apritevi ai sentimenti, The Man conosce la strada per arrivare al cuore.
Fin dall’epoca dei Them Van passava ore ed ore, da solo o in compagnia, a cantare, comporre ed improvvisare con la chitarra. Improvvisava non solo le melodie, ma anche le parole sul momento. In questo modo cercava di tirar fuori dall’inconscio la materia prima delle sue composizioni. Le stesse avevano una struttura libera, senza la divisione fra strofa e ritornello. Da questa esperienza venne fuori il suo nuovo stile di cantare, che non spero di riuscire a descrivere. E’ necessario ascoltarlo. Le canzoni si dilatano, e a volte si fermano su una frase o una sola parola ripetuta una decina di volte. Nell’economia dello stream-of-consciousness questa ripetizione corrisponde alla mente che si perde dietro i suoi pensieri. Per molti ascoltatori la cosa assumerà un’altra dimensione: quelle sono parole magiche che, se ripetute, hanno il potere di guarire i dolori dell’anima. Le parole delle canzoni di Van assumono il loro pieno significato solo quando sono cantate da lui. Il come vengono pronunciate ne muta o rovescia il senso; il ripeterle tante volte ne scava a forza tutti i significati nascosti. Alla pratica della ripetizione si sovrappone poi un armamentario di tecniche vocali per aumentare la drammaticità dell’esecuzione. Nelle prime registrazioni questo modo di cantare e di comporre non era venuto fuori perchè le vecchie case discografiche non glielo avevano permesso. Durante il 1968 Van, sempre disperatamente senza soldi, trova un ingaggio per 75 dollari a serata. Con quella cifra avrebbe dovuto pagare anche la band e le spese di taxi. Giocoforza egli si risolve a farsi accompagnare solo da un flautista ed un bassista. Questa soluzione si rivela l’ideale per mettere in evidenza l’espressività del suo canto e per mettere a punto il prossimo album. Le composizioni erano pronte da mesi se non da anni. Per motivi di budget la registrazione avvenne in due soli giorni. La tecnica preferita di registrazione di Van è quella di registrare contemporaneamente tutti gli strumenti, col minimo di sovraincisioni, come in una jam-session o in un disco dal vivo. D’altronde, se canti su di una base pre-registrata, come fai a ripetere un verso ad-libitum? Questa tradizione inizia da questo disco e non è andata mai smarrita. Gli arrangiamenti di Astral Weeks sono spesso semplicissimi, ma estremamente originali. Hanno affascinato una moltitudine di ascoltatori, ma Van non hai mai rifatto un album con lo stesso organico. Dobbiamo essere grati al produttore Lewis Merenstein, che impose i session-men di sua fiducia. Un critico ha malignato che Merenstein, per risparmiare, chiamava i jazzisti, cioè giente abituata a registrare col minimo di prove e quindi di spese. La caratteristica più saliente nel suono è l’intreccio fra le chitarre acustiche (Van spesso si limita a suonare gli accordi), e il contrabbasso di Richard Davis (il preferito di Stravinsky!). Uno strumento solista fà il controcanto: principalmente il flauto, altrove violino o chitarra, sassofono soprano nella conclusiva “Slim Slow Slider”. Un solo pezzo, “The Way Young Lovers Do”, presenta un riuscito arrangiamento per fiati. In tutto l’album l’accompagnamento è affidato ai violini, sovraincisi. Alla batterista c’è Connie Kay, membro del Modern Jazz Quartet nonchè session-man in una infinità di dischi. Dirà l’autore nel 1997, a proposito di Astral Weeks: “Ciò che mi sorprende è che sia entrato nella storia del rock. Non c’è assolutamente nulla in esso di rock. Ci puoi trovare il folk e la musica classica e un pizzico di blues. Se lo analizzi non ci trovi nulla di rock, e questo era proprio il motivo per cui lo feci. Ne avevo abbastanza. Volevo allontanarmi dalla roba dell’era psichdelica, quando la musica soul stava diventando plastica. Quello che feci fu ritirarmi da qualsiasi cosa che conoscevo e andai all’estremo”. Le otto canzoni parlano di amore e di ricordi che ritornano in mente sotto forma di immagini scollegate. In questo Van ammette di essersi ispirato al lavoro di Dylan. I critici si sono sbizzarriti nel ricercare il significato di questi testi. In realtà ognuno è libero di trovarci quello che vuole. Si tratta di parole che uscivano da sole dall’ inconscio dell’autore e neanche lui sarebbe in grado di spiegarle. Di sicuro c’è una storia d’amore, a lungo inseguito, infine trovato e poi perso.
Una volta fuoriuscito dai Them, Van non tenta di formare un nuovo gruppo, vuole fare il cantautore. Lavora molto per sviluppare un proprio genere ed un proprio stile, mettendo le distanze fra sè ed il passato prossimo. Il suo cammino è tutt’altro che lineare. Viene scritturato da una neonata etichetta americana, la Bang, che vuol fare di lui un cantante commerciale. Il primo tentativo è il singolo “Brown Eyed Girl”, una bella composizione con un arrangiamento più morbido di quanto non capitasse con i Them. In pratica Van è costretto a scriverla spinto dalla fame. Il pezzo entra nella top ten USA e la casa discografica cerca di sfruttarne il successo con un album. All’insaputa dell’autore, esce “Blowin’ Your Mind”, che è soltanto un pasticcio. E’ il frutto di un paio di session eseguite senza sufficiente preparazione. Van non aveva voce in capitolo nè su quali pezzi suonare, nè sugli arrangiamenti, nè sulla scelta degli strumentisti. Lui avrebbe voluto suonare da solo, invece gli appiccicavano venti session-men. Gli avevano fatto credere di stare registrando quattro singoli, invece ne vien fuori un album. Bisogna anche dire che lo stesso autore aveva ancora bisogno di tempo per raggiungere il proprio stile. Nel disco si trovano tuttavia due perle: la citata “Brown Eyed Girl” e la lunga “T.B. Sheets”. Queste due canzoni rappresentano le due faccie di Van. La prima è un pezzo allegro e ritmato. La seconda narra una storia completamente inventata di un tizio che visita in ospedale un’ amica malata di tubercolosi. Per la prima volta Van usa per i testi lo stream of consciousness, la tecnica letteraria inaugurata da Joyce. Invece della classica narrazione, vengono esposti tutti i pensieri che passano attraverso la mente dl protagonista. A causa di questa tecnica particolare tutti crederanno che si tratti di un brano autobiografico. Subito dopo questo incidente, Van Morrison riesce a svincolarsi dalla Bang ed a passare alla Warner, dove gli verrà concessa ampia libertà artistica e dove in pratica inzia la sua vera carriera. La parentesi Bang avrà un lungo e noioso strascico. Ogni tanto apparirà una nuova compilation mista di brani noti ed inediti. In tutto vi saranno quattro album con etichetta Bang, sino al ’91, anno in cui la CBS, divenuta proprietaria dei nastri, li pubblica per intero su di un unico CD (“The Bang Masters”) che rappresenta tuttora il miglior acquisto possibile. Il discorso sembrava chiuso definitivamente, invece negli ultimi anni sono state rilasciate ulteriori inutili confezioni con ulteriori inediti…
Joni Mitchell è la compagna musicale fin dalla mia adolescenza. Era nel ’74, che io allora quindicenne, grazie a Carlo Massarini e ai programmi radiofonici serali della radiorai, ascoltai Blue, da quella volta non la persi più di vista. Ogni qualvolta ascoltavo questo disco eseguivo quasi un rito; lentamente prendevo il vinile, come fosse un oggetto di culto, lo mettevo sul giradischi come pesasse dieci chili, e al rallentatore appoggiavo il pick-up nei suoi solchi, quasi a non volerlo consumare. Ricordi, sono ricordi ancora presenti nella mia mente, che però non rimangono solo tali, ma anzi rafforzano il mio presente. Le dieci canzoni di Blue sono dei veri e propri autoritratti, sono racconti quotidiani in forma di canzoni. Esprimono i suoi sentimenti, il suo spirito tormentato, il suo punto di vista tipicamente femminile sulle contraddizioni dell’animo umano. Un disco intimo come le pagine di un diario, sono pensieri e appunti racchiusi in un taccuino di viaggio sulla poesia e sulla quotidianità che sta attorno a lei. Mai, come in questo album, Joni riesce a fondere la sua vera grande passione (la pittura) e il suo talento naturale (la musica) diventando un’unica e inimitabile arte. Tanto che, per la prima volta, non ha bisogno di usare un suo dipinto per illustrare la copertina dell’album. Musicalmente, i brani sono arrangiati in modo scarno ma raffinato, chitarra acustica e pianoforte sono quasi sempre l’unico accompagnamento sonoro alla sua melodiosa voce, voce che a volte è fragile, appena percettibile e subito un secondo dopo forte e squillante, ma pronta a gettarsi a capofitto in vocalizzi straordinariamente dolci e sofferti. Le soluzioni ritmiche non sono mai scontate e, planando su un pop dolce e sottile, regalano passaggi deliziosi.Blue è un disco magico, è una creazione poetica è un disco da consumare.
L’estate del 1986, vede la luce il ventunesimo album solista di Van Morrison, The Man. Il titolo è un vero e proprio “manifesto filosofico”: No guru, no method, no teacher, estratto dalle liriche della canzone “In the Garden”. The Man ha 41anni, quando incide questo album dalla pregevole copertina. La vocalità del vecchio leone è, come sempre, a grandi livelli: voce forte, calda, suggestionante, carica di purezza e di profondità. Le canzoni sono superbe, sgorgano naturalmente dagli strumenti e dalle corde vocali, una corrente emotiva che sa fondere in un insieme unico: la melodia, la poesia, il soul, il rock, la musica antichissima della tradizione celtica ed il jazz. L’originalità di Morrison è nel suo liberissimo modo di affrontar la musica, nel suo muoversi al di fuori di schemi prefissati e seguire soltanto le correnti del cuore, le emozioni di una poesia che riesce a farsi musica nella maniera più completa ed affascinante. Nonostante la tripla negazione del titolo, l’album è ancora rivolto a una entità suprema non riconoscibile o riconosciuta; Morrison compone alzando la testa verso il cielo, e molti non condivideranno, ma lui vanta ormai una lunga militanza nel “music-business”, e non ha mai creduto ai messaggi politici lanciati dai solchi di un disco. Alla domanda sul significato nascosto del titolo Morrison risponde: “Beh, in una delle canzoni è citata questa frase dove io cerco di farti osservare un programma di meditazione trascendentale …Se tu ascolti la canzone attentamente fino al termine, raggiungerai una tranquillità cerebrale …Vorrei qui affermare per l’ennesima volta che io non faccio parte di nessuna organizzazione, che non ho nessun guru al mio servizio, ne insegnanti, ne metodi a cui sottostare, e tutto quello che affermo nel brano risponde a verità.” L’album ebbe un notevole successo di critica grazie soprattutto all’omogeneità delle composizioni, dove ritroviamo i temi più cari e sentiti dell’irlandese; la nostalgia della sua terra e dell’infanzia, e la continua ricerca religiosa, con meno dogmi e aperta a nuove concezioni di fede, sempre basate sul naturalismo vitale, unica forza positiva e vera Musa dell’artista. Nel disco regna un ottimismo inusuale, una rilassata gioia di vivere e una passionalità mai riscontrata prima. Come tutti gli album di Morrison, quest’opera è assimilabile appieno solo dopo ripetuti ascolti. La grandezza di quest’album è nella capacità di trasmettere la “sua” interiorità all’esterno e quindi di poterne godere della sua straordinaria bellezza. Infatti, la sua universalità e quella di unire corpo e mente, uomo e natura. La sua completezza giova a chi l’ascolta. Ascoltatelo in inverno o in estate, con il sole o con la pioggia, che siate tristi o allegri, per svegliarvi o per dormire, in qualsiasi caso e/o per qualsiasi uso ne farete, sarà sempre un ascolto utile. Come l’acqua quando si ha sete, come la luce quando è buio. Questa è la sua unicità. Morrison, lontano dalle mode, profondamente immerso in un mondo di poesia e di emozione, è senza dubbio uno degli artisti più completi ed affascinanti della musica di questi ultimi trent’anni, dotato di una vocalità inimitabile e di una passione, di un’energia, di una forza, che raramente ci capita di sentire. La sua arte, la sua musica, sono certamente destinate a non venir cancellate nel tempo, a non dover subire le ingiurie del tempo. Capolavoro assoluto della saga Morrisoniana.