Santana & McLauglin — Love Devotion Surrender (1973)

L’uscita di questo disco all’epoca passò in sordina. Probabilmente molti interpretarono questa uscita come un preciso disegno commerciale da parte della casa discografica. Ma per chi ha avuto occasione di ascoltare l’album avrà avuto modo di pensare: ne venissero di accordi commerciali con un risultato simile!
Il marchio che contraddistingue il disco è “ode alla chitarra elettrica”, e in questo caso ne rappresenta uno dei migliori mai suonati nella storia del rock.
E’ l’incontro tra due chitarre. Due chitarre che, si trovano, iniziano il dialogo, c’è una scoperta l’uno dell’altro, poi pian piano si sfiorano, si studiano e comincia un’amicizia. L’uno entra nel mondo dell’altro, per McLauglin si aprono spazi dolci e rarefatti, per Santana vertiginose velocità espressive.
Le due tecniche chitarristiche, sebbene molto diverse, concorrono a creare una miscela di suoni molto particolare, pressoché unica per quel periodo.
Ai virtuosismi del primo si contrappone il fraseggio del secondo, In tutto il disco si respira una profonda aria di spiritualità (soprattutto nelle mirabili pagine coltraniane, come è ovvio).
All’interno dell’album compaiono 5 tracce, di cui due sono tratte da lavori di John Coltrane (A Lovesupreme e Naima), due composte da McLaughlin (The Life Divine e Meditation) ed un altro è un arrangiamento di Santana-McLaughlin di un inno religioso tradizionale afro-americano, Let Us Go Into The House Of The Lord.
A Love Supreme inizia con un’intro a folle velocità di Carlos Santana. Poi il suo vorticare cessa e partono basso e percussioni. L’organo di Yasin/Young si fonde a meraviglia con le dinamiche del gruppo dettando il tema della melodia. Le improvvisazioni chitarristiche di Santana e McLaughlin si contrappongono, una sul canale destro, l’altra sul canale sinistro (impazzivo ascoltarla con il stereo del Rider Digest, da pochi anni c’era la stereofonia!), non una sfida, ma un botta e risposta come durante una funzione religiosa, poi partono i cori, che, pervasi dallo spirito, ripetono incessantemente “a love supreme”. È evidente fin da questo primo brano come l’influenza della spiritualità sia coltraniana sia del guru di McLaughlin e Santana, Sri Chinmoy, pervada in lungo ed in largo questo disco. Eccezionale.
Naima si apre con un’introduzione virtuosistica della chitarra (acustica) di McLaughlin, a cui dopo un po’ fa eco quella (sempre acustica) di Santana in accompagnamento. Un brano reso in modo molto intimistico e sicuramente adatto ad una composizione che Coltrane dedicò alla moglie mussulmana e che della cultura islamica risente molto quanto ad atmosfera musicale. Splendido.
The Life Divine è caratterizzata da una lunga intro che lentamente cresce d’intensità sonora e porta alla ribalta prima il rullio di una batteria e poi i suoni delle altre batterie, le percussioni e la chitarra di Santana. Il tema è dettato dalla chitarra di McLaughlin, cui si frappongono i cori dei musicisti. L’improvvisazione della chitarra di John e in antitesi quella di Carlos, creano un vortice di suoni. Ripartono i cori, accompagnati dalle chitarre e dalla ritmica, poi di nuovo improvvisazione di una delle chitarre, con il basso che, al contempo con il solo della chitarra, creano un altro vortice e per la terza volta partono i cori. Veramente curata e suggestiva l’evoluzione ciclica di questo brano. Ottimo.
Let Us Go Into The House Of The Lord è il brano più lungo dell’album, ben 15 minuti e 43 secondi. Un canto tradizionale riarrangiato dai due chitarristi. Intro di chitarra con sottofondo di batteria ed organo. Grande padronanza tecnica di Santana, anche McLaughlin sfoggia una straordinaria bravura tecnica creando intriganti vortici di note. Entrambe le chitarre sono protagoniste in questo brano, entrambe magistralmente coadiuvate, sia nella proposizione del tema dell’inno sia nell’improvvisazione. Un ottimo arrangiamento per un canto tradizionale particolarmente suggestivo.
Meditation, altra composizione di McLaughlin, è caratterizzata dal piano dell’autore, cui si accompagna in sottofondo la chitarra di Santana. Il tema è prima esposto dal piano, poi dalla chitarra. Un’altra esecuzione intimistica e poetica: una vera e propria meditazione orientale in musica. Bella.

Baaba Maal – Being (2023)

A sette anni dall’ultima sua pubblicazione “The Traveller”, Baaba Maal ritorna con “Being”, un disco ritmicamente potente e liricamente premuroso, una delle uscite più emozionanti della sua lunga discografia.
A 70 anni Maal sembra un uomo sulla quarantina. È invecchiato incredibilmente bene. Così come la sua musica. Dal 1989, album dopo album, ne ha pubblicato una ventina, una quindicina come solista e una manciata in collaborazione. Quasi tutti i suoi dischi non solo si basano sulle sue radici senegalesi, ma aggiungono suoni e vibrazioni occidentali, creando così un sound totalmente personale.
In questo “Being” Maal ci offre un qualcosa in più, che supera le sue uscite precedenti. La voce di Maal è sublime e le melodie sono ipnotiche. Si alzano e cadono con grazia, ma sono anche in grado di ruggire quando necessario. Le armonie sono squisite e, abbinate alla voce di Maal, diventano un bene prezioso che fanno il suo marchio di fabbrica.
Being è un’esplorazione delle radici africane di Maal in Senegal. Il disco attraversa i generi a lui consoni, mettendo in evidenza gli strumenti africani tradizionali insieme a suoni elettronici futuristici. Being mette in evidenza le problematiche di un mondo che cambia e si modernizza sottolineando soprattutto il cambiamento climatico che minaccia il suo territorio, la sua gente, il suo vivere.

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Do Ya? di Meija (2023)

Meija, anagramma del suo vero nome, vive a Los Angeles. Ha girato il mondo con i suoi fratelli nella band Echosmith.
Do Ya? È un album indie rock senza tempo che esplora il desiderio di produrre e registrare con tecniche analogiche, ispirandosi agli album classici degli anni ’60 e ’70. I suoi testi sono intimi e onesti e le sue melodie catturano la forza del suo modo di scrivere. L’album è sia riflessivo che rappresentativo della sua vita, ma le canzoni pongono anche una domanda molto più grande. Do Ya? tradotto: “Davvero?” è un album che mette in discussione ciò che si crede di sapere. Abbiamo domande che riteniamo abbiano bisogno di risposte. Ma possiamo mai saperlo davvero?

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Van Morrison

Van Morrison insieme a John Mayall e Eric Burdon che vedremo nei prossimi post, decisero a fine anni Sessanta di trasferirsi in America per cercare una svolta alla loro carriera musicale, dando fortunatamente il via anche ad un periodo estremamente fecondo, musicalmente parlando.

Van Morrison veniva da una famiglia protestante di Belfast, amante della musica: sua madre era una cantante, piena di fervore religioso che nel tempo diventerà Testimone di Jehovah, mentre il padre era collezionista di album americani di jazz e blues. I musicisti più ascoltati a casa Van furono Ray Charles, Solomon Burke e sopra tutti Leadbelly.

Andò via di casa a 15 anni e prima di entrare a far parte del gruppo di covers dei Monarchs, suonò con complessi skiffle e rock and roll. Il suo canto era una via di mezzo tra Mick Jagger e Eric Burdon e il suo fraseggio era spesso forzato e innaturale. Sul palco era incredibile, si buttava per terra, si denudava, ballava sui tavoli.

Riuscirono anche ad andare in tour in Germania dove ebbero la fortuna di esibirsi davanti ai GI’s americani. Van vide dal vivo i Downliners Seet, li volle copiare e fondò i Them. Arrivato a Londra, si affidò al produttore Bert Berns che aveva da poco formato l’etichetta Bang!, il cui distributore inglese era la Decca.

Con i Them raccolse numerosi successi, il maggiore dei quali fu Gloria, ma vale la pena citare almeno Baby Please Don’t Go (con una schitarrata rabbiosa di Jimmy Page, allora ancora sessionman) e Here Comes The Night (scritta da Bernie, sempre con Page, che sarà ripresa successivamente da Bowie in Pin-Ups). Il 1966 fu l’anno del suo primo tour americano, al ritorno del quale sciolse la band e lasciò la musica. Fortunatamente Bert Berns lo persuase a ritornare a New York e a registrare materiale da solista sempre per l’etichetta Bang!. Da queste session nacque una delle sue canzoni più famose, Brown-eyed Girl, che raggiunse il decimo posto delle classifiche USA nel 1967, quando Van era ancora praticamente sconosciuto in madre patria. L’album si chiamerà Blowin’ Your Mind!, e le registrazioni complete verranno pubblicate nel 1991 dalla Bang Masters.

La morte di Berns avvenuta nel 1967 lo portò a vivere prima a Cambridge (Massachusetts) e poi a Boston. Dopo un periodo di depressione e di problemi con l’alcool, dovuto al fatto di non trovare ingaggi e di non sapere bene cosa fare, si trasferì a Los Angeles, dove riuscì ad incidere per la Warner Bros; Astral Weeks.

L’album, un impasto di poesia irlandese e di innovative sonorità folk-jazz, uscito nel 1968, fu acclamato dalla critica, ma ricevette una fredda accoglienza da parte del pubblico. Contiene diverse gemme come Sweet Thing, Cyprus Avenue, Ballerina, Beside You e Madame George, ed è uno dei pochi dischi spartiacque, che fece capire come fosse possibile per la musica pop liberarsi da schemi, preconcetti e canoni. Probabilmente la breccia nella quale s’infileranno musicisti come Nick Drake, Tim Buckley o Richard Thompson. Nel disco compaiono jazzisti illustri come Connie Kay (batterista del Modern Jazz Quartet), Richard Davis e Jay Berliner.

Morrison si trasferì a Woodstock, vicino di casa di Dylan e della Band, due anni dopo pubblicò Moondance che raggiunse la 29ª posizione della classifica curata da Billboard. Se il predecente era un album intriso di tristezza e tenerezza, Moondance rivela invece un animo ottimista ed allegro, è meno avventuroso del precedente ma molto più vario, in cui l’autore fissa il suo stile e cristallizza tutte le sue influenze nere: blues, jazz, soul, gospel.

Negli anni immediatamente successivi cominciò a temere il palco e il pubblico molto numeroso. Dopo un breve distacco dalla musica, ricominciò ad esibirsi nei club e riconquistò la sua abilità istrionica, sebbene dinanzi ad un pubblico più ridotto. Riuscì anche ad accettare un invito di Bill Graham per suonare al Fillmore East. Nel 1970 si esibì in due date insieme ai Brinsley Schwartz e ai Quicksilver Messenger Service, poi una volta con gli Allman Brothers e i Byrds a settembre e l’anno successivo a febbraio tenne quattro concerti in due giorni, pomeriggio e sera, con i Fleetwood Mac e Peter Green, che aveva lasciato la band un anno prima, ma era stato richiamato per sostituire Jeremy Spencer, scappato durante il tour con la setta dei “Bambini di Dio”. Green impose alla band di suonare solo un’interminabile psichedelica Black Magic Woman che avrebbe fatto la gioia dei Dead ma non certo di Van Morrison, che ne fu alquanto seccato. Green voleva anche che i compagni distribuissero ai poveri il loro ingaggio ma gli altri non accettarono.

Pubblicò diversi altri album di successo (His band and the Street Choir del 1970, Tupelo Honey del 1971 e Saint Dominic’s Preview del 1972, l’album doppio It’s Too Late to Stop Now, da molti riconosciuto come uno dei più grandi album dal vivo nella storia del rock, l’introspettivo e triste Veedon Fleece del 1974), ma sono spesso dischi disomogenei con piccole gemme sparse come Domino (9° negli USA nel 1970), I Wanna Roo You, Wild Night, Jackie Wilson Said, Listen To The Lion, Almost Independence Day, la cupa Snow In San Anselmo Autumn Song, Country Fair, You Don’t Pull No Punches, Streets Of Arlow, Linden Arden, Kingdom Hall, Venice USA, Wavelength, Listen Arden Stole The Highlight….

I suoi dischi non saranno mai più semplici raccolte di canzoni, ma diari spirituali in cui l’animo sembra lacerato dai temi universali della vita e della morte.

Nel 1976 partecipò al concerto di addio della Band The Last Waltz.

Continua a sfornare dischi.

Mahavishnu Orchestra — The Inner Mounting Flame (1972)

In un periodo adolescenziale della mia vita fui folgorato sulla via del jazz rock (e non solo), termine non certamente ortodosso per la critica jazzistica.
Fra i tanti musicisti e gruppi in auge in quegli anni, la Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin nutriva la mia più sentita ammirazione.
Se Miles Davis inventò il jazz rock sulle onde di “Bitches Brew”, furono i suoi discepoli a dargli ordine e regola, a cominciare da John McLaughlin, che con Hammer e Cobham fondò nel 1971 la Mahavishnu Orchestra. The Inner Mounting Flame è uno dei capolavori insieme a Birds of Fire (1973) di questo genere sonoro: il jazz rock. Questo primo disco è completamente composto dal giovane trentenne chitarrista, dotato di una tecnica straordinaria affinata nei lunghi anni di apprendistato nella scena jazz blues britannica.

McLaughlin è ispirato dalla filosofia induista di Sri Chinmoy e in “The Inner Mounting Flame” né dà evidente prova, infatti, per lui la musica è solo un mezzo e non un fine. Con le sue corde non vuole suscitare effimere meraviglie ma vuole premere nel profondo dello spirito. L’album è un insieme di mistiche visioni e di furibondi eccessi di energia. I musicisti dialogano fra loro, in maniera naturale senza nessuna forzatura, seguendo una “corrente” jazzistica, che si contrappone a quella più marcata del suono rock, in cui, normalmente, la presenza di uno strumento solista tende a prevaricare sugli altri. McLaughlin non nega la possibilità anzi, spesso sembra voler letteralmente richiedere ad ogni musicista del gruppo di potersi esprimere in maniera autonoma, senza nessuna censura e con la massima libertà.

A questo, però, si contrappone al contempo una scelta di suoni e arrangiamenti spesso lontani dal jazz, che rende il gruppo artefice di quello che poi, con il passare degli anni, troverà identità propria in altri generi musicali, più ancora che nel jazz-rock o nella fusion.

Altro disco interessante è: Love Devotion Surrender (1973) insieme a Carlos Santana, un dei miei dischi preferiti, un disco che è “ode alla chitarra elettrica”, e mai come in questo caso rappresenta uno dei migliori mai suonati nella straordinaria storia del rock.

Van Morrison — Keep it Simple (2008)

Anche ai morrisiani di fede come il sottoscritto, l’uscita di un nuovo disco, non crea più molta trepidazione. Questo è dovuto al fatto che ormai il nostro ci ha abituato ad un trend sonoro che, ad onor del vero, si rivela a volte un po’ stantio. Non è il caso o almeno in parte di questo suo ultimo lavoro “Keep it Simple”.
KiS è un buon disco, buona è la media, infatti, una metà dei brani (soprattutto nella prima parte) è ottima, mentre i restanti sono sufficienti e annoiano un po’.

E’ nel titolo di questo 35° disco il significato dell’opera: semplicità. I suoni, infatti, sono lineari e semplici. Il rosso irlandese passa in rassegna i generi a lui più congeniali: il rock, folk, country, blues, gospel e soul, le sue radici insomma, il Morrison di sempre.

Non c’è abbondanza di strumenti, non ci sono archi e i fiati sono minimi, Van usa soprattutto chitarre, tastiere e naturalmente al voce. La voce è ormai l’elemento fondamentale dei suoi ultimi dischi, una voce minacciosa, potente, come quella di un vecchio leone, una voce che a 62 anni non perde un colpo, anzi migliora, come un whisky di classe.

Tra i brani che meritano di essere menzionati troviamo “How Can A Poor Boy” canzone apripista dove l’armonica crea subito un’atmosfera blues, “That’s Entrainment” diretta, semplice, ben costruita e non a caso scelto come singolo, “Don’t Go To Nightclubs Anymore” per rimanere in campo blues, “School Of Hard Knocks” e “Lover Come Back” due brani brillanti ed emozionanti, tra i più riusciti assieme alla title track “ Keep it Simple” il brano più bello del disco, grande canzone, tra le top dell’artista irlandese.

In conclusione: Keep it Simple è senz’altro il disco più riuscito degli anni duemila, come è vero che, anche i suoi dischi minori, rispetto alla media della produzione discografica internazionale, sono una spanna superiori.

Un consiglio sento di dare al nostro musicista: visto l’età, caro “The Man”, perché non diradare le tue uscite discografiche in favore di più qualità? Dove per qualità intendo quei dischi che lasciano un segno marcato, in fondo ne hai regalato di capolavori e te ne siamo grati, ma, se sei stanco, lasciaci almeno quei ricordi, piuttosto che, dei dischi mediocri. Pensaci.

Sweet Thing – Van Morrison #5/10

Dati

Sweet Thing è un brano tratto dal suo secondo album capolavoro Astral Weeks del 1968.
Scritto da Morrison in età compresa tra i 22 e 23 anni, dopo aver incontrato la sua futura moglie Janet durante un tour negli Stati Uniti nel 1966 e durante l’anno della separazione dopo essere tornato a Belfast.

In soli 4:22 secondi Morrison riesce a descrivere perfettamente qualcosa che è quasi impossibile da descrivere, la sensazione inebriante che provi quando un nuovo amore entra nella tua vita, solleva il morale e ti fa sentire come se nulla al mondo fosse impossibile.

Questa è l’unica canzone di Astral Weeks che guarda avanti nel tempo piuttosto che soffermarsi e pensare al passato.

Il ritornello: “E sarò soddisfatto, di non leggere tra le righe, e camminerò e parlerò, nei giardini tutti bagnati di pioggia, e non invecchierò mai più così tanto”

Van Morrison descrive la canzone: “‘Sweet Thing’ è un’altra canzone romantica. Contempla giardini e cose del genere… bagnata dalla pioggia. È una ballata d’amore romantica non su qualcuno in particolare, ma su un sentimento.”

Pensiero

Ho conosciuto l’artista Van “The Man” Morrison, in età adolescenziale e a parte qualche brano, non ho mai approfondito i suoi dischi, il suo mondo musicale. Di conseguenza, a differenza delle canzoni pubblicate precedentemente, Sweet Thing, come il disco, come tutto il materiale sonoro di Van Morrison, appartiene all’età matura.
Fu nel 1986 con No guru, no method, no teacher”  (a tutt’oggi il mio disco preferito di sempre) che ebbi l’illuminazione e da quel momento niente fu come prima. Cominciai a scoprire i suoi dischi o meglio “capolavori” come Astral Week, Moondance etc.
Van Morrison come un lampo a ciel sereno diventò subito il mio musicista preferito e a distanza di trentacinque anni lo è ancora.

Sweet Thing è una canzone d’amore, verso una donna e allo stesso tempo verso “il mondo“, una delle poche sue canzoni “positive”, un canto di redenzione. Van Morrison è un cristiano (anche se ha avuto un’esperienza con Dianetics, poi subito rinnegata) e la redenzione è la chiave della sua filosofia.
Che sia ovviamente una donna a redimerlo è quasi secondario, esulta sia per la redenzione in quanto tale e per la donna che ne è responsabile.
Questa, a mio avviso, è una delle migliori canzoni di Van. Solleva l’anima e lenisce il dolore. Una buona musica come questa ti fa sentire meglio, esattamente quando ne hai bisogno.

Le mie recensioni di Van Morrison in questo blog: qui.

John Cougar Mellencamp — The Lonesome Jubilee (1987

Il ribelle, questo è l’aggettivo che più si addice a John Mellencamp che passa l’adolescenza tra moto, bar, ragazze e gruppi rock, per poi sposarsi a diciannove anni. Dopo vari dischi, più o meno di valore, è con “Scarecrow” del ’85, disco antecedente a questo, che Cougar, così si fa chiamare all’epoca, arriva al vero successo.

I testi rilevano una sincera presa di posizione per i temi d’impegno sociale, soprattutto a favore degli agricoltori in crisi (sarà lui stesso ad organizzare il “Farm Aid”. Ma non solo al sociale sono rivolte le sue liriche, sono una miscela di riflessioni, commenti e descrizioni sulla sua condizione di vita presente e un po’ nostalgica, quando ricorda il suo esser stato più giovane.

Con questo “The Lonesome Jubilee” John Mellencamp si affina soprattutto anche sul piano musicale evolvendosi con elementi soul, tex mex e musica latina e con l’arricchimento di strumenti come il violino, la fisarmonica e il banjo. L’album è di “presa” immediata, si fa amare fin dal primo ascolto, ma non per questo cade nella banalità.

Nel complesso un buonissimo disco questo, del nostro. Musicalità e testi degni di un songwriter alla pari, certe volte, di musicisti di calibro internazionale assai più famosi, ma che nulla hanno da insegnare al nostro “puma”.

“La mia vita è una contraddizione di desiderio e dispiacere trascino il mio cuore attraverso le ceneri per gettarlo nel cuore. Forse c’è una ragione e potrebbe esserci un disegno, oppure siamo solo degli sciocchi a credere che un giorno capiremo. E tutto diventa vero, si tutto diventa vero. Come una ruota dentro un’altra che gira dentro di te. E pensi cosa ho fatto? Cosa posso fare? Quello che credi di te stesso diventa tutto vero.”

Marlene Kuntz — Uno (2007)

“…i Marlene Kuntz vivono il loro presente e il loro presente è in continua evoluzione…”
Sono le parole di Cristiano Godano, cantante e paroliere, rilasciate in una recente intervista.

Anche se sono sulla scena musicale italiana da dieci anni, non conoscevo il loro mondo sonoro. Mi sono avvicinato a questo disco per curiosità e quindi non avendo ascoltato i loro dischi passati, mi è difficile fare opera di paragone, probabilmente è solo un vantaggio.
Questo nuovo lavoro (il settimo per la cronaca) è prodotto e arrangiato da Gianni Maroccolo, è composto da dodici tracce, dodici canzoni che hanno come comune denominatore: l’amore.
Il titolo stesso di questo cd “Uno” è assai emblematico. Uno è unico, unico è l’amore. Questa è la summa del disco.
In sostanza quello che esce fuori a testa alta da quest’opera sono i testi.
Le parole sono vere e proprie poesie, poesie d’amore. L’amore in ogni sua sfaccettatura, amori dolci, drammatici, poetici e fisici, come sentimento unico e indecifrabile di cui non sappiamo fare a meno.
La musica invece gioca un ruolo secondario. E’ solo semplice accompagnatrice, pura melodia che ben si amalgama con le parole scritte da Godano.
“Uno” è un album da ascoltare attentamente con orecchie libere da ogni pregiudizio.
Questo è il loro presente.

Van Morrison — Into the Music (1979)

Con lo stesso titolo era uscita nel 1975 una biografia dell’artista. Il titolo giusto per l’album sarebbe stato “Into the Music Again”, perchè esso segna il ritorno della voglia di far musica dopo la pausa triennale e due tentativi poco felici. La voglia di cantare è anche il ritorno a vivere, come indicano i titoli di alcune canzoni: “Bright Side of the Road”, “You Make Me Feel So Free” e “And the Healing Has Begun”, in cui ad essere malato era lo spirito e la medicina è, naturalmente, la musica. La voglia di vivere emerge dalla forza della performance canora, mai così convinta e trascinante (“Divertiamoci mentre possiamo/ Non vuoi aiutarmi a cantare questa canzone/ Dal limite scuro della via/ Al lato luminoso della strada”).

Per produrre questo disco non si badò tanto alle spese, e possiamo ascoltare ottimi musicisti, fra ospiti e membri della nuova band. Innanzitutto arriva, dal giro di James Brown, il sassofonista Pee Wee Ellis, cui il precedente Schrorer non era degno neanche di lustrare le scarpe. Alla tromba il giovane Mark Isham, che negli anni successivi toccherà anche le tastiere. A suonare il violino e la viola c’è la splendida italiana Toni Marcus, il vero solista in questa occasione, che purtroppo non verrà più richiamata per gli album successivi. Si può notare come la batteria sia mixata ad un volume molto più alto che, per esempio, in Tupelo Honey: neanche Van è immune dalle mode. Gli elementi nuovi, che rimarrano a lungo, sono la musica celtica, in “Rolling Hills”, e la religione, in “Full Force Gale” (“Sono stato risollevato dal Signore”).

Con una prima facciata di canzoni veloci ed una seconda di canzoni lente, le nove canzoni (più una coda) mostrano praticamente tutte le facce, gli stili, gli atteggiamenti mentali, i trucchi ed il talento del cantante e dell’autore. Descrivere questa goduria di disco è inutile: va acquistato ad occhi chiusi.