Charles Mingus

Strana e complessa anche la figura di Charles Mingus, uomo difficile ai limiti della malattia mentale, esibizionista, violento, ossessionato da un vittimismo grave. Era l’incarnazione dell’onestà, ma sapeva essere ingrato, gentile, tenero, patologicamente incapace di controllare i suoi smisurati appetiti ma in grado di sottoporsi a una ferrea disciplina per migliorare la tecnica strumentale e approfondire la sua preparazione tecnica.
Mingus menava le mani facilmente, odiava essere chiamato «Charlie», detestava gli organizzatori, i critici, i proprietari di club e il free jazz. Mingus era perfettamente consapevole della sua personalità contorta e nella sua autobiografia afferma di essere «tre Mingus contemporaneamente».
Era nato a Nogales, in Arizona, ma era cresciuto a Watts, sobborgo di Los Angeles. A fargli scegliere il contrabbasso fu Buddy Collette, suo coetaneo ma già professionalmente avviato. I primi contatti musicali sono con la chiesa della congregazione metodista, i suoi primi ingaggi, negli anni Quaranta, con l’orchestra di Louis Armstrong, Barney Bigard, Illinois Jacquet, l’orchestra di Lionel Hampton, per la quale scrisse il suo primo pezzo noto.
Quindi il trasferimento a New York, molta musica dal vivo (anche con Parker) ma sino alla fine degli anni Cinquanta la sua principale fonte di reddito fu il denaro guadagnato da due donne che si prostituivano per lui. Nonostante abbia collaborato con buona parte dei grandi del jazz e con musicisti identificati con un movimento, Mingus ha seguito una strada a sé stante, profondamente legata alla tradizione afroamericana. Ha sempre dichiarato le sue fonti d’ispirazione, Ellington, la musica da chiesa, Parker, Art Tatum. A partire dagli anni Cinquanta ha iniziato l’attività di bandleader, la sua musica risentiva dell’influenza del cool ed era caratterizzata da una studiata strutturazione. Ma durò poco, Mingus prese le distanze da quel modo di lavorare, perché credeva che il jazz non può mantenere il suo feeling più autentico se resta legato a partiture che non prevedono alcuna libertà per l’esecutore. La carriera del Mingus più autentico è cominciata con Pithecantropus Erectus, una suite in quattro parti in cui iniziano a delinearsi i caratteri peculiari della sua musica: bruschi cambiamenti di atmosfera, di tempo, di ritmo, episodi impressionistici vicini a un’estetica free. Un vero e proprio mondo sonoro, sorprendentemente guidato dal contrabbasso che, nelle sue mani, ha conosciuto irripetibili livelli di autorevolezza, sembrava vivere di vita propria, completo e musicalissimo, ben oltre l’abituale funzione di accompagnamento alla quale in genere era associato. Libero dai condizionamenti della partitura, Mingus riesce a ottenere una travolgente versione moderna della polifonia di New Orleans e anno dopo anno arricchisce il suo mondo sonoro realizzando, con le sue bands, una tavolozza emotiva e sonora di straordinaria ampiezza. Gli anni Sessanta sono stati per Mingus un periodo di particolare felicità creativa, segnato dalla collaborazione con Eric Dolphy, con il quale ha realizzato alcune delle sue produzioni più belle. Dischi come Ah Hum lo rendono famosissimo, opere come The Black Saint and the Sinner Lady lo consacrano, ma la sua «follia» lo porta a sparire dalla scena verso la fine del decennio. Quando torna, negli anni Settanta, in pochi scommettono sul suo futuro, e invece Mingus, con Don Pullen e George Adams, riesce ancora una volta a sorprendere tutti e a raccogliere enormi successi, influenzando con il suo lavoro un’intera generazione di musicisti.

Thelonious Monk

In quanto a stranezze, probabilmente nessuno ha mai superato Thelonious Monk, proverbiale caso di enigma vivente a cominciare dal primo nome, Thelonious, ereditato dal padre, e dal secondo, Sphere, del quale nessuno a ma appurato l’origine, né la reale esistenza anagrafica. Nato alla fine degli anni dieci (non c’è certezza nemmeno sulla data di nascita), Monk era già, all’inizio degli anni Quaranta, il pianista fisso del Minton’s di New York, il club scelto come laboratorio permanente dai “rivoluzionari” del bop. Monk si trovo cosi al centro del movimento che ha cambiato la storia del jazz, ma non ne fu affatto coinvolto. La musica era l’unico interesse della sua vita, ma l’attenzione era rivolta unicamente all’opera del suo ingegno. Prova ne è il fatto che Monk ha scritto gran parte del suo repertorio nei primi anni di attività, quando era praticamente ignorato. Con felice intuizione, è stato scritto che Monk sembrava rimanere fermo ad aspettare che il futuro lo raggiungesse e facesse capire agli altri la sua musica. Poi si è limitato a lasciare che gli altri lo ascoltassero. Nessuna storia del jazz escluderebbe il suo nome dai fondatori del be-bop, ma Thelonious in realtà ha più che altro garantito la sua presenza e, anche in termini stilistici, con i boppers voleva avere poco a che fare. D’altra parte le sue radici di strumentista affondano nella tradizione stride, quella dei rent parties, che sono stati la sua prima fonte di reddito. La tecnica pianistica di Monk era, secondo alcuni, piuttosto rudimentale. In effetti si trattava di un modo di suonare assolutamente fuori dalla norma, con le dita tese e non piegate secondo la prassi classica. Questo veniva considerato un limite tecnico grave: non va dimenticato però che, nonostante la sua indifferenza al mondo esterno, Monk, per quello che riguarda la musica, sapeva benissimo ciò che voleva. L’approccio alla tastiera con le dita rigide gli consentiva di ottenere quella sonorità inconfondibile, percussiva, che scaturiva proprio dal modo in cui venivano colpiti i tasti. Una tecnica messa a punto sul piccolo pianoforte del modesto appartamento del ghetto di San Juan Hill che ha abitato per tutta la vita, anche quando, ottenuti seppur tardivi riconoscimenti, aveva raggiunto una relativa agiatezza.
Per molti anni Monk ha avuto una vita difficile, ha lavorato per pochi dollari in locali di quart’ordine e dal 1951 al 1957 non ha lavorato affatto. Dal 1957 la sua stella inizia a brillare, quando con il suo quartetto (del quale hanno fatto parte anche Sonny Rollins, John Coltrane, Johnny Griffin e Charlie Rouse) propone il repertorio che lo ha portato a diventare un maestro, composto di brani come Round Midnight, Ruby My Dear, Straight No Chaser, Epistrophy, ai quali vanno aggiunti classici come Blue Monk, Well You Needn’t, o Misterioso. Monk diventa una star, suona in tutto il mondo e nel 1964 conquista addirittura la copertina di “Time”. La gloria lo accompagna sino alla fine del decennio, poi la discesa, la voglia di scomparire agli occhi del mondo, l’autoreclusione nella casa di San Juan Hill e quindi nel 1986, la scomparsa.

John Mayall: 90 anni per il bluesman britannico

John Mayall è un musicista britannico, noto principalmente per il suo contributo al blues. Nato il 29 novembre 1933 a Macclesfield, Inghilterra, Mayall è spesso definito “il padrino del British blues” grazie alla sua influenza nel portare il genere alla ribalta in Gran Bretagna durante gli anni ’60.
Mayall è famoso per aver formato la band John Mayall & the Bluesbreakers, che ha visto passare tra le sue fila musicisti leggendari come Eric Clapton, Peter Green (che successivamente fondò i Fleetwood Mac) e Mick Taylor (che più tardi si unì ai Rolling Stones). L’album “Blues Breakers with Eric Clapton” del 1966 è particolarmente significativo e rimane una pietra miliare del blues rock.
John Mayall è anche noto per la sua capacità di suonare diversi strumenti, tra cui l’armonica, il pianoforte e la chitarra, e per la sua dedizione alla musica blues, che ha continuato a promuovere e suonare in tutto il mondo per oltre sei decenni.
Mayall ha continuato a registrare e fare tournée, confermando il suo status di icona del blues fino quasi alla morte avvenuta il 22 luglio del 2024.

Circle Game – Joni Mitchell (1970)

Non immaginava minimamente la cantautrice canadese Joni Mitchell che Circle Game inserita nel suo album del 1970 Ladies of the Canyon diventasse una delle canzoni più amate non solo da lei ma anche dai suoi fan.
Il testo del brano, tra i suoi più belli, alla fine di ogni strofa descrive “la giostra del tempo” che ci porta tutti “in tondo e in tondo nel gioco del cerchio”. Una brillante immagine che trasmette sia energia che movimento, nonché l’atmosfera riflessiva della canzone. Il passare del tempo, il mutare delle stagioni e la maturazione di un bambino sono temi intrinsecamente più interessanti per gli adolescenti e gli adulti che per i bambini piccoli. I ritmi avvincenti dei versi e le splendide suggestioni garantiscono un ampio fascino e creano un’empatia che può essere felicemente condivisa da generazioni diverse.

Magic Slim: inserito postumo nella “Blues Hall Of Fame”

Il 7 Agosto del 1937, a Torrance, nel Mississippi, Stati Uniti, nasceva il bluesman Magic Slim (vero nome Morris Holt). Apprese l’interesse per la musica molto presto, cantando nel coro della chiesa. Il suo primo amore è stato il piano, ma avendo perso un dito della sua mano destra in un incidente, trovò difficoltà a suonare, e così decise di ripiegare sulla chitarra. Lavorava nei campi durante la settimana e suonava il blues nei party che si svolgevano nelle case durante i week-ends.
All’età di 11 anni Slim si trasferì a Grenada, Mississippi dove più tardi incontrò e diventò amico di Magic Sam (dal quale prese il nome d’arte, anni più tardi quando si trasferì a Chicago). Negli anni ’80 arrivò a pubblicare dischi con la famosa casa discografica “Alligator” e vinse il primo premio “W.C.Handy”. Nel 1994 Magic Slim si trasferì a Lincoln, nel Nebraska, dove ebbe un contratto per molti anni in un importante locale e dove suonò anche accompagnato dal figlio Shawn Holt, cantante e chitarrista di talento, che lo accompagnò nei Teardrops per diversi anni. Magic Slim ed i Teardrops vinsero per sei volte il “W.C. Handy Award” come migliore Blues Band dell’anno e si affermò come uno dei più validi bluesmen americani. Durante una sua tournee, fu colpito da ulcere sanguinanti, ma avendo anche problemi cardiaci, polmonari e renali, morì all’ospedale di Filadelfia, in Pennsylvania, il 21 Febbraio 2013. Nel 2017 fu inserito, postumo, nella “Blues Hall of Fame”.

Van Morrison – Veedon Fleece (1974)

Tornato in Irlanda nel 1973 e suggestionato nel rivedere i luoghi della propria adolescenza, Van trova l’ispirazione per un album concept estremamente personale. Non vi sono note di copertina o interviste a spiegarlo, ma si capisce che le varie canzoni sono in un ordine preciso, con frasi che si ripetono da un brano al successivo, in modo da formare la storia di un ragazzo che dapprima sogna una vita fantastica, popolata da eroi e da poeti, poi parte deciso incontro alla vita reale come se andasse incontro ad una avventura (la ricerca di un immaginario vello di Veedon). Seguono le esperienze e le disillusioni. Alla fine c’è il ritorno al paese natio ed un amore che curerà le ferite. Ad accompagnare il cantante c’è una versione snellita della Caledonia Soul Orchestra. Il suono è curato, ma rarefatto, ricordando un po’ tutti gli album precedenti. Infatti per ogni canzone c’è uno stile diverso, eppure l’opera conserva un carattere fortemente unitario. Rispetto ad Astral Weeks, cui quest’opera è stata paragonata, essa è molto più sfaccettata, più costruita e meno originale. L’accompagnamento strumentale è infatti semplice e tradizionalista, più ancora che nei due album in studio precedenti. I testi e le parti vocali sono estremamente personali. E’ un disco che, pur non essendo musicalmente difficile, richiede un ascolto raccolto, al buio, per essere penetrato.

Prima che Veedon Fleece arrivasse nei negozi, era stato già ultimato ed annunciato il suo successore, dal nome “Mechanical Bliss” e dal tono opposto, gaio e spensierato. L’album non fu mai pubblicato.

Van Morrison – It’s Too Late to Stop Now (1974)

A dieci anni dal suo esordio discografico arriva il primo live, a cui ne son seguiti altri due, sempre rispettando la scadenza decennale. Se qualcuno compila la lista dei 10 migliori live di tutti i tempi e non include questo, due sono i casi: o non l’ha mai ascoltato o era meglio che stesse zitto. Vi è più di un motivo per cui questo album rifulge. Primo: il cantante è un vulcano in eruzione. Secondo: il cantante ha raggiunto il pieno della maturità tecnica e artistica. Terzo: la band di supporto è tanto articolata ed affiatata che non si potrebbe desiderare di meglio. Quarto: le diciotto composizioni son tutte valide.

Il titolo origina da una delle pratiche di Van nei suoi concerti: fa crescere in maniera orgiastica l’eccitazione, al cui culmine pronuncia la fatidica frase: “E’ troppo tardi per fermarci ora”. Invece subito dopo la canzone si interrompe di botto. Si può ascoltare tutto ciò in “Cyprus Avenue”, drasticamente diversa dalla versione originaria su “Astral Weeks”. I brani scelti vanno anche più indietro, comprendendo due hit dei Them e ben sei cover, mai registrate in studio. La Caledonia Soul Orchestra comprendeva undici elementi, cantante escluso: piano, batteria, chitarra, basso, sax, tromba, tre violini, una viola ed un violoncello. Le registrazioni risalgono all’estate del 1973, praticamente l’unico anno di vita della formazione. Ad un certo punto si era pensato di pubblicare un triplo album, ma alla fine si optò per un doppio. Le canzoni escluse sono ricomparse su bootleg. E’ un vero peccato che non si sia provveduto a recuperarle per la riedizione su CD, perchè lo spazio per inserirle non mancava. In queste registrazioni si vede solo il lato più esuberante di Van Morrison. Non c’è traccia del cantautore intimista e mistico; c’è un gigante che domina con carisma la platea e la band. 

The Maureens – Everyone Smiles (2024)

Anche dopo decenni, la musica degli anni sessanta ha rifiutato di morire. E’ stata attaccata dalle grandi band rock degli anni settanta, dal glamour-pop degli anni ottanta, dal grunge degli anni novanta, dal rap degli anni duemila e nonostante tutto rimane sempre a galla.

Formatosi nel 2012, il quartetto dei The Maureens sono originari dai Paesi Bassi e Everyone Smiles è il loro quarto album che stride parecchio di tutto quello che hanno rappresentato i meravigliosi anni sessanta.

Everyone Smiles, è di facile ascolto, nel senso che le canzoni sono intonate, le armonie sono piacevoli ed è semplicemente prodotto meravigliosamente. Si potrebbe confondere il disco come una musica di sottofondo, perfetta per il lavoro ma invece i Maureen sono più di un suono superficiale, questi ragazzi vanno oltre, riflettendo seriamente in ogni loro canzone.

Ogni traccia è come una piccola avventura e i Maureen offrono un bel viaggio lungo una perfetta e moderna corsia degli anni Sessanta…

Ascolta l’album

Van “The man” …more

Irlandese, capelli rossi, grassoccio, carattere terribile, musicista formidabile. Questo è Van Morrison, da oltre cinquant’anni una bandiera per la musica d’autore. Su di lui si sono scritti fiumi di parole, ma pochi hanno saputo, o meglio potuto, avvicinarlo: Morrison ha una sorta di idiosincrasia per i giornalisti e cerca di evitare qualunque tipo di intervista. Non ha nulla da dire alla stampa, per lui parla la sua musica: “Io sono un musicista e faccio musica“, questo è il pensiero dell’uomo Morrison. E, difatti, lui parla attraverso la sua musica.

Ha inciso moltissimi dischi, più o meno uno all’anno dal 1968 ad oggi, e vi sfido a trovarne uno brutto: in ogni album c’è almeno una canzone strepitosa, anche più di una, ed una serie di composizioni d alto livello come cornice. Sa scrivere ballate, brani blues e folk, soul, jazz e rock: la sua musica non ha frontiere e non può venire etichettata. Morrison è un musicista totale.

Ha creato una cinquantina di dischi, con “Astral weeks” e “Moondance” due dei dischi più belli di ogni epoca: ma poi, non contento, ne ha gettati sul piatto altri di splendidi, una decina decisamente dei capolavori, altrettanti di ottima fattura, altri di buoni e altri più o meno mediocri ma brutti mai.

Musica totale: l’irlandese sa mischiare con estrema disinvoltura e grande cultura qualunque tipo di musica, ed usa liriche intense e poetiche, personali e letterarie, che danno uno spessore inusuale al suo script. Bardo celtico, cantante soul, musicista estatico, mistico e visionario Morrison è in grado di raggiungere le vette più alte della musica contemporanea: ed inoltre, da vero artista, muta, nelle esecuzioni dal vivo, di continuo le sue composizioni, modellandole e rimodellandole a suo piacimento. Per lui la musica è un lavoro, e questo “mestiere” lo affronta con estrema serietà ed assoluto rigore morale e stilistico, e, con la voce che si ritrova, unita ad un raro talento compositivo, non può fare altro che migliorarsi.

John Mayall

John Mayall è originario di Manchester, dove nacque il 29 novembre del 1943. Il padre era un chitarrista amante del jazz e attraverso di lui conobbe Pinetop Smith, Leadbelly, Sonny Boy Williamson (suo maestro per l’armonica) Muddy Waters. Passò tre anni in Corea per il servizio militare e lì imparò a suonicchiare la chitarra elettrica. Nel 1963 decise di provarci come musicista e partì per Londra dove suonò nei Blues Syndicate e conobbe il batterista Hughie Flint e Alexis Korner.

Nel 1963 formò i Bluesbreakers e suonò al Marquee di Londra come cantante, tastierista e armonicista di una band maniacalmente devota al Chicago Blues. Formazione con Bernie Watson alla chitarra, John McVie al basso e Peter Ward alla batteria. La storia poi è nota. La sua band sostituirà presto quella di Korner e diventerà una sorta di università del blues inglese, per anni il principale punto di riferimento della scena britannica. Mayall farà da chioccia al fior fiore dei musicisti inglesi di quel periodo, scrivendo anche materiale originale in un’epoca in cui i bluesman bianchi si limitavano quasi sempre a rielaborare il materiale dei neri.

Nel 1965 arrivò Eric Clapton (che si era appena fatto le ossa negli Yardbirds), poi sostituito da Peter Green con il quale Mayall incise A Hard Road (su Supernatural Carlos Santana ci costruirà una carriera ma molti singoli, fra cui la leggendaria Out Of Reach e Stone Crazy con un trio che avrebbe potuto rivoluzionare il mondo – Peter Green, Jack Bruce e Aynsley Dumbar – saranno raccolti su Thru The Years e su altre antologie), a sua volta sostituito da Mick Taylor e di seguito arrivarono Andy Fraser, Tony Reeves, Rick Grech, Jon Hiseman e tanti altri. Tanti gregari che stavano diventando stars, formando gruppi importanti come Cream, Fleetwood Mac, Free, Colosseum, Blind Faith.

Nel gennaio 1968 partì il primo tour americano con una data al Cafe Au Go-Go Club di New York. Lo stesso anno Mayall incise i due volumi di Diary Of A Band e Bare Wires (un passo storico, dove seppellisce il blues sotto un cumulo di raffinatezze jazz – la Bare Wires Suite dura 23 minuti!) quasi interamente composto dallo stesso e coprodotto con Mike Vernon. In estate sciolse definitivamente i Bluesbreakers (14 luglio) e incise a Londra ai Decca Studios Blues From Laurel Canyon, un concept-album dedicato a Los Angeles (il titolo si riferisce all’indirizzo di Frank Zappa, presso cui Mayall aveva soggiornato), per inciso uno dei miei dischi preferiti, numero 68 nelle charts USA. Arrivarono anche Jon Mark, John Almond, Alun Davies… fu un periodo estremamente creativo.

Terzo tour americano a febbraio del 1969 per spingere Blues From Laurel Canyon.

Suonò al Palm Spring Pop Festival e, per due serate, al Fillmore East a febbraio con i Ten Years After. Tornato in Inghilterra, decise di trasferirsi in America debuttando il 5 luglio al Newport Jazz Festival, ri-suonò al Fillmore East a luglio (insieme agli Spooky Tooth) e a ottobre (con Chuck Berry e Elvis Bishop) data durante la quale registrò alcuni pezzi che poi usciranno su The Turning Point. Lasciò la Decca per passare alla Polydor e in America registrò subito anche un album in studio, Empty Rooms, (luglio 1970) con il nuovo bassista Larry Taylor (ex Canned Heat) e Usa Union. Arrivarono anche il chitarrista Harvey Mandel e il violinista Don “Sugarcane” Harris.

A novembre dello stesso anno lanciò il progetto Back To The Roots con Eric Clapton, Mick Taylor e Harvey Mandel alle chitarre (avrebbe voluto anche Peter Green ma l’esperienza in First Time Alone su Blues From Laurel Canyon gli era bastata), Don Harris al violino, Almond, Thompson e Larry Taylor al basso, Keef Hartley alla batteria.

Tornò a casa ma per poco tempo. A marzo sarà ancora al Fillmore per tre giorni con B.B. King e Taj Mahal. Ci tornerà a ottobre suonando con i Flock e gli It’s A Beautiful Day. Agli inizi del 1971 registrò una session con Albert King, suonò nuovamente al Fillmore ad aprile con Boz Scaggs per poi registrare un disco dal vivo con una nuova formazione virata verso il jazz: Jazz Blues Fusion con Blue Mitchell alla tromba, Larry Taylor al basso e Freddy Robinson alla chitarra. Sarà il suo ultimo grande disco. Continua a suonare un po’ ovunque (spesso anche in Italia), anche lui campando sulla gloria passata.