Van Morrison – It’s Too Late to Stop Now (1974)

A dieci anni dal suo esordio discografico arriva il primo live, a cui ne son seguiti altri due, sempre rispettando la scadenza decennale. Se qualcuno compila la lista dei 10 migliori live di tutti i tempi e non include questo, due sono i casi: o non l’ha mai ascoltato o era meglio che stesse zitto. Vi è più di un motivo per cui questo album rifulge. Primo: il cantante è un vulcano in eruzione. Secondo: il cantante ha raggiunto il pieno della maturità tecnica e artistica. Terzo: la band di supporto è tanto articolata ed affiatata che non si potrebbe desiderare di meglio. Quarto: le diciotto composizioni son tutte valide.

Il titolo origina da una delle pratiche di Van nei suoi concerti: fa crescere in maniera orgiastica l’eccitazione, al cui culmine pronuncia la fatidica frase: “E’ troppo tardi per fermarci ora”. Invece subito dopo la canzone si interrompe di botto. Si può ascoltare tutto ciò in “Cyprus Avenue”, drasticamente diversa dalla versione originaria su “Astral Weeks”. I brani scelti vanno anche più indietro, comprendendo due hit dei Them e ben sei cover, mai registrate in studio. La Caledonia Soul Orchestra comprendeva undici elementi, cantante escluso: piano, batteria, chitarra, basso, sax, tromba, tre violini, una viola ed un violoncello. Le registrazioni risalgono all’estate del 1973, praticamente l’unico anno di vita della formazione. Ad un certo punto si era pensato di pubblicare un triplo album, ma alla fine si optò per un doppio. Le canzoni escluse sono ricomparse su bootleg. E’ un vero peccato che non si sia provveduto a recuperarle per la riedizione su CD, perchè lo spazio per inserirle non mancava. In queste registrazioni si vede solo il lato più esuberante di Van Morrison. Non c’è traccia del cantautore intimista e mistico; c’è un gigante che domina con carisma la platea e la band. 

The Maureens – Everyone Smiles (2024)

Anche dopo decenni, la musica degli anni sessanta ha rifiutato di morire. E’ stata attaccata dalle grandi band rock degli anni settanta, dal glamour-pop degli anni ottanta, dal grunge degli anni novanta, dal rap degli anni duemila e nonostante tutto rimane sempre a galla.

Formatosi nel 2012, il quartetto dei The Maureens sono originari dai Paesi Bassi e Everyone Smiles è il loro quarto album che stride parecchio di tutto quello che hanno rappresentato i meravigliosi anni sessanta.

Everyone Smiles, è di facile ascolto, nel senso che le canzoni sono intonate, le armonie sono piacevoli ed è semplicemente prodotto meravigliosamente. Si potrebbe confondere il disco come una musica di sottofondo, perfetta per il lavoro ma invece i Maureen sono più di un suono superficiale, questi ragazzi vanno oltre, riflettendo seriamente in ogni loro canzone.

Ogni traccia è come una piccola avventura e i Maureen offrono un bel viaggio lungo una perfetta e moderna corsia degli anni Sessanta…

Ascolta l’album

Van “The man” …more

Irlandese, capelli rossi, grassoccio, carattere terribile, musicista formidabile. Questo è Van Morrison, da oltre cinquant’anni una bandiera per la musica d’autore. Su di lui si sono scritti fiumi di parole, ma pochi hanno saputo, o meglio potuto, avvicinarlo: Morrison ha una sorta di idiosincrasia per i giornalisti e cerca di evitare qualunque tipo di intervista. Non ha nulla da dire alla stampa, per lui parla la sua musica: “Io sono un musicista e faccio musica“, questo è il pensiero dell’uomo Morrison. E, difatti, lui parla attraverso la sua musica.

Ha inciso moltissimi dischi, più o meno uno all’anno dal 1968 ad oggi, e vi sfido a trovarne uno brutto: in ogni album c’è almeno una canzone strepitosa, anche più di una, ed una serie di composizioni d alto livello come cornice. Sa scrivere ballate, brani blues e folk, soul, jazz e rock: la sua musica non ha frontiere e non può venire etichettata. Morrison è un musicista totale.

Ha creato una cinquantina di dischi, con “Astral weeks” e “Moondance” due dei dischi più belli di ogni epoca: ma poi, non contento, ne ha gettati sul piatto altri di splendidi, una decina decisamente dei capolavori, altrettanti di ottima fattura, altri di buoni e altri più o meno mediocri ma brutti mai.

Musica totale: l’irlandese sa mischiare con estrema disinvoltura e grande cultura qualunque tipo di musica, ed usa liriche intense e poetiche, personali e letterarie, che danno uno spessore inusuale al suo script. Bardo celtico, cantante soul, musicista estatico, mistico e visionario Morrison è in grado di raggiungere le vette più alte della musica contemporanea: ed inoltre, da vero artista, muta, nelle esecuzioni dal vivo, di continuo le sue composizioni, modellandole e rimodellandole a suo piacimento. Per lui la musica è un lavoro, e questo “mestiere” lo affronta con estrema serietà ed assoluto rigore morale e stilistico, e, con la voce che si ritrova, unita ad un raro talento compositivo, non può fare altro che migliorarsi.

John Mayall

John Mayall è originario di Manchester, dove nacque il 29 novembre del 1943. Il padre era un chitarrista amante del jazz e attraverso di lui conobbe Pinetop Smith, Leadbelly, Sonny Boy Williamson (suo maestro per l’armonica) Muddy Waters. Passò tre anni in Corea per il servizio militare e lì imparò a suonicchiare la chitarra elettrica. Nel 1963 decise di provarci come musicista e partì per Londra dove suonò nei Blues Syndicate e conobbe il batterista Hughie Flint e Alexis Korner.

Nel 1963 formò i Bluesbreakers e suonò al Marquee di Londra come cantante, tastierista e armonicista di una band maniacalmente devota al Chicago Blues. Formazione con Bernie Watson alla chitarra, John McVie al basso e Peter Ward alla batteria. La storia poi è nota. La sua band sostituirà presto quella di Korner e diventerà una sorta di università del blues inglese, per anni il principale punto di riferimento della scena britannica. Mayall farà da chioccia al fior fiore dei musicisti inglesi di quel periodo, scrivendo anche materiale originale in un’epoca in cui i bluesman bianchi si limitavano quasi sempre a rielaborare il materiale dei neri.

Nel 1965 arrivò Eric Clapton (che si era appena fatto le ossa negli Yardbirds), poi sostituito da Peter Green con il quale Mayall incise A Hard Road (su Supernatural Carlos Santana ci costruirà una carriera ma molti singoli, fra cui la leggendaria Out Of Reach e Stone Crazy con un trio che avrebbe potuto rivoluzionare il mondo – Peter Green, Jack Bruce e Aynsley Dumbar – saranno raccolti su Thru The Years e su altre antologie), a sua volta sostituito da Mick Taylor e di seguito arrivarono Andy Fraser, Tony Reeves, Rick Grech, Jon Hiseman e tanti altri. Tanti gregari che stavano diventando stars, formando gruppi importanti come Cream, Fleetwood Mac, Free, Colosseum, Blind Faith.

Nel gennaio 1968 partì il primo tour americano con una data al Cafe Au Go-Go Club di New York. Lo stesso anno Mayall incise i due volumi di Diary Of A Band e Bare Wires (un passo storico, dove seppellisce il blues sotto un cumulo di raffinatezze jazz – la Bare Wires Suite dura 23 minuti!) quasi interamente composto dallo stesso e coprodotto con Mike Vernon. In estate sciolse definitivamente i Bluesbreakers (14 luglio) e incise a Londra ai Decca Studios Blues From Laurel Canyon, un concept-album dedicato a Los Angeles (il titolo si riferisce all’indirizzo di Frank Zappa, presso cui Mayall aveva soggiornato), per inciso uno dei miei dischi preferiti, numero 68 nelle charts USA. Arrivarono anche Jon Mark, John Almond, Alun Davies… fu un periodo estremamente creativo.

Terzo tour americano a febbraio del 1969 per spingere Blues From Laurel Canyon.

Suonò al Palm Spring Pop Festival e, per due serate, al Fillmore East a febbraio con i Ten Years After. Tornato in Inghilterra, decise di trasferirsi in America debuttando il 5 luglio al Newport Jazz Festival, ri-suonò al Fillmore East a luglio (insieme agli Spooky Tooth) e a ottobre (con Chuck Berry e Elvis Bishop) data durante la quale registrò alcuni pezzi che poi usciranno su The Turning Point. Lasciò la Decca per passare alla Polydor e in America registrò subito anche un album in studio, Empty Rooms, (luglio 1970) con il nuovo bassista Larry Taylor (ex Canned Heat) e Usa Union. Arrivarono anche il chitarrista Harvey Mandel e il violinista Don “Sugarcane” Harris.

A novembre dello stesso anno lanciò il progetto Back To The Roots con Eric Clapton, Mick Taylor e Harvey Mandel alle chitarre (avrebbe voluto anche Peter Green ma l’esperienza in First Time Alone su Blues From Laurel Canyon gli era bastata), Don Harris al violino, Almond, Thompson e Larry Taylor al basso, Keef Hartley alla batteria.

Tornò a casa ma per poco tempo. A marzo sarà ancora al Fillmore per tre giorni con B.B. King e Taj Mahal. Ci tornerà a ottobre suonando con i Flock e gli It’s A Beautiful Day. Agli inizi del 1971 registrò una session con Albert King, suonò nuovamente al Fillmore ad aprile con Boz Scaggs per poi registrare un disco dal vivo con una nuova formazione virata verso il jazz: Jazz Blues Fusion con Blue Mitchell alla tromba, Larry Taylor al basso e Freddy Robinson alla chitarra. Sarà il suo ultimo grande disco. Continua a suonare un po’ ovunque (spesso anche in Italia), anche lui campando sulla gloria passata.

Santana & McLauglin — Love Devotion Surrender (1973)

L’uscita di questo disco all’epoca passò in sordina. Probabilmente molti interpretarono questa uscita come un preciso disegno commerciale da parte della casa discografica. Ma per chi ha avuto occasione di ascoltare l’album avrà avuto modo di pensare: ne venissero di accordi commerciali con un risultato simile!
Il marchio che contraddistingue il disco è “ode alla chitarra elettrica”, e in questo caso ne rappresenta uno dei migliori mai suonati nella storia del rock.
E’ l’incontro tra due chitarre. Due chitarre che, si trovano, iniziano il dialogo, c’è una scoperta l’uno dell’altro, poi pian piano si sfiorano, si studiano e comincia un’amicizia. L’uno entra nel mondo dell’altro, per McLauglin si aprono spazi dolci e rarefatti, per Santana vertiginose velocità espressive.
Le due tecniche chitarristiche, sebbene molto diverse, concorrono a creare una miscela di suoni molto particolare, pressoché unica per quel periodo.
Ai virtuosismi del primo si contrappone il fraseggio del secondo, In tutto il disco si respira una profonda aria di spiritualità (soprattutto nelle mirabili pagine coltraniane, come è ovvio).
All’interno dell’album compaiono 5 tracce, di cui due sono tratte da lavori di John Coltrane (A Lovesupreme e Naima), due composte da McLaughlin (The Life Divine e Meditation) ed un altro è un arrangiamento di Santana-McLaughlin di un inno religioso tradizionale afro-americano, Let Us Go Into The House Of The Lord.
A Love Supreme inizia con un’intro a folle velocità di Carlos Santana. Poi il suo vorticare cessa e partono basso e percussioni. L’organo di Yasin/Young si fonde a meraviglia con le dinamiche del gruppo dettando il tema della melodia. Le improvvisazioni chitarristiche di Santana e McLaughlin si contrappongono, una sul canale destro, l’altra sul canale sinistro (impazzivo ascoltarla con il stereo del Rider Digest, da pochi anni c’era la stereofonia!), non una sfida, ma un botta e risposta come durante una funzione religiosa, poi partono i cori, che, pervasi dallo spirito, ripetono incessantemente “a love supreme”. È evidente fin da questo primo brano come l’influenza della spiritualità sia coltraniana sia del guru di McLaughlin e Santana, Sri Chinmoy, pervada in lungo ed in largo questo disco. Eccezionale.
Naima si apre con un’introduzione virtuosistica della chitarra (acustica) di McLaughlin, a cui dopo un po’ fa eco quella (sempre acustica) di Santana in accompagnamento. Un brano reso in modo molto intimistico e sicuramente adatto ad una composizione che Coltrane dedicò alla moglie mussulmana e che della cultura islamica risente molto quanto ad atmosfera musicale. Splendido.
The Life Divine è caratterizzata da una lunga intro che lentamente cresce d’intensità sonora e porta alla ribalta prima il rullio di una batteria e poi i suoni delle altre batterie, le percussioni e la chitarra di Santana. Il tema è dettato dalla chitarra di McLaughlin, cui si frappongono i cori dei musicisti. L’improvvisazione della chitarra di John e in antitesi quella di Carlos, creano un vortice di suoni. Ripartono i cori, accompagnati dalle chitarre e dalla ritmica, poi di nuovo improvvisazione di una delle chitarre, con il basso che, al contempo con il solo della chitarra, creano un altro vortice e per la terza volta partono i cori. Veramente curata e suggestiva l’evoluzione ciclica di questo brano. Ottimo.
Let Us Go Into The House Of The Lord è il brano più lungo dell’album, ben 15 minuti e 43 secondi. Un canto tradizionale riarrangiato dai due chitarristi. Intro di chitarra con sottofondo di batteria ed organo. Grande padronanza tecnica di Santana, anche McLaughlin sfoggia una straordinaria bravura tecnica creando intriganti vortici di note. Entrambe le chitarre sono protagoniste in questo brano, entrambe magistralmente coadiuvate, sia nella proposizione del tema dell’inno sia nell’improvvisazione. Un ottimo arrangiamento per un canto tradizionale particolarmente suggestivo.
Meditation, altra composizione di McLaughlin, è caratterizzata dal piano dell’autore, cui si accompagna in sottofondo la chitarra di Santana. Il tema è prima esposto dal piano, poi dalla chitarra. Un’altra esecuzione intimistica e poetica: una vera e propria meditazione orientale in musica. Bella.

Baaba Maal – Being (2023)

A sette anni dall’ultima sua pubblicazione “The Traveller”, Baaba Maal ritorna con “Being”, un disco ritmicamente potente e liricamente premuroso, una delle uscite più emozionanti della sua lunga discografia.
A 70 anni Maal sembra un uomo sulla quarantina. È invecchiato incredibilmente bene. Così come la sua musica. Dal 1989, album dopo album, ne ha pubblicato una ventina, una quindicina come solista e una manciata in collaborazione. Quasi tutti i suoi dischi non solo si basano sulle sue radici senegalesi, ma aggiungono suoni e vibrazioni occidentali, creando così un sound totalmente personale.
In questo “Being” Maal ci offre un qualcosa in più, che supera le sue uscite precedenti. La voce di Maal è sublime e le melodie sono ipnotiche. Si alzano e cadono con grazia, ma sono anche in grado di ruggire quando necessario. Le armonie sono squisite e, abbinate alla voce di Maal, diventano un bene prezioso che fanno il suo marchio di fabbrica.
Being è un’esplorazione delle radici africane di Maal in Senegal. Il disco attraversa i generi a lui consoni, mettendo in evidenza gli strumenti africani tradizionali insieme a suoni elettronici futuristici. Being mette in evidenza le problematiche di un mondo che cambia e si modernizza sottolineando soprattutto il cambiamento climatico che minaccia il suo territorio, la sua gente, il suo vivere.

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Do Ya? di Meija (2023)

Meija, anagramma del suo vero nome, vive a Los Angeles. Ha girato il mondo con i suoi fratelli nella band Echosmith.
Do Ya? È un album indie rock senza tempo che esplora il desiderio di produrre e registrare con tecniche analogiche, ispirandosi agli album classici degli anni ’60 e ’70. I suoi testi sono intimi e onesti e le sue melodie catturano la forza del suo modo di scrivere. L’album è sia riflessivo che rappresentativo della sua vita, ma le canzoni pongono anche una domanda molto più grande. Do Ya? tradotto: “Davvero?” è un album che mette in discussione ciò che si crede di sapere. Abbiamo domande che riteniamo abbiano bisogno di risposte. Ma possiamo mai saperlo davvero?

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Van Morrison

Van Morrison insieme a John Mayall e Eric Burdon che vedremo nei prossimi post, decisero a fine anni Sessanta di trasferirsi in America per cercare una svolta alla loro carriera musicale, dando fortunatamente il via anche ad un periodo estremamente fecondo, musicalmente parlando.

Van Morrison veniva da una famiglia protestante di Belfast, amante della musica: sua madre era una cantante, piena di fervore religioso che nel tempo diventerà Testimone di Jehovah, mentre il padre era collezionista di album americani di jazz e blues. I musicisti più ascoltati a casa Van furono Ray Charles, Solomon Burke e sopra tutti Leadbelly.

Andò via di casa a 15 anni e prima di entrare a far parte del gruppo di covers dei Monarchs, suonò con complessi skiffle e rock and roll. Il suo canto era una via di mezzo tra Mick Jagger e Eric Burdon e il suo fraseggio era spesso forzato e innaturale. Sul palco era incredibile, si buttava per terra, si denudava, ballava sui tavoli.

Riuscirono anche ad andare in tour in Germania dove ebbero la fortuna di esibirsi davanti ai GI’s americani. Van vide dal vivo i Downliners Seet, li volle copiare e fondò i Them. Arrivato a Londra, si affidò al produttore Bert Berns che aveva da poco formato l’etichetta Bang!, il cui distributore inglese era la Decca.

Con i Them raccolse numerosi successi, il maggiore dei quali fu Gloria, ma vale la pena citare almeno Baby Please Don’t Go (con una schitarrata rabbiosa di Jimmy Page, allora ancora sessionman) e Here Comes The Night (scritta da Bernie, sempre con Page, che sarà ripresa successivamente da Bowie in Pin-Ups). Il 1966 fu l’anno del suo primo tour americano, al ritorno del quale sciolse la band e lasciò la musica. Fortunatamente Bert Berns lo persuase a ritornare a New York e a registrare materiale da solista sempre per l’etichetta Bang!. Da queste session nacque una delle sue canzoni più famose, Brown-eyed Girl, che raggiunse il decimo posto delle classifiche USA nel 1967, quando Van era ancora praticamente sconosciuto in madre patria. L’album si chiamerà Blowin’ Your Mind!, e le registrazioni complete verranno pubblicate nel 1991 dalla Bang Masters.

La morte di Berns avvenuta nel 1967 lo portò a vivere prima a Cambridge (Massachusetts) e poi a Boston. Dopo un periodo di depressione e di problemi con l’alcool, dovuto al fatto di non trovare ingaggi e di non sapere bene cosa fare, si trasferì a Los Angeles, dove riuscì ad incidere per la Warner Bros; Astral Weeks.

L’album, un impasto di poesia irlandese e di innovative sonorità folk-jazz, uscito nel 1968, fu acclamato dalla critica, ma ricevette una fredda accoglienza da parte del pubblico. Contiene diverse gemme come Sweet Thing, Cyprus Avenue, Ballerina, Beside You e Madame George, ed è uno dei pochi dischi spartiacque, che fece capire come fosse possibile per la musica pop liberarsi da schemi, preconcetti e canoni. Probabilmente la breccia nella quale s’infileranno musicisti come Nick Drake, Tim Buckley o Richard Thompson. Nel disco compaiono jazzisti illustri come Connie Kay (batterista del Modern Jazz Quartet), Richard Davis e Jay Berliner.

Morrison si trasferì a Woodstock, vicino di casa di Dylan e della Band, due anni dopo pubblicò Moondance che raggiunse la 29ª posizione della classifica curata da Billboard. Se il predecente era un album intriso di tristezza e tenerezza, Moondance rivela invece un animo ottimista ed allegro, è meno avventuroso del precedente ma molto più vario, in cui l’autore fissa il suo stile e cristallizza tutte le sue influenze nere: blues, jazz, soul, gospel.

Negli anni immediatamente successivi cominciò a temere il palco e il pubblico molto numeroso. Dopo un breve distacco dalla musica, ricominciò ad esibirsi nei club e riconquistò la sua abilità istrionica, sebbene dinanzi ad un pubblico più ridotto. Riuscì anche ad accettare un invito di Bill Graham per suonare al Fillmore East. Nel 1970 si esibì in due date insieme ai Brinsley Schwartz e ai Quicksilver Messenger Service, poi una volta con gli Allman Brothers e i Byrds a settembre e l’anno successivo a febbraio tenne quattro concerti in due giorni, pomeriggio e sera, con i Fleetwood Mac e Peter Green, che aveva lasciato la band un anno prima, ma era stato richiamato per sostituire Jeremy Spencer, scappato durante il tour con la setta dei “Bambini di Dio”. Green impose alla band di suonare solo un’interminabile psichedelica Black Magic Woman che avrebbe fatto la gioia dei Dead ma non certo di Van Morrison, che ne fu alquanto seccato. Green voleva anche che i compagni distribuissero ai poveri il loro ingaggio ma gli altri non accettarono.

Pubblicò diversi altri album di successo (His band and the Street Choir del 1970, Tupelo Honey del 1971 e Saint Dominic’s Preview del 1972, l’album doppio It’s Too Late to Stop Now, da molti riconosciuto come uno dei più grandi album dal vivo nella storia del rock, l’introspettivo e triste Veedon Fleece del 1974), ma sono spesso dischi disomogenei con piccole gemme sparse come Domino (9° negli USA nel 1970), I Wanna Roo You, Wild Night, Jackie Wilson Said, Listen To The Lion, Almost Independence Day, la cupa Snow In San Anselmo Autumn Song, Country Fair, You Don’t Pull No Punches, Streets Of Arlow, Linden Arden, Kingdom Hall, Venice USA, Wavelength, Listen Arden Stole The Highlight….

I suoi dischi non saranno mai più semplici raccolte di canzoni, ma diari spirituali in cui l’animo sembra lacerato dai temi universali della vita e della morte.

Nel 1976 partecipò al concerto di addio della Band The Last Waltz.

Continua a sfornare dischi.

Mahavishnu Orchestra — The Inner Mounting Flame (1972)

In un periodo adolescenziale della mia vita fui folgorato sulla via del jazz rock (e non solo), termine non certamente ortodosso per la critica jazzistica.
Fra i tanti musicisti e gruppi in auge in quegli anni, la Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin nutriva la mia più sentita ammirazione.
Se Miles Davis inventò il jazz rock sulle onde di “Bitches Brew”, furono i suoi discepoli a dargli ordine e regola, a cominciare da John McLaughlin, che con Hammer e Cobham fondò nel 1971 la Mahavishnu Orchestra. The Inner Mounting Flame è uno dei capolavori insieme a Birds of Fire (1973) di questo genere sonoro: il jazz rock. Questo primo disco è completamente composto dal giovane trentenne chitarrista, dotato di una tecnica straordinaria affinata nei lunghi anni di apprendistato nella scena jazz blues britannica.

McLaughlin è ispirato dalla filosofia induista di Sri Chinmoy e in “The Inner Mounting Flame” né dà evidente prova, infatti, per lui la musica è solo un mezzo e non un fine. Con le sue corde non vuole suscitare effimere meraviglie ma vuole premere nel profondo dello spirito. L’album è un insieme di mistiche visioni e di furibondi eccessi di energia. I musicisti dialogano fra loro, in maniera naturale senza nessuna forzatura, seguendo una “corrente” jazzistica, che si contrappone a quella più marcata del suono rock, in cui, normalmente, la presenza di uno strumento solista tende a prevaricare sugli altri. McLaughlin non nega la possibilità anzi, spesso sembra voler letteralmente richiedere ad ogni musicista del gruppo di potersi esprimere in maniera autonoma, senza nessuna censura e con la massima libertà.

A questo, però, si contrappone al contempo una scelta di suoni e arrangiamenti spesso lontani dal jazz, che rende il gruppo artefice di quello che poi, con il passare degli anni, troverà identità propria in altri generi musicali, più ancora che nel jazz-rock o nella fusion.

Altro disco interessante è: Love Devotion Surrender (1973) insieme a Carlos Santana, un dei miei dischi preferiti, un disco che è “ode alla chitarra elettrica”, e mai come in questo caso rappresenta uno dei migliori mai suonati nella straordinaria storia del rock.

Van Morrison — Keep it Simple (2008)

Anche ai morrisiani di fede come il sottoscritto, l’uscita di un nuovo disco, non crea più molta trepidazione. Questo è dovuto al fatto che ormai il nostro ci ha abituato ad un trend sonoro che, ad onor del vero, si rivela a volte un po’ stantio. Non è il caso o almeno in parte di questo suo ultimo lavoro “Keep it Simple”.
KiS è un buon disco, buona è la media, infatti, una metà dei brani (soprattutto nella prima parte) è ottima, mentre i restanti sono sufficienti e annoiano un po’.

E’ nel titolo di questo 35° disco il significato dell’opera: semplicità. I suoni, infatti, sono lineari e semplici. Il rosso irlandese passa in rassegna i generi a lui più congeniali: il rock, folk, country, blues, gospel e soul, le sue radici insomma, il Morrison di sempre.

Non c’è abbondanza di strumenti, non ci sono archi e i fiati sono minimi, Van usa soprattutto chitarre, tastiere e naturalmente al voce. La voce è ormai l’elemento fondamentale dei suoi ultimi dischi, una voce minacciosa, potente, come quella di un vecchio leone, una voce che a 62 anni non perde un colpo, anzi migliora, come un whisky di classe.

Tra i brani che meritano di essere menzionati troviamo “How Can A Poor Boy” canzone apripista dove l’armonica crea subito un’atmosfera blues, “That’s Entrainment” diretta, semplice, ben costruita e non a caso scelto come singolo, “Don’t Go To Nightclubs Anymore” per rimanere in campo blues, “School Of Hard Knocks” e “Lover Come Back” due brani brillanti ed emozionanti, tra i più riusciti assieme alla title track “ Keep it Simple” il brano più bello del disco, grande canzone, tra le top dell’artista irlandese.

In conclusione: Keep it Simple è senz’altro il disco più riuscito degli anni duemila, come è vero che, anche i suoi dischi minori, rispetto alla media della produzione discografica internazionale, sono una spanna superiori.

Un consiglio sento di dare al nostro musicista: visto l’età, caro “The Man”, perché non diradare le tue uscite discografiche in favore di più qualità? Dove per qualità intendo quei dischi che lasciano un segno marcato, in fondo ne hai regalato di capolavori e te ne siamo grati, ma, se sei stanco, lasciaci almeno quei ricordi, piuttosto che, dei dischi mediocri. Pensaci.