Bob Mould – Here We Go Crazy (2025)

Recensioni 2025

Fin dai tempi degli Hüsker Dü, Mould ha cercato di cogliere momenti di chiarezza dai tumulti e dal malessere personali. Invecchiando, questa ricerca ha assunto una connotazione sempre più zen (quando canta “Riesco a sentire il chiacchiericcio di una ciotola d’avorio rotta”, non può fare a meno di sembrare un koan monastico), anche se la sua salute emotiva è diventata sempre più legata al clima sociale e politico. Dopo il malconcio Blue Hearts del 2020, Here We Go Crazy è esplicitamente concepito come una risposta ai disordini dell’inizio del 2025. Fortunatamente, il cupo clima nazionale non sminuisce l’esuberanza power-pop di Mould. Come un artigiano i cui strumenti sono melodie zuccherine e riff di chitarra forti e scricchiolanti, Mould è un maestro con pochi eguali; in tutto il nuovo album evoca con sicurezza ritornelli orecchiabili e brividi viscerali, supportato dalla sua sezione ritmica di lunga data composta dal batterista Jon Wurster e dal bassista Jason Narducy.
Tra i miei musicisti preferiti.

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I Madness, sette pazzi scatenati

Il 1° settembre 1979 i Madness entrano per la prima volta nella classifica dei dischi più venduti in Gran Bretagna con il singolo The Prince, un brano dedicato al giamaicano Prince Buster, re del bluebeat. Inizia così il successo commerciale di uno dei più contraddittori e discussi gruppi ska.
Gruppo storico musicale britannico, nato nel quartiere di Camden, Londra, nel 1976. Sono tra i principali rappresentanti del movimento 2 tone ska, un genere che fonde ska, rock, punk, rocksteady e reggae. Insieme a band come The Specials e The Selecter, hanno contribuito a rendere popolare lo ska revival nel Regno Unito alla fine degli anni ’70 e nei primi anni ’80.
La formazione originale comprendeva Mike Barson (tastiere), Chris Foreman (chitarra), Lee Thompson (sax), Graham “Suggs” McPherson (voce), Mark Bedford (basso), Chas Smash (voce e ballerino) e Daniel Woodgate (batteria). Il nome “Madness” è un omaggio al musicista ska giamaicano Prince Buster.
Il gruppo ha avuto il suo periodo di massimo successo tra il 1980 e il 1986, raggiungendo la top ten inglese con ben 16 singoli, tra cui “One Step Beyond”, “Baggy Trousers”, “It Must Be Love” e “House of Fun”, quest’ultimo arrivato al primo posto in UK. Il brano “Our House” è stato il loro più grande successo negli Stati Uniti.
I Madness sono noti per il loro stile energico e ironico, soprannominato “nutty sound”, che ha saputo mescolare ritmi ska con influenze pop e new wave. La loro musica e i loro testi, spesso umoristici e legati alla vita quotidiana londinese, hanno avuto un forte impatto sulle sottoculture giovanili britanniche e internazionali.

Van Morrison — Hymns to the Silence (1991)

L’uscita di questo doppio album in questo periodo della sua carriera è stata una grande sorpresa, se poi è di ottima qualità è uno shock. Morrison ha avuto molto da dire in questi anni sulla sua infanzia e la sua fede, le sue ultime produzioni lo dimostrano ma, nonostante questo, in questo disco, in un modo molto meno obliquo, è riuscito ad aggiungere ancora altro materiale; testuale e sonoro. Di ottima fattura, sicuramente il suo miglior lavoro dal 1986, anno di uscita di “No Guru, No Method, No Teacher”. Il doppio disco è intensamente personale e rivelatore, proprio perché mette in luce i suoi pensieri molto chiaramente. Anche se marcatamente “religioso”, in questo lavoro avvincente, Morrison si rifiuta di “predicare” e si limita a esprimere i suoi pensieri senza forzature.

Organico: Van Morrison (voce, chitarra, armonica, sassofono contralto), Steve Gregory (flauto, sassofono baritono), Candy Dulfer (sassofono contralto), Kate St John (corno inglese), Neil Drinkwater (fisarmonica, pianoforte, sintetizzatore), Haji Ahkba (flicorno), Eddie Friel (pianoforte, organo, sintetizzatore), Georgie Fame (pianoforte, organo, cori), Terry Disley (piano), Derek Bell (sintetizzatori), Nicky Scott e Steve Pearce (bass), Paul Robinson (batteria), Dave Precoda (batteria, percussioni), Carol Kenyon e Katie Kissoon (cori). 

“…più vario di tutti gli album degli anni ’80 messi insieme.”, “…altamente raccomandato.”, “…assortimento splendidamente interpretato di R&B country e gospel.”, “…un pieno di quello che Morrison riesce a far meglio.”, “…R&B, boogie, folk-rock, jazz e folk irlandese.”. (Alcuni commenti della carta stampata dell’epoca.)

Bump Myers

Bumps Myers (nome completo: Hubert Maxwell Myers) è stato un sassofonista jazz statunitense, noto principalmente per il suo lavoro con il sassofono tenore, ma occasionalmente anche con il sassofono alto e baritono.
Nato il 22 agosto 1912 a Clarksburg, West Virginia, Myers è cresciuto in California e ha iniziato la sua carriera musicale a Los Angeles. Nel 1929, a soli 17 anni, divenne musicista professionista, suonando con Curtis Mosby. Tra il 1934 e il 1936, si esibì a Shanghai con la big band di Buck Clayton e con Teddy Weatherford. Tornato a Los Angeles, collaborò con Lionel Hampton e Les Hite. Negli anni ‘40, fece parte della band di Lee e Lester Young, lavorò con Jimmie Lunceford e Benny Carter, e partecipò a concerti di “Jazz at the Philharmonic”. Nel 1947, suonò con Benny Goodman e contribuì al successo di T-Bone Walker “Call It Stormy Monday”. Nel 1949, registrò alcuni brani come leader, tra cui “I’m Clappin’ and Shoutin’” con i suoi Frantic Five. Negli anni ’50, fu attivo come musicista da studio e collaborò con artisti come Red Callender e Harry Belafonte. Si ritirò dalla musica nei primi anni ’60 a causa di problemi di salute e morì il 9 aprile 1968 a Los Angeles.
Influenzato da Coleman Hawkins, Myers era noto per il suo stile swing e la sua versatilità, suonando anche rhythm & blues. La sua carriera si svolse principalmente a Los Angeles, dove fu molto attivo nella scena musicale locale. 

Van Morrison – Remembering Now (2025)

Recensioni 2025

Come suggerisce il titolo dell’album, questo 47° disco in studio è pieno di reminiscenze del passato, una vera e propria galleria d’arte di canzoni che descrivono un mondo andato. A quanto pare Morrison ha fatto i conti e ha raggiunto un punto della sua carriera in cui guardare al passato è fondamentale tanto quanto guardare al futuro.
I semi musicali piantati negli ultimi anni di performance dal vivo sono sbocciati in una nuova registrazione in studio, completa e ricca di contenuti. A prescindere dall’impulso, Morrison ha creato un album che prende il meglio di ieri e lo combina in una straordinaria meditazione per il presente.
Morrison canta di spirito, anima, ricordi e visioni. Come dice nella traccia che dà il titolo all’album, “This is who I am” (Questo è ciò che sono). È una vetta elevata nel panorama montuoso del rock and roll.
Al primo posto della mia classifica annuale.

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Summertime in England – Van Morrison (1980)

Immaginate una musica che sembra scaturire naturalmente da strumenti e dalla voce umana, una fusione unica di melodie, poesia, soul, rock, tradizione celtica e jazz: questa è la musica di Van Morrison. Le parole non possono veramente catturare ciò che “Van the Man” ha creato nella sua carriera. Un esempio brillante è “Summertime in England”, un pezzo lungo oltre 15 minuti che, ascoltato, trasporta in una dimensione senza tempo. Durante l’esecuzione, Morrison canta con pura passione, chiudendo gli occhi e cambiando continuamente le parole, creando un dialogo dinamico con la band.
Questo brano, presente nell’album “Common One” del 1980, è stato registrato in due take, nella sua origine come poema dedicato a William Wordsworth e Samuel Taylor Coleridge. In esso, Morrison unisce immagini e riferimenti alla sua vita e all’amore in un flusso di coscienza avvolgente. Con la band che lo accompagna, lui improvvisa, giocando con le parole mentre gli strumenti si intrecciano attorno alla sua voce. Alla fine, ci invita a percepire il silenzio. “Summertime in England” è più di una canzone; è un capolavoro che merita 15 minuti del vostro tempo. Morrison, lontano dalle mode, rimane tra gli artisti più completi e affascinanti della musica del secolo scorso, con una voce e una passione uniche, destinate a durare nel tempo.

Marino Marini, un simbolo dell’internazionalizzazione della canzone italiana

Il 20 marzo 1997 muore Marino Marini. Cantante, pianista, autore e grande intrattenitore per lungo tempo è considerato uno dei simboli dell’internazionalizzazione della canzone italiana.
Marino Marini è stato un cantante, pianista, compositore, bandleader e produttore discografico italiano. La sua carriera musicale è stata influenzata da diverse esperienze e collaborazioni con altri musicisti.
Dopo la guerra, lavorò come direttore artistico a Napoli e perfezionò la sua formazione musicale al Conservatorio di San Pietro a Majella. Nel 1949 si recò negli Stati Uniti come musicista di bordo, dove incontrò artisti come Dizzy Gillespie e Stan Kenton, influenzando il suo stile musicale.
Formò un quartetto che si esibì in locali notturni e balere, tra cui “La Conchiglia” di Napoli. Il suo repertorio includeva standard internazionali e canzoni napoletane reinterpretate in versione ballabile. Nel 1955 si trasferì a Milano e pubblicò i primi dischi con l’etichetta Durium.
Nel 1958 debuttò a Parigi all’Olympia e ottenne un grande successo, vendendo dischi in tutta Europa e oltre. Il suo brano più famoso è “Bambino”, versione francese di “Guaglione”, ripresa da Dalida. Collaborò anche con artisti come Domenico Modugno, Rocco Granata e Renato Carosone.
Negli anni ’60, Marini si ritirò dalle esibizioni dal vivo ma continuò a lavorare come talent scout e produttore discografico. Fondò la casa discografica Tiffany con la moglie Anna Scocca e successivamente divenne dirigente della Fonit Cetra. Morì a Milano nel 1997.

Thelonious Monk: l’eredità di un musicista jazz unico

Thelonious Monk è stato una figura fondamentale del jazz, noto per il suo approccio innovativo come pianista e compositore. Nato il 10 ottobre 1917 a Rocky Mount, nella Carolina del Nord, si trasferì a New York City in giovane età, dove sviluppò il suo stile unico che combinava elementi di bebop e hard bop.
Le composizioni di Monk sono caratterizzate dalle loro dissonanze, dai colpi di scena melodici angolari e dalle progressioni di accordi non convenzionali. Alcune delle sue opere più famose includono: ‘Round Midnight Blue Monk Straight, No Chaser Ruby, My Dear In Walked Bud.
È riconosciuto come il secondo compositore jazz più registrato dopo Duke Ellington, con un repertorio che è diventato uno standard nella musica jazz.
Lo stile di esecuzione di Monk era distintivo quanto le sue composizioni. Spesso mostrava un attacco altamente percussivo al pianoforte ed era noto per le sue pause drammatiche e i silenzi durante le esibizioni. Il suo aspetto era altrettanto notevole; di solito indossava completi, cappelli e occhiali da sole. Monk aveva l’insolita abitudine di alzarsi in piedi per ballare durante le esibizioni, il che si aggiungeva alla sua eccentrica presenza scenica.
Per tutta la vita, Monk ha dovuto affrontare sfide legate alla salute mentale. Ha attraversato periodi di grave malattia mentale, che hanno influenzato la sua capacità di esibirsi e di relazionarsi con gli altri. Nonostante queste difficoltà, ha mantenuto un seguito fedele e ha continuato a influenzare la scena jazz fino ai suoi ultimi anni. Negli anni ’70, Monk è diventato sempre più solitario a causa del declino della salute e ha trascorso i suoi ultimi anni vivendo con la sua mecenate Pannonica de Koenigswarter.
Morì per un ictus il 17 febbraio 1982.
L’eredità di Monk perdura attraverso la sua musica e il profondo impatto che ha avuto sul jazz. Le sue tecniche e composizioni innovative continuano a ispirare musicisti in tutto il mondo. Rimane una figura celebrata nella storia del jazz, riconosciuto non solo per il suo genio, ma anche per le complessità della sua storia di vita.

Charlie Musselwhite

Charlie Musselwhite è un celebre armonicista e cantante di blues americano, noto per il suo contributo significativo alla scena blues dagli anni ‘60 in poi. Nato il 31 gennaio 1944 a Kosciusko, Mississippi, Musselwhite è cresciuto in un’epoca in cui il blues stava vivendo una trasformazione significativa, e lui è diventato una figura di spicco nel portare questo genere musicale al pubblico più ampio.
Musselwhite è rinomato per il suo stile distintivo all’armonica, caratterizzato da una fusione di blues tradizionale con influenze di jazz, folk e rock. Il suo album di debutto, “Stand Back! Here Comes Charley Musselwhite’s Southside Band” del 1967, è considerato un classico del genere blues e ha contribuito a stabilire la sua reputazione come uno dei principali armonicisti del suo tempo.
Nel corso della sua carriera, ha collaborato con numerosi artisti di grande fama, tra cui Howlin’ Wolf, Muddy Waters, Tom Waits, e Ben Harper. Le sue collaborazioni con Ben Harper, in particolare, hanno introdotto Musselwhite a una nuova generazione di appassionati di musica.
Charlie Musselwhite è apprezzato non solo per la sua abilità musicale, ma anche per la sua capacità di mantenere vivo lo spirito del blues, rimanendo fedele alle radici del genere mentre esplora nuovi orizzonti sonori.

Charles Mingus: mito del contrabbasso Jazz di ogni tempo

Charles Mingus è stato un influente musicista jazz, noto principalmente per il suo lavoro come contrabbassista, compositore e bandleader. Nato il 22 aprile 1922 a Nogales, Arizona, e cresciuto a Los Angeles, Mingus è diventato una delle figure più innovative e carismatiche del jazz moderno.
Mingus era conosciuto per il suo stile unico al contrabbasso, caratterizzato da una grande potenza espressiva e una tecnica raffinata. Tuttavia, è forse più famoso come compositore e arrangiatore. Le sue composizioni combinano elementi di bebop, musica gospel, blues, e avanguardia, creando un suono distintivo e ricco di emozioni.
Alcuni dei suoi lavori più celebri includono album come “Mingus Ah Um”, “The Black Saint and the Sinner Lady”, e “Mingus Mingus Mingus Mingus Mingus”. Questi album sono noti non solo per la qualità delle esecuzioni, ma anche per la profondità delle composizioni, che spesso esplorano temi di giustizia sociale, razzismo e la condizione umana.
Mingus era anche noto per la sua personalità forte e a volte irascibile, che lo portava a scontrarsi con altri musicisti e a gestire le sue band in modo molto esigente. Tuttavia, la sua passione per la musica e il suo impegno verso la sua arte lo hanno reso una delle figure più rispettate e influenti del jazz.
Charles Mingus è morto il 5 gennaio 1979, ma il suo lascito musicale continua a ispirare generazioni di musicisti e ascoltatori.