My Favorites Albums #1/100

Van Morrison – No guru, No method, No teacher (1986)

[…] Morrison, lontano dalle mode, profondamente immerso in un mondo di poesia e di emozione, è senza dubbio uno degli artisti più completi ed affascinanti della musica da una sessantina di anni, dotato di una vocalità inimitabile e di una passione, di un’energia, di una forza, che raramente mi capita di sentire.
Forse il mio disco preferito in assoluto. [continua…]

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Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Arthur Marshall

Arthur Owen Marshall nato il 20 novembre del 1881 è stato un compositore e interprete di musica ragtime statunitense , originario del Missouri. Fu un allievo del celebre compositore ragtime Scott Joplin. Pochi anni dopo la sua famiglia si trasferì a Sedalia, nel Missouri, perché ai bambini neri era permesso frequentare la scuola nove mesi all’anno lì, a differenza dei tre mesi consentiti ai neri altrove, e gli abitanti di Sedalia, a quanto si dice, erano più tolleranti nei confronti degli afroamericani. Aveva solo quindici anni quando Scott Joplin arrivò per la prima volta a Sedalia. Joplin si stabilì con la famiglia Marshall e, in breve tempo, sia Marshall che Scott Hayden, un compagno di classe di Marshall alla Lincoln High School, divennero i protetti di Joplin. Marshall aveva già preso alcune lezioni private di musica classica anni prima ed era esperto di tecnica pianistica e aveva un dono per la sincope. Joplin aiutò anche Marshall a trovare un lavoro al Maple Leaf Club durante il suo unico anno di esistenza nel 1899. Nel club, il 1° ottobre 1899, Marshall ebbe una rissa con un giovane di nome Ernst Edwards a causa della fidanzata di quest’ultimo. La rissa si svolse all’esterno, Marshall colpì Edwards con il suo bastone, Edwards estrasse una pistola e Marshall scappò via. 

Van Morrison — Inarticulate Speech of the Heart (1983)

Per fortuna questo è l’ultimo album in studio in cui compare Mark Isham, sempre più lanciato ad emulare Brian Eno e sempre meno impegnato a suonare la tromba. Per quanto l’album sia piacevole, sembra fatto con gli scarti del precedente. Troppi brani strumentali ed un suono che vorrebbe essere levigato e pulito ma rischia di cadere nella volgarità. L’inizio è scioccante, con i bassi pompati tanto da far pensare di aver preso per sbaglio un disco di Barry White. La voce emoziona come sempre, anche quando non canta ma recita, vedasi l’introduzione di “Rave on, John Donne”. Per chi riesca, non è difficile, ad abituarsi al suono ammorbidito e plastificato, quest’album può rappresentare un piacevole diversivo nel catalogo dell’irlandese, o comunque un aromatico sedativo. Non mancano le belle canzoni, come “The Street Only Knew Your Name” che cerca di ripetere la “Cleaning Windows” dell’album precedente, ma nessuna è essenziale.

Van Morrison — It’s Too Late to Stop Now (1974)

A dieci anni dal suo esordio discografico arriva il primo live, a cui ne son seguiti altri due, sempre rispettando la scadenza decennale. Se qualcuno compila la lista dei 10 migliori live di tutti i tempi e non include questo, due sono i casi: o non l’ha mai ascoltato o era meglio che stesse zitto. Vi è più di un motivo per cui questo album rifulge. Primo: il cantante è un vulcano in eruzione. Secondo: il cantante ha raggiunto il pieno della maturità tecnica e artistica. Terzo: la band di supporto è tanto articolata ed affiatata che non si potrebbe desiderare di meglio. Quarto: le diciotto composizioni son tutte valide.
Il titolo origina da una delle pratiche di Van nei suoi concerti: fa crescere in maniera orgiastica l’eccitazione, al cui culmine pronuncia la fatidica frase: “E’ troppo tardi per fermarci ora”. Invece subito dopo la canzone si interrompe di botto. Si può ascoltare tutto ciò in “Cyprus Avenue”, drasticamente diversa dalla versione originaria su “Astral Weeks”. I brani scelti vanno anche più indietro, comprendendo due hit dei Them e ben sei cover, mai registrate in studio. La Caledonia Soul Orchestra comprendeva undici elementi, cantante escluso: piano, batteria, chitarra, basso, sax, tromba, tre violini, una viola ed un violoncello. Le registrazioni risalgono all’estate del 1973, praticamente l’unico anno di vita della formazione. Ad un certo punto si era pensato di pubblicare un triplo album, ma alla fine si optò per un doppio. Le canzoni escluse sono ricomparse su bootleg. E’ un vero peccato che non si sia provveduto a recuperarle per la riedizione su CD, perchè lo spazio per inserirle non mancava. In queste registrazioni si vede solo il lato più esuberante di Van Morrison. Non c’è traccia del cantautore intimista e mistico; c’è un gigante che domina con carisma la platea e la band.

Bob Mould – Here We Go Crazy (2025)

RiB – Recensioni in Breve

Fin dai tempi degli Hüsker Dü, Mould ha cercato di cogliere momenti di chiarezza dai tumulti e dal malessere personali. Invecchiando, questa ricerca ha assunto una connotazione sempre più zen (quando canta “Riesco a sentire il chiacchiericcio di una ciotola d’avorio rotta”, non può fare a meno di sembrare un koan monastico), anche se la sua salute emotiva è diventata sempre più legata al clima sociale e politico. Dopo il malconcio Blue Hearts del 2020, Here We Go Crazy è esplicitamente concepito come una risposta ai disordini dell’inizio del 2025. Fortunatamente, il cupo clima nazionale non sminuisce l’esuberanza power-pop di Mould. Come un artigiano i cui strumenti sono melodie zuccherine e riff di chitarra forti e scricchiolanti, Mould è un maestro con pochi eguali; in tutto il nuovo album evoca con sicurezza ritornelli orecchiabili e brividi viscerali, supportato dalla sua sezione ritmica di lunga data composta dal batterista Jon Wurster e dal bassista Jason Narducy.
Tra i miei musicisti preferiti.

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I Madness, sette pazzi scatenati

Il 1° settembre 1979 i Madness entrano per la prima volta nella classifica dei dischi più venduti in Gran Bretagna con il singolo The Prince, un brano dedicato al giamaicano Prince Buster, re del bluebeat. Inizia così il successo commerciale di uno dei più contraddittori e discussi gruppi ska.
Gruppo storico musicale britannico, nato nel quartiere di Camden, Londra, nel 1976. Sono tra i principali rappresentanti del movimento 2 tone ska, un genere che fonde ska, rock, punk, rocksteady e reggae. Insieme a band come The Specials e The Selecter, hanno contribuito a rendere popolare lo ska revival nel Regno Unito alla fine degli anni ’70 e nei primi anni ’80.
La formazione originale comprendeva Mike Barson (tastiere), Chris Foreman (chitarra), Lee Thompson (sax), Graham “Suggs” McPherson (voce), Mark Bedford (basso), Chas Smash (voce e ballerino) e Daniel Woodgate (batteria). Il nome “Madness” è un omaggio al musicista ska giamaicano Prince Buster.
Il gruppo ha avuto il suo periodo di massimo successo tra il 1980 e il 1986, raggiungendo la top ten inglese con ben 16 singoli, tra cui “One Step Beyond”, “Baggy Trousers”, “It Must Be Love” e “House of Fun”, quest’ultimo arrivato al primo posto in UK. Il brano “Our House” è stato il loro più grande successo negli Stati Uniti.
I Madness sono noti per il loro stile energico e ironico, soprannominato “nutty sound”, che ha saputo mescolare ritmi ska con influenze pop e new wave. La loro musica e i loro testi, spesso umoristici e legati alla vita quotidiana londinese, hanno avuto un forte impatto sulle sottoculture giovanili britanniche e internazionali.

Van Morrison — Hymns to the Silence (1991)

L’uscita di questo doppio album in questo periodo della sua carriera è stata una grande sorpresa, se poi è di ottima qualità è uno shock. Morrison ha avuto molto da dire in questi anni sulla sua infanzia e la sua fede, le sue ultime produzioni lo dimostrano ma, nonostante questo, in questo disco, in un modo molto meno obliquo, è riuscito ad aggiungere ancora altro materiale; testuale e sonoro. Di ottima fattura, sicuramente il suo miglior lavoro dal 1986, anno di uscita di “No Guru, No Method, No Teacher”. Il doppio disco è intensamente personale e rivelatore, proprio perché mette in luce i suoi pensieri molto chiaramente. Anche se marcatamente “religioso”, in questo lavoro avvincente, Morrison si rifiuta di “predicare” e si limita a esprimere i suoi pensieri senza forzature.

Organico: Van Morrison (voce, chitarra, armonica, sassofono contralto), Steve Gregory (flauto, sassofono baritono), Candy Dulfer (sassofono contralto), Kate St John (corno inglese), Neil Drinkwater (fisarmonica, pianoforte, sintetizzatore), Haji Ahkba (flicorno), Eddie Friel (pianoforte, organo, sintetizzatore), Georgie Fame (pianoforte, organo, cori), Terry Disley (piano), Derek Bell (sintetizzatori), Nicky Scott e Steve Pearce (bass), Paul Robinson (batteria), Dave Precoda (batteria, percussioni), Carol Kenyon e Katie Kissoon (cori). 

“…più vario di tutti gli album degli anni ’80 messi insieme.”, “…altamente raccomandato.”, “…assortimento splendidamente interpretato di R&B country e gospel.”, “…un pieno di quello che Morrison riesce a far meglio.”, “…R&B, boogie, folk-rock, jazz e folk irlandese.”. (Alcuni commenti della carta stampata dell’epoca.)

Bump Myers

Bumps Myers (nome completo: Hubert Maxwell Myers) è stato un sassofonista jazz statunitense, noto principalmente per il suo lavoro con il sassofono tenore, ma occasionalmente anche con il sassofono alto e baritono.
Nato il 22 agosto 1912 a Clarksburg, West Virginia, Myers è cresciuto in California e ha iniziato la sua carriera musicale a Los Angeles. Nel 1929, a soli 17 anni, divenne musicista professionista, suonando con Curtis Mosby. Tra il 1934 e il 1936, si esibì a Shanghai con la big band di Buck Clayton e con Teddy Weatherford. Tornato a Los Angeles, collaborò con Lionel Hampton e Les Hite. Negli anni ‘40, fece parte della band di Lee e Lester Young, lavorò con Jimmie Lunceford e Benny Carter, e partecipò a concerti di “Jazz at the Philharmonic”. Nel 1947, suonò con Benny Goodman e contribuì al successo di T-Bone Walker “Call It Stormy Monday”. Nel 1949, registrò alcuni brani come leader, tra cui “I’m Clappin’ and Shoutin’” con i suoi Frantic Five. Negli anni ’50, fu attivo come musicista da studio e collaborò con artisti come Red Callender e Harry Belafonte. Si ritirò dalla musica nei primi anni ’60 a causa di problemi di salute e morì il 9 aprile 1968 a Los Angeles.
Influenzato da Coleman Hawkins, Myers era noto per il suo stile swing e la sua versatilità, suonando anche rhythm & blues. La sua carriera si svolse principalmente a Los Angeles, dove fu molto attivo nella scena musicale locale. 

Van Morrison – Remembering Now (2025)

RiB – Recensioni in Breve

Come suggerisce il titolo dell’album, questo 47° disco in studio è pieno di reminiscenze del passato, una vera e propria galleria d’arte di canzoni che descrivono un mondo andato. A quanto pare Morrison ha fatto i conti e ha raggiunto un punto della sua carriera in cui guardare al passato è fondamentale tanto quanto guardare al futuro.
I semi musicali piantati negli ultimi anni di performance dal vivo sono sbocciati in una nuova registrazione in studio, completa e ricca di contenuti. A prescindere dall’impulso, Morrison ha creato un album che prende il meglio di ieri e lo combina in una straordinaria meditazione per il presente.
Morrison canta di spirito, anima, ricordi e visioni. Come dice nella traccia che dà il titolo all’album, “This is who I am” (Questo è ciò che sono). È una vetta elevata nel panorama montuoso del rock and roll.
Al primo posto della mia classifica annuale.

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Summertime in England – Van Morrison (1980)

Immaginate una musica che sembra scaturire naturalmente da strumenti e dalla voce umana, una fusione unica di melodie, poesia, soul, rock, tradizione celtica e jazz: questa è la musica di Van Morrison. Le parole non possono veramente catturare ciò che “Van the Man” ha creato nella sua carriera. Un esempio brillante è “Summertime in England”, un pezzo lungo oltre 15 minuti che, ascoltato, trasporta in una dimensione senza tempo. Durante l’esecuzione, Morrison canta con pura passione, chiudendo gli occhi e cambiando continuamente le parole, creando un dialogo dinamico con la band.
Questo brano, presente nell’album “Common One” del 1980, è stato registrato in due take, nella sua origine come poema dedicato a William Wordsworth e Samuel Taylor Coleridge. In esso, Morrison unisce immagini e riferimenti alla sua vita e all’amore in un flusso di coscienza avvolgente. Con la band che lo accompagna, lui improvvisa, giocando con le parole mentre gli strumenti si intrecciano attorno alla sua voce. Alla fine, ci invita a percepire il silenzio. “Summertime in England” è più di una canzone; è un capolavoro che merita 15 minuti del vostro tempo. Morrison, lontano dalle mode, rimane tra gli artisti più completi e affascinanti della musica del secolo scorso, con una voce e una passione uniche, destinate a durare nel tempo.