Janis Joplin, addio…

Janis Joplin morì di overdose accidentale il 4 ottobre 1970, all’età di 27 anni. E’ nata da Dorothy Bonita East e Seth Ward Joplin, un ingegnere della Texaco. Aveva due fratelli più piccoli, Laura e Michael. I suoi genitori sentivano che aveva bisogno di più attenzioni rispetto agli altri figli, il che la portò a fare amicizia con un gruppo di emarginati che la introdussero alla musica blues di artisti come Bessie Smith, Ma Rainey e Lead Belly. Questa esposizione ha influenzato la sua decisione di diventare una cantante. Joplin ha frequentato la Thomas Jefferson High School, dove è stata ostracizzata e vittima di bullismo a causa del suo peso e dell’acne. Si laureò nel 1960 e frequentò il Lamar State College of Technology e l’Università del Texas ad Austin, anche se non completò gli studi universitari. La carriera musicale professionale di Joplin è iniziata con Big Brother and the Holding Company, un quintetto rock. Ha registrato sette tracce in studio con la sua chitarra acustica nel 1965, inclusa la sua composizione originale “Turtle Blues” e una versione alternativa di “Cod’ine” di Buffy Sainte-Marie. Questi brani furono successivamente pubblicati come album intitolato This is Janis Joplin 1965 nel 1995. Nel 1967, Joplin lasciò i Big Brother e formò la sua band, la Kozmic Blues Band. La sua ultima esibizione con i Big Brother fu a una festa di beneficenza di Chet Helms a San Francisco il 1 dicembre 1968. Continuò a esibirsi con la Kozmic Blues Band fino allo scioglimento della band alla fine del 1969. Le relazioni significative di Joplin includevano quelle con Peter de Blanc, Country Joe McDonald, David (George) Niehaus, Kris Kristofferson e Seth Morgan. Ha avuto anche relazioni con donne, tra cui Jae Whitaker e Peggy Caserta, con le quali ha avuto una relazione romantica ed era un’eroina dipendente per via endovenosa. Janis Joplin è stata inserita nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1995 e ha ricevuto un Grammy Lifetime Achievement Award nel 2005. La sua eredità è stata celebrata attraverso vari tributi e spettacoli, tra cui una produzione di Broadway intitolata A Night with Janis Joplin e un film documentario biografico intitolato Janis: Little Girl Blue. Nel 2023, Rolling Stone ha classificato Joplin al numero 78 nella lista dei 200 più grandi cantanti di tutti i tempi.

Junkboy – Littoral States (2024)

I fratelli Mik e Rich Hanscomb hanno girovagato a vari livelli i confini del folk, dell’ambient, del dream pop, del post-rock e dello stile fantasioso di Ghost Box e, negli ultimi anni, hanno trasformato questa tendenza in qualcosa che è più definitivamente legato ai paesaggi e ai sentimenti che evocano.

Come suggerisce il titolo, Littoral States è un album di coste, di confini unici e mutevoli delimitati da acqua, roccia e schiuma. Quindi, anche se una canzone può essere radicata in un luogo, rimane fluida e spesso difficile da definire. La natura molto specifica del paesaggio folcloristico del Sussex.

C’è un elemento di purificazione o ringiovanimento nella musica dei fratelli Hanscomb: l’album è stato in parte ispirato dalla morte del padre e da un amore familiare condiviso per la campagna costiera del Sussex, e c’è un generale senso di perdita – e di speranza. – in tutti gli Stati litorali che sembrano legati alla presenza del mare.

La peculiarità del disco è la capacità di creare musica melodica, intelligente e inquietante che scivola dentro e fuori dai generi ma rimane sempre fedele al tema generale dei luoghi e al modo in cui le emozioni umane interagiscono con quei luoghi. Littoral States è una mezz’ora di musica coinvolgente e soddisfacente.

Ascolta l’album

Jefferson Airplane — Volunteers (1969)

A metà degli anni sessanta, specialmente in California esplodono le feste hippy, la sbornia mistica, l’equazione tra amore e libertà trionfa, la maggior parte dei gruppi West-Coast sono attivissimi ed in prima fila nella contestazione al “sistema” ed alla guerra al Vietnam.

I Jefferson, formatosi nel ’65, conoscono già il successo, soprattutto grazie a un percorso artistico che partendo dal folk revival acustico li portano alla psichedelia, al rock “acido”, alle ballate libertarie e impegnate. La loro “visione” musicale è per lo più una ricerca collettiva che li porta pian piano ad annullarsi come entità fissa per ridefinirsi come collettivo aperto alle collaborazioni.

Nel novembre del 1969 esce “Volunteers” il loro l’album più polemico. Gli ospiti del disco sono come sempre importanti: Jerry Garcia, Joey Covington, David Crosby, Nicky Hopkins al pianoforte e Stephen Stills all’organo hammond. Paul Kantner, Steve Stills e David Crosby firmano insieme “Wooden ships” uno dei momenti più riusciti dell’album. “Volunteers” si apre con “We can be together”, un vero e proprio inno alla fratellanza mentre “Hey Fredrick”, scritta da Grace Slick è uno dei momenti più toccanti con il piano di Nicky Hopkins. Altri brani interessanti sono “Good Shepherd” un traditional arrangiato da Jorma Kaukonen e “Meadowlands” con Grace Slick all’organo.

Un album fantasioso, provocatorio nel quale i Jefferson esprimono la violenta presa di posizione del gruppo sui temi politici in linea con la protesta studentesca nei “campus” delle università californiane. Musicalmente il disco è costruito intorno al talento individuale dei vari componenti della band che presentano Grace Slick alla voce, Paul Kantner alla chitarra, Marty Balin (fondatore del gruppo), Jorma Kaukonen alla chitarra, Spencer Dryden alla batteria e Jack Casady al basso.

La musica dei Jefferson Airplane è stata un perfetto esempio di musica allo stesso tempo militante, almeno nell’accezione del grande movimento americano, e totalmente disposto ad ogni “apertura”. Questa peculiarità è confermata in “Volunteers”, nel quale il vecchio patriottismo, l’attaccamento ai valori fondamentali della nazione americana, erano completamente rigenerati alla luce della rivoluzione di quegli anni: una vera e propria chiamata alle armi che col senno di poi suona come il canto del cigno del movimento.

The Jesus And Mary Chain — Darklands (1987)

Quando ascoltai per la prima volta i “The Jesus And Mary Chain” ebbi nei loro confronti un atteggiamento estremamente conservatore, lo stesso che manifestai — lo ammetto — nel ’77 quando vennero fuori i Sex Pistols: che diamine — consideravo tra me e me — come si permettono questi sfacciati di bistrattare il vecchio rock di papà Elvis?

Ripensandoci, ho commesso lo stesso imperdonabile errore: dietro a quell’atteggiamento cinico, come sovente accade, si nasconde il vero amore e l’atteggiamento giusto, in grado di “preservare la specie”; nel senso di rock, quello genuino e privo da qualsiasi contaminazione che non abbia bisogno di scaricare le proprie sensazioni, frustrazioni, urgenze. Dietro a quel rumore apparentemente “maleducato”, dunque, ecco la stoffa, il sincero e sentito bisogno di recitare la propria parte per il gusto di conservare l’attitudine, di non snaturare il vecchio significato di una musica adulta che rifiuta la maturità; il rock’n’roll, dunque, ha ciclicamente bisogno dei suoi Sex Pistol e Jesus And Mary Chain per “strattonarsi” ancora una volta sulla strada giusta, che è poi quella sbagliata, e non è un gioco di parole. Il rock è sempre dall’altra parte della strada, il rock — anche quando si nasconde dietro forme più accessibili — è, se vissuto con coerenza, comunque “di rottura”.

A due anni da Psychocandy, nell’autunno del 1987, Jesus And Mary Chain tornano con Darklands, un lavoro più maturo, meditato, studiato; meno rumorismo, come era lecito aspettarsi, e più pop, più canzonette, ma sempre taglienti come rasoiate settantasettine. E’ l’album che mostra l’attitudine che farà dei fratelli Reid dei compositori indimenticabili.

Nei solchi (siamo nel ’87 e il CD latita ancora per poco) le zelanti sonorità vengono condite da testi tutt’altro che stupidi, materiale ben lungi dall’essere risaputo o stereotipato. In fondo, come detto all’inizio, è sempre dietro alle devianze che si nasconde la purezza d’intenti, dietro il disgusto si cela il sopraffino.

Hellhound on my trail – Robert Johnson (1937)

Robert Johnson scrisse pochissime canzoni, ventinove per l’esattezza, un testamento di ventinove magiche canzoni prima di restituire, come da leggenda, l’anima al demonio. Partendo da una frase, quella del titolo, che molti bluesmen prima di lui avevano utilizzato in altre composizioni, Johnson costruisce un percorso di terrore e buoi, paura e tormento. Rispetto ai predecessori, Johnson non si limita a cantare una possibilità, quella che i cerberi, i feroci mastini posti a guardia delle porte dell’inferno, siano sulle sue tracce. Quello che canta Johnson è la certezza che ciò stia accadendo, per ammonirlo che il momento è vicino, la fine prossima.

Robert Johnson

Nasce nel 1911 ad Hazlehurst nel Mississipi.

Personaggio misterioso e musicista inquietante, Robert Johnson può essere considerato l’alchimista del blues. Una breve vita spesa in alcol, donne e imbrogli, quindi una morte violenta avvolta da un fitto alone di mistero. Assassinio o suicidio’ Vendetta o tragica fatalità? Resta il fatto che questo straordinario musicista nel giro di due anni è riuscito a capovolgere tutti i canoni ufficiali del blues: la forma, la struttura, l’equilibrio dell’improvvisazione. La sua stupefacente tecnica chitarristica e le sue ballate sono dei veri modelli in espansione ripresi e amplificati sino ai giorni nostri. Come poteva questo ladro-ubriacone incallito sparire nel nulla per riapparire poi come custode geloso di tutti i segreti meccanismi della “musica del diavolo”? La leggenda narra di un patto di sangue con il maligno, il quale gli donò un prodigioso talento e una conoscenza superiore a tutte le tecniche di mille bluesmen dell’epoca messi insieme.

Occultismo, stregoneria, semplice leggenda, resta il fatto che i suoi dischi (una quarantina di brani) incisi nella sua breve carriera, sono un documento d’importanza storica ed artistica incalcolabile.

Morto nel 1938, aveva appena 27 anni, due fotografie virate seppia e un certificato di morte per un whisky avvelenato.

Wikipedia – Blues and Blues

Janis Joplin — Pearl (1971)

Atto finale della più grande cantante blues bianco mai esistita poco prima della sua morte, avvenuta il 4 ottobre del 1970, a causa di un miscuglio di alcol e droga. Pearl è il canto del cigno di una donna sola, infelice, che canta la sua tristezza con rabbiosa determinazione. A due passi dall’autodistruzione Janis Joplin realizza a Los Angels il sogno di emulare la sua antica maestra nera, Bessie Smith. Ogni brano è un gemito, un pianto disperato dove il sesso e l’anima si uniscono per diventare emozione sconvolgente, viva, esplosiva. Non ci sono più le certezze di essere l’unica star di un gruppo di dilettanti come i Big Brothers nè il dilemma e la paura del fallimento con la degenerazione sonora di Kozmic Blues, ma c’è un’artista che sente la fine un attimo prima e vuole dare il meglio di sè per esser ricordata.

Uscito postumo, Pearl è un epitaffio alla Spoon River. Si possono rintracciare canzone dopo canzone, nascita, splendore, miseria e morte di un talento inimitabile a cui bastava soltanto un sorso di bourbon per riprendere fiato, rialzarsi dal fango e scatenare il delirio.

Janis Joplin

Janis Joplin è nata nella piccola città di Port Arthur, in Texas, dove scopre fin da piccola la cultura degli afroamericani, il jazz e soprattutto il blues, cercando di copiare gli stili di Bessie Smith, Odetta, Leadbelly. Iniziò a cantare nelle coffe-houses delle piccole città del Texas, per approdare quindi in California, innamorata della poesia beat e pronta a sperimentare tutto in prima persona, compresi alcol e droghe. Un suo amico texano tale Chet Helms, le offre un’audizione per una band poco conosciuta, Big Brother & The Holding Company. E’ l’inizio di un percorso che porta la band prima a registrare un primo album, poi a salire sul palco di Monterey e quindi a ottenere un contratto con la Columbia per la registrazione del vero album d’esordio, Chip Thrills, nel ’68. Il successo fu immediato e travolgente ma non servì a modificare lo stile di vita eccessivo della cantante. La droga e le forti tensioni portarono allo scioglimento della band pochi mesi dopo la pubblicazione del disco. Janis si rimise subito al lavoro con un nuovo gruppo e realizza, I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again, Mama, accolto freddamente in America ma con entusiasmo in Europa. Con la nuova Full Tilt Boogie Band, la Joplin trovò finalmente il punto d’equilibrio perfetto tra blues, rock e pop, contemporaneamente, non a caso, alla presa di coscienza del suo problema di dipendenza. Ma è una rinascita molto breve: il 4 ottobre del 1970 Janis Joplin muore per overdose.

Il mito e la leggenda di Janis Joplin sono stati indubbiamente ingigantiti dalla sua tragica fine, ma non va dimenticato che lei, Grace Slick e Mama Cass furono davvero le prime grandi cantanti della storia del rock. Se la Slick era la sacerdotessa del culto psichedelico di San Francisco e Mama Cass frequentava con la sua vocalità le strade del folk-rock, Janis fu la prima, e la sola, a fondere la sua vicenda musicale con quella del blues. Musica nera, cantata con la voce tagliente, sofferta e bruciante. Janis era la ribelle, la regina dell’eccesso e della trasgressione, la donna che invadeva il campo degli uomini e lo conquistava senza pudori, era la blueswoman che poteva permettersi, come farà in Pearl, il suo disco di maggior successo, di cantare delle preghiere laiche senza alcun accompagnamento musicale. La sua era una voce che lasciava segni nel cuore, era un grido e uno strappo, una contraddizione bianca e nera in un gioco assolutamente privo di regole, o dove le regole, per assurdo che fossero, le aveva scritte lei stessa. La tragica fine della sua vita sembrò in perfetta sintonia con la sua musica, un volo altissimo verso un territorio musicale rock e blues, con una costante aspirazione all’improvvisazione o comunque al superamento di qualsiasi gabbia stilistica. Restano di lei un pugno di dischi, molte canzoni memorabili e poco altro, anche perché, a differenza di Morrison e Hendrix, il volto di Janis non si è trasformato in icona, la sua faccia ha resistito per qualche anno sui poster ma non è mai arrivata sulle magliette dei ragazzi.

Joy Division — Unknown pleasures (1979)

La leggenda narra che due rockettari, Bernard Sumner (chitarra) e Peter Hook (basso) si incontrino a Manchester, la loro città, il 4 giugno del 1976. Spinti da una performance (che è anche il loro primo concerto) dei Sex Pistols, decidono di formare loro stessi una band.

Sull’onda di una totale e radicale rifondazione musicale, cercano e incontrano l’aspirante poeta Ian Curtis. Partono facendosi chiamare Warsaw in onore della canzone “Warszawa” di David Bowie, per poi cambiarlo in Joy Division nome usato nei campi di concentramento nazisti dove venivano internate le donne destinate a soddisfare il sinistro piacere degli ufficiali con la croce uncinata. Nell’Inghilterra dei fine anni ’70 travolta dal punk la provocazione era diventata norma, persino abitudine.

Circolavano voci strane su di loro e sul loro cantante, Ian Curtis, quello che nelle foto guardava da un’altra parte. Si muoveva in modo stranissimo e si diceva che sul palco simulasse crisi epilettiche. Si seppe poi, che epilettico lo fosse davvero.

Quest’album d’esordio aveva un che di realmente inquietante, non era teatro, non era provocazione, era pura disperazione. La copertina nera (firmata Peter Saville) ne è l’esempio.

Le canzoni sono un muro sonoro avvolgente e incalzante insieme. Sono melodie introspettive, cariche di commozione e timore. Sono canzoni “maledette”, spettrali e sofferte.

Il geniale produttore Martin Hannett riesce ad impossessarsi del gruppo fino a cambiarlo radicalmente, e anche merito suo, l’esser riuscito a scovare dalle viscere dei musicisti, quel suono oscuro, nero, a volte spaventoso, a volte straziante… Curtis canta (come Jim Morrison, che venera) testi che parlano di nevrosi, alienazione, malattia, Hannett rallenta i pezzi fino a renderli ipnotici, perversi. La batteria è signora assoluta del suono, basso e chitarra sono al suo servizio.

In poco tempo i J.D. si fanno conoscere e alimentano un vero culto. La fama cresce, e non solo in Gran Bretagna, ma il suicidio di Curtis (nel maggio 1980, a ventiquattro anni) alla vigilia dell’uscita del secondo album e del primo tour americano, mette fine alla band e la fa entrare nella leggenda nera del rock’n’roll.

Cominciano gli anni Ottanta, i Joy Division non ci saranno più, e al rock mancherà qualcosa di importante.

Keith Jarrett

Nel vasto panorama della musica tutta, ci sono dei musicisti, cantanti o per meglio dire “distributori sonori” che si inoltrano in un angolo del nostro cuore e ci rimangono per molto tempo, a volte per sempre.

Il triplo disco in vinile “The Koln Concert”, mi fu regalato da un carissimo amico per i miei diciotto anni. Siamo nel settantasette e gli echi d’oltralpe del Punk cominciano a farsi sentire. Jarrett è sulla scena musicale dal ’67 e ha già all’attivo oltre dieci album.

Jarrett è un pianista impeccabile, vero teorico del tocco e del suono. Nel jazz vero e proprio ha lavorato in periodi diversi, negli anni settanta con il quartetto americano con D. Redman, C. Haden e P. Motian, poi con Jan Garbarek, e dal 1983 nello splendido trio con G. Peacock e J. Dejohnette, ancora oggi in attività. Ma la leggenda di Jarrett è cresciuta soprattutto per la sua attività solista, dove il jazz è solo una parte del tutto. L’inizio è con ‘Facing You’, del 1972, da allora in poi realizza dischi e concerti in perfetta solitudine, nei quali alterna composizioni, riletture e fantastiche improvvisazioni, in una “formula” che ha convinto e coinvolto un pubblico forte e appassionato, spesso malinconico, indubbiamente romantico, ma soprattutto dall’intensità magica con la quale egli riesce a rendere l’ascoltatore partecipe dell’atto della sua creazione, improvvisata in un’atmosfera di profonda sospensione. Il culmine del successo arriva con l’album doppio “The Koln Concert”, realizzato nel 1975, uno dei dischi più venduti di tutta la storia del jazz, gioiello sonoro magnificamente rappresentativo di queste lunghe improvvisazioni introspettive, legate da un flusso ininterrotto nel quale nuclei di idee si trasformano in altri in un incessante racconto del pensiero.